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Una questione di sesso



«Non si voltò a guardare la pensione di Madame Mahay. Non la­sciava alcunché in quelle stanze smunte. Si sistemò l’abito con­sunto e in silenzio s’incamminò dietro alle guardie. Salì sul carro e quasi cadde nell’attimo in cui il cocchiere fece partire il ca­vallo. Sedutasi sulla panca di legno, si strinse lo scialle attorno alle spalle. L’aria pungente del mattino sulla gola esposta le avrebbe certo fatto venire un malanno. Olympe sorrise tra sé per quell’inutile preoccupazione.

Le avevano rivolto gli appellativi più spregevoli: “sgualdrina”, “traditrice”, “pazza”, ma lei era solo una donna, una donna della Rivoluzione che aveva sostenuto con vivo ardore la missione ri­voluzionaria: libertà, uguaglianza, fraternità.



Con l’ostinazione infantile del suo sesso (come le avevano detto alcuni uomini della Rivoluzione) continuava a credere nei valori che facevano «tutti gli uomini uguali» e allo stesso tempo anche «tutte le donne uguali agli uomini». Ecco il tradimento, lo scempio uscito dalla bocca di una donnicciola! Ancora sentiva addosso gli sguardi infuocati dei deputati e le risatine nervose mentre bofon­chiavano tra loro acide invettive.


Olympe sospirò tra sé. Aveva lottato e sperato. Aveva scritto e manifestato i suoi pensieri con fermezza e onestà, secondo il modo che le era proprio. Aveva accettato la derisione e ascoltato le accuse infamanti, per poi ridicolizzare le loro infamie con la logica serrata delle sue argo­mentazioni. L’avevano odiata e l’avevano condannata: perché sapeva pensare e sapeva farli diventare piccoli piccoli, loro, sì loro, i grandi uomini della Rivoluzione. Gli stessi che l’addita­vano chiamandola “traditrice della patria”.

Aveva tradito perché si era opposta alla condanna a morte del re o perché aveva propugnato libere elezioni pubblicando il manifesto delle “Tre Urne”[1]? Oppure il suo più imperdonabile tradimento era stato di aver sfidato pubblicamente “l’Incorruttibile”, il grande Robespierre, riconoscendo in lui i tratti di un tiranno?

Quando il Tribunale rivoluzionario perquisì la sua abitazione non vi trovò documenti compromettenti, ma le prove di una sincera vocazione per la Repubblica e la Patria; malgrado ciò la sentenza fu implacabile.

Mentre i tetti in ardesia di Parigi la salutavano per un’ultima volta, Olympe capì il tranello in cui era caduta. Dagli strappi delle nubi grigie si sporsero occhi turchesi, che subito si ritras­sero alla vista della lama scura e fredda, là nella piazza.

Socchiuse gli occhi, pensosa. Ormai aveva compreso che la Ri­voluzione era egualitaria e fraterna, sì, ma solo per un sesso, quello forte e padrone. L’altro, quello minorato, incapace, inetto, sì, insomma, il sesso femminile, ecco quel sesso era solamente una propaggine dell’umanità maschile. Una propaggine amputa­bile, come una testa.

Molte erano state le donne che avevano avuto un ruolo decisivo nella Rivoluzione, senza ricevere alcun riconoscimento, e la Convezione nel 1793 non riconobbe loro neanche lo statuo di “cittadine”.

Il piccolo calesse imboccò rue de Rivolì. Là, in fondo, sulla schiena curva di un orizzonte schiavo, si apriva la grande Place de la Révolution. Olympe sentì il cuore accelerare i battiti, fino a sovrastare il rumore degli zoccoli sull’acciottolato. Aveva paura, ma non avrebbe pianto, né supplicato.


