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Sogni perduti a Chauvet


Il caos esterno di clacson, chiacchiere e risate si ferma bruscamente sul limitare della porta di acciaio, incastonata nella roccia a diversi metri sopra la strada. Il fiume Ardèche, che scorre più in basso lungo un canyon verdeggiante, attira ogni anno turisti e sportivi che amano percorrere in canoa o kayak le sue rapide gentili. Lo spettacolo offerto dall’arco naturale che dà il nome alla regione - Vallon-Pont-d’Arc – è unico. La riserva naturale delle gole dell’Ardèche, nella Francia meridionale, è un luogo molto amato per gli appassionati di sport acquatici e relax nel verde. Ma da alcuni anni c'è un motivo più per recarsi nell'Ardéche. Una porta di acciaio, anonima e fredda, si pone a barriera della meraviglia più rara: la grotta Chauvet.

Dopo un sonno durato 20 mila anni, la grotta Chauvet si destò per caso il 18 dicembre del 1994.

Tre speleologi, Jean-Marie Chauvet, Éliette Brunel e Christian Hillaire, quel giorno scoprirono tra le fenditure delle rocce correnti d’aria, segno della presenza di una grotta. Molte ne era già state trovate e questo incoraggiò gli speleologi a proseguire. Individuata una possibile entrata, iniziò l’esplorazione. Il passaggio era così stretto che si poteva solo strisciare, lottando per ogni centimetro di avanzamento.


Avvolti nell’oscurità, ad eccezione della luce posta sulla fronte, e con la roccia fredda che stringeva il corpo in un freddo abbraccio, la sensazione claustrofobica doveva essere più che tangibile. A un tratto, la rinascita.

Lo stretto cunicolo sbucava nel vuoto ma, calandosi dal soffitto con una corda, gli occhi si riempirono di stupore e commozione: pannelli luminescenti, stalattiti e pitture rupestri, le più belle che si fossero mai viste.


Quella che i tre esploratori percorsero non era, ovviamente, la via di accesso originale, che fu sigillata migliaia di anni prima da una frana. Ecco la vera fortuna della grotta Chauvet: il lungo sonno involontario l’ha protetta e preservata sino a nostri giorni, consentendoci di ammirare lo strabiliante spettacolo delle sue pitture rupestri.


La mappatura della grotta rivelò 800 metri di gallerie e sale che in epoca preistorica furono decorate con centinaia di creature, molte delle quali si estinsero alla fine dell’ultima glaciazione; mammut, leoni delle caverne, orsi, cavalli, civette presero vita all’incirca 36 mila anni fa grazie all’estro e alla bravura di alcuni artisti preistorici.


Chauvet era una grotta-santuario del Paleolitico Superiore.

Il valore artistico e antropologico della grotta Chauvet la resero dal 2014 Patrimonio dell’umanità.

Per capire la grotta si deve tornare indietro nel tempo, durante l’ultima glaciazione quando le condizioni di vita estreme spinsero gli uomini e le donne del Paleolitico a cercare riparo nelle grotte naturali che, simili a ventri accoglienti, si offrivano come prima dimora permanente. Non ripari occasionali, ma vere e proprie dimore di interi clan in cui vivevano più generazioni.


Circondati dalla spessa e rugosa pelle della caverna, uomini e donne conducevano vite comunitarie: qui si partorivano i figli, si condivideva il cibo, si costruivano utensili, si tessevano relazioni sociali, si raccontavano storie con parole e immagini.


Ma, come è stato scoperto, alcune grotte venivano scelte solo per essere decorate, senza che il clan vi abitasse mai. Perché?


All’esterno il grande bianco imperava altero. Si calcola che durante la glaciazione di Würm [1] enormi calotte glaciali ricoprivano buona parte del continente nordamericano ed europeo e intere porzioni, come la Scandinavia e la Germania settentrionale, si trovavano nel gelo perenne; più a sud, nelle pianure dell’Europa centro-occidentale, dominava la tundra. Soffiavano spesso venti gelidi e le precipitazioni erano scarse; ciò favoriva lo sviluppo delle steppe, mentre l’Europa mediterranea era ricoperta da foreste nordiche. Con una temperatura media che andava dai -30 ai 15 gradi e circondati da un paesaggio predominato dalla tundra, i clan preistorici si sistemavano all'interno delle grotte o si accampavano vicino a corsi d’acqua.


I clan che 36.000 anni fa decorarono la grotta di Chuavet avevano il loro accampamento vicino all'Ardéche così da essere vicini alla grotta e alle risorse naturali necessarie per sopravvivere. Per quanto vi lavorarono, non lo sappiamo con esattezza. Ma fu un'opera lunga che coinvolse più clan e grandi talenti.


Chauvet non era un grotta qualsiasi. Chauvet catalizzò una gran quantità di forze, risorse e tempo preziosissimi per il clan senza una "funzione pratica" o esistenziale.