Olympe si sistemò una ciocca di capelli dietro l’orecchio. Il ca­lesse si fermò e il cavallo nitrì sommessamente. Scese da sola, senza appoggiarsi a nessuno, proprio come aveva vissuto. A te­sta alta, in silenzio, compì gli ultimi passi della sua esistenza. Salì i gradini del patibolo, lasciò che la preparassero, senza pro­rompere in volgarità, accuse o maledizioni. Le liberarono il collo dallo scialle e dai capelli e lei posò la gola nell’incavo dell’asse bru­nito dal sangue rappreso. Attese a occhi aperti mentre il boia controllava il meccanismo a leva. Forse, come avevano detto gli uomini della Rivoluzione, era colpevole di avere “dimenticato le virtù che convenivano al suo sesso”, ma aveva ricordato a se stessa e a chiunque altro avesse voluto ascoltare e intendere che essere umani significava essere liberi ed eguali, senza distinzione di genere. E di tale convinzione non si pentì nemmeno sentendo la lama calare.»


Tratto da “La dea delle origini” di S. Tosi, Uno Editori, 2022


Olympe de Gouges fu au­trice, con inchiostro e speranza, della Dichiarazione dei diritti della donna e della cittadina del 1791, di cui il primo articolo affermava che


La Donna nasce libera ed è eguale all’uomo nei diritti.

Non solo. La donna reclamava libertà di pensiero, parola e opi­nione e pretendeva uguali diritti e doveri davanti alla Legge. Voleva essere autonoma, indipendente, studiare e lavorare. Vo­leva identità.

La Rivoluzione, Parigi e la Francia tremarono di sdegno e paura.


Con grande speranza Olympe (e tante altre prima e dopo di lei) pensò di poter realizzare una società più equa per le donne e per ogni altra minoranza.


Quando nel 1776 a Filadelfia la Convenzione delle tredici colonie si riunì per venne firmata la Dichiarazione di Indipendenza si pensava che una nuova era fosse alle porte, che parole come “felicità” e “diritto all’autodeterminazione” fossero lumi imperituri in grado di rischiarare il cammino dell’Umanità, impegnata a riemergere dai torpori superstiziosi dell’ignoranza.

Su carta di canapa, 56 uomini apposero le loro firme decretando l’entrata in vigore del documento rivoluzionario e sembra di sentire le voci pronunciare alcuni di quei principi pieni di ardore: «Noi riteniamo che sono per se stesse evidenti queste verità: che tutti gli uomini sono creati eguali», che esistano «inalienabili diritti, che tra questi diritti sono la Vita, la Libertà, e il perseguimento della Felicità».

Tutti gli uomini sono uguali. Sì, esatto: gli uomini perché «tutti gli animali sono uguali, ma alcuni sono più uguali di altri», dirà Benjamin de La fattoria degli animali di G. Orwell.





Qualche anno dopo in Francia durante l’estate rivoluzionaria del 1789, la Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino affermò che

«l’ignoranza, l’oblio o il disprezzo dei diritti dell’uomo sono le uniche cause delle sciagure pubbliche e della corruzione dei governi».

Che pagina meravigliosa si stava scrivendo!

Sembrava che il mondo si stesse scoprendo giusto, onesto e inclusivo (come va di moda dire oggi). Sembrava che uguaglianza e rispetto delle opinion altrui fossero traguardi a portata di mano e che forse per la prima volta nella storia, l’Umanità potesse affrancarsi dalle catene dell’ingiustizia, della schiavitù ed essere veramente libera.


Ma cos’è la libertà?

Per gli autori della Dichiarazione di Indipendenza


«la libertà consiste nel poter fare tutto ciò che non nuoce ad altri; cosi l’esistenza dei diritti naturali di ciascun uomo non ha altri limiti che quelli che assicurano agli altri membri della società il godimento di questi stessi diritti».

A dispetto di quanto affermato, le donne e altre “categorie” sociali distinte per censo e razza non rientravano in tale definizione.


Nel XIX secolo infatti la scienza spiegava che esistono razze inferiori e che la donna non era eguale all’uomo, da nessun punto di vista.