Perché tutto questo dispendio di energie? Perché darsi tanto da fare per decorare le pareti interne di della grotta senza mai viverci?


La risposta è semplice: Chauvet era un luogo magico. Era la meta di un pellegrinaggio spirituale.

Cosa decidesse lo status simbolico di alcune grotte rispetto ad altre ancora non lo sappiamo. Forse la presenza di alcuni aspetti morfologici interni o particolari effetti sonori.


Quando gli autori dei disegni entrarono per la volta nella grotta, rimasero senza fiato. Spalancarono gli occhi ammirando la calcite luccicante, le stalattiti simili a lunghe dita pendenti., l'intreccio delle sale e... le ossa degli orsi. La presenza del mammifero, infatti, aumentava il potere della grotta, ma su questo torneremo più avanti.


L’ingresso originario della grotta Chauvet si trovava ad alcuni metri di altezza, in un punto della parete rocciosa. Oltre il varco si allargava un antro spazioso, composto da diverse sale, oggi rinominate in base a ciò che le caratterizza o con il nome di uno degli speleologi: sala del cranio, galleria belvedere, sala Hillaire, ecc.

La grotta è uno dei più importanti santuari della Preistoria, per due motivi: la qualità estetica dei disegni e la loro datazione. Questi elementi hanno fatto abbandonare le precedenti teorie su un’evoluzione dell’arte progressiva. In pieno aurignaziano[2] la ricerca dell’effetto prospettico e policromo era già una realtà. La costruzione tematica delle raffigurazioni, compresa l’anatomia degli animali, è stata concepita in armonia con la topografia della grotta stessa: grotta, colore, uomo e animale formavano un tutt’uno magico.


Fin dalla prima sala si incontra subito la prova della presenza umana: sono infatti visibili figure di animali tracciate con carbone di legno e terra rossa misti ad argilla oppure ottenute disegnando direttamente con le dita i depositi di consistenza morbida sulla superficie delle pareti. L’attenzione però è catturata dal pannello dei punti rossi, una tipologia di decorazione astratta piuttosto comune nelle grotte preistoriche ma di cui ancora si ignora il significato.


Lo studio minuzioso dei segni ha permesso di comprendere che fu realizzato con il palmo della mano coperto di pittura rossa e poi applicato sulla parete, così da comporre un'immagine coerente con quella di un animale, forse un mammut. Stupefacente è la presenza ancora visibile delle impronte digitali dell’autore, molto probabilmente un uomo di alta statura mentre, nella stessa stanza, un altro pannello è stato realizzato da una persona diversa, più piccola, verosimilmente una donna.


Nella grotta la presenza umana è documentata anche da alcune impronte in negativo, realizzate appoggiando la mano sulla superfice e poi soffiando con la bocca la mistura colorata tutto intorno, così da creare il particolare effetto visivo. Le mani sono un altro degli elementi decorativi che si ritrovano nelle grotte di tutto il mondo; ciò suggerisce che non si tratti di un semplice ornamento ma di un simbolo magico-spirituale dal significato condiviso.



Il pannello dei cavalli

Tra i capolavori presenti, spicca il celebre pannello dei cavalli, situato nella sala Hillaire, un’autentica opera d’arte: venti animali sono raggruppati in questo spazio di 4 m2 disegnati sulla particolare superfice rocciosa che in questo punto della grotta è composta da mondmilch un agglomerato di sostanze microcristalline che, impregnato d’acqua, si presenta soffice e di un bianco splendente. E può essere inciso dita.


I quattro cavalli rapiscono lo sguardo per la loro vividezza e naturalità. Usando il carbone, probabilmente macinato o sbriciolato in precedenza, ocra rossa e giocando con lo sfondo bianco, gli artisti di Chauvet ottennero sfumature di colore d’impressionate realismo. I cavalli sono stati colti nell’istante di una corsa briosa, con la criniera agitata dal vento e la bocca aperta per la fatica. Giocando con la conformazione naturale della roccia e con la resa volumetrica dello sfumato, l’artista ha infuso ai suoi capolavori colore e movimento, corpo e anima.


Un autentico gioco prospettico che dà vita ai cavalli, i quali sembrano esser pronti a saltare fuori dalla roccia e correre via.

La grotta presenta diversi esemplari di cavalli, distribuiti dall’ingresso sino alla sala più lontana, e ciò suggerisce che nell’immaginario degli artisti, che qui operarono, tali animali occupassero un ruolo particolarmente importante.


La sala del Fondo

Nella parte più profonda della grotta si trova un grande pannello decorato da una moltitudine di animali, una scena vivace e coinvolgente ricca di rinoceronti, leoni, mammut. Le figure sono disposte fino a 12 metri di altezza e, ancora una volta, gli artisti hanno sfruttato il movimento ondulato della roccia per ottimizzare l’effetto tridimensionale. Il particolare dinamismo della parete aumenta la suggestione visiva: gli animali, grazie ai giochi di luce e alla consapevole ricerca dell’armonia cromatica delle forme, sono avvolti da un’aurea magica.


Quasi par di udire i leoni, fieri e maestosi, ruggire dalla roccia e si ha l’impressione che il loro sguardo vivido segua ogni nostro movimento.


Gli animali di Chauvet sono stati realizzati con mano talentuosa e riverente. Non vi sono infatti scene di caccia o morte, ogni composizione è invece vibrante di vita: i rinoceronti sono aggraziati, gli orsi sono maestosi e i leoni bellissimi.


Questo era forse il luogo più sacro della grotta, in cui, secondo alcuni studiosi, è rintracciabile la presenza di una forma di deità femminile: un pube come simbolo della nascita e della rinascita in un’altra vita.


La dea della grotta abitava qui, nella parte più interna e profonda, emergeva misteriosa dalla roccia, tra le ombre, lambita dalla luce delle torce. Lei era la creatura che cambiava pelle, da roccia diventava animale e da animale mutava in pioggia, terra e colore. Lei era tutto.

Sfruttando una protuberanza conica, gli artisti hanno disegnato una “Venere” paleolitica: nella parte anteriore il pube è chiaramente segnato, mentre le gambe, dalle cosce piene, terminano a punta, senza piedi. L’intera parte superiore del corpo è assente e sovrastata da due animali un leone e un bufalo (uro).




In questa sala si celebrava forse lo spirito femminino UNIVERSALE?


Le opere d’arte di Chauvet rivelano aspetti psicologici e sociali per cui è necessario riconsiderare il cliché dell’uomo delle caverne preistorico come barbaro e incivile. L’arte preistorica è il primo segno di un’umanità capace di organizzare il mondo, di comprendere il cosmo e di vivere in esso l’esperienza del sacro[3].

Forse la stessa realizzazione dell’arte parietale rappresentava un rituale magico-artistico che coinvolgeva emotivamente tutta la tribù. È verosimile che le pitture rupestri dell’antica Europa furono create per soddisfare una varietà di funzioni sociali e spirituali. In questi termini è corretto parlare di «santuari della preistoria»:


«Sappiamo che alcune caverne venivano usate a intervalli piuttosto lunghi e che, inoltre, le loro modalità di utilizzo sono cambiate gradualmente. Le credenze relative a ciascuna grotta si sono sviluppate per periodi più o meno lunghi; le attività svolte e le immagini realizzate nelle grotte hanno contribuito ai cambiamenti nell’uso delle sale e delle gallerie, in base all’evoluzione sia delle credenze sciamaniche, sia delle condizioni sociali. La topografia della grotta offriva e favoriva forme particolari di credenze che comprendevano rituali associati ad aspetti dello sciamanesimo»[4].


Le grotte, lunghe alcune centinaia di metri e simili a labirinti, affondavano nella dimensione sotterranea e le aperture, a volte mimetizzate tra le fenditure dei blocchi parietali, dovevano sembrare l’accesso a un mondo ultraterreno, fatto di ombre, echi e strane formazioni calcaree.


Poggiando le mani sulla superficie secca e dura si riusciva forse a percepire le vibrazioni delle corse dei cavalli o dei grandi bisonti. L’eco distorta del mondo esterno si tesseva con le bizzarre geometrie proiettate dalle torce sulle superfici, rese luminescenti dalla calcite. Il silenzio all’interno era totale e vi si poteva percepire la presenza vitale della grotta unirsi al battito dei cuori dei suoi occupanti, a quello delle creature dipinte sulle pareti e a quello di ogni altro essere vivente dentro e fuori la grotta.


Le superfici irregolari dagli effetti traslucidi, il bacio appuntito di stalattiti e stalagmiti, i giochi iridescenti delle formazioni calcaree trasformavano l’ambiente ctonio in un ventre di pietra, sospeso tra l’onirico e l’ipnotico. Per millenni le grotte furono visitate e decorate. Che cosa determinò la preferenza di una sezione rispetto a un’altra, non è chiaro; certamente non era determinante la comodità, poiché molti pannelli pittorici furono realizzati su soffitti, spigoli o rientranze.

Proprio come un pittore moderno prepara la tela e la tavolozza per la realizzazione della sua opera, gli artisti preistorici sceglievano con discernimento il punto su cui focalizzare l’atto creativo. Così, simili a tele mosse dal vento, le pareti diventano autentiche scenografie con renne, cavalli, cervi, bovini in movimento. Gli effetti ottici volutamente ricercati restituiscono la sensazione pura della vita: il bue policromo di Altamira o i cavalli di Chauvet non sono semplici rappresentazioni della realtà.


L’arte