Nel 1855 il conte Joseph Arthur de Gobineau scrisse il Saggio sulla disuguaglianza delle razze umane, in cui spiegava con pra­tico senso civico che il genere umano era organizzato in razze secondo uno schema piramidale al cui vertice si trovava una razza in particolare, quella europoide caucasica, considerata su­periore a tutte le altre. Leggi naturali determinavano lo sviluppo, la supremazia e il diritto alla civilizzazione dei “bianchi” nei confronti di ogni altra razza. Nella sua disamina pseudoscienti­fica lo scrittore francese affermava che la varietà nera era la più umile e giaceva al fondo della piramide sociale, essendo domi­nata da una smisurata animalità e scarse attitudini intellettuali; quindi una razza infima e infida, quasi bestiale, da dovere costan­temente vigilare ma abbastanza addomesticabile sotto i colpi della frusta. Appena sopra si trovava la razza gialla, che De Gobineau speci­ficava caratterizzarsi per la tendenza all’obesità, all’apatia, alla fragilità mentale e corporea; in sintesi, una razza mediocre, di dubbia utilità se non per semplici lavori manuali[2]. Il vertice della piramide era occupato dai popoli bianchi: dotati di grande intel­ligenza, straordinaria potenza fisica, spiccato senso dell’onore, profondità di sentimenti. Le conclusioni a cui era giunto de Go­bineau vedevano un preciso disegno evolutivo della storia dell’uomo: tutte le civiltà derivavano dalla razza bianca, in par­ticolar modo da quella ariana, il ramo più illustre della specie[3].


Anche Darwin si espresse riguardo alla donna e scrisse:


«la distinzione principale nei poteri mentali dei due sessi è costituita dal fatto che l’uomo giunge più avanti della donna, qualunque azione intraprenda, sia che essa richieda un pensiero profondo, o ragione, immaginazione, o sem­plicemente l’uso delle mani e dei sensi. Se vi fossero due elenchi di uomini e donne che eccellessero maggiormente nella poesia, nella pittura, scultura, musica […], storia, scienza e filosofia, con una mezza dozzina di nomi sotto ciascuna disciplina, non ci potrebbe essere confronto. Pos­siamo concludere che, con la legge della deviazione dalla media così ben illustrata da Galton nel suo libro “Hereditary Genius”, se gli uomini sono in molte disci­pline decisamente superiori alle donne, il potere mentale medio dell’uomo è superiore a quello di queste ultime».[4]


Darwin, quindi, sosteneva che il sesso maschile fosse supe­riore e più dotato mentalmente per natura biologica: «l’attuale diseguaglianza delle qualità mentali tra i sessi non potrebbe es­sere annullata da una uguale educazione giovanile, né può essere stata causata da una educazione giovanile dissimile»[5]. Le “qua­lità mentali” a cui si riferisce Darwin erano prove evidenti di un gap evolutivo che non poteva essere in alcun modo colmato e accertavano una verità lapalissiana: la donna era cerebralmente meno dotata. Tale condizione la avvicinava alle razze inferiori che in quegli anni venivano scientificamente individuate e catalogate.


La scienza del ‘900 ha dimostrato che dal punto di vista scientifico non esiste per la nostra specie il concetto biologico di razza e, ovviamente, neanche l’inferiorità cerebrale della donna.


Per carità, una razza esiste eccome, è quella degli imbecilli e non si estinguerà mai ma non ha nulla a che vedere con il colore della pelle, il credo religioso o il genere sessuale; da questo punto di vista è la più equa perché è trasversale ad ogni categoria sociale.

Speriamo che il prossimo 8 marzo vi siano nuove e più eque notizie.


Ad maiora!





____________________________________________ [1] Il manifesto suggeriva di organizzare uno scrutinio con tre urne, una per la monarchia, una per il governo federale e una terza per un governo repubblicano. Olympe chiedeva democrazia. [2] Durante il XIX secolo gli Stati Uniti impiegarono migliaia di operai cinesi per costruire la poderosa Transcontinental railroad, la rete ferroviaria che avrebbe unito gli Stati della costa atlantica con la California. I cinesi costavano pochissimo, non erano sindacalizzati ed erano molto efficienti. Di loro si diceva che “non si stancavano mai” e che “erano docili come agnellini”. E dopo il crollo del sistema schiavistico i cinesi parevano i degni eredi di quel meschino sistema anti-umano. Senza diritti, essi vennero usati come macchine umane da lavoro. [3] J. A. De Gobineau, Essai sur l’inégalité des races humaines, Libro 1, capitolo XVI, Éditions Pierre Belfond Parigi, 1967. [4] C. Darwin, L’origine dell’uomo e la selezione sessuale, Newton Compton, Roma, 2006, p. 424. [5] Ibidem, p.425.

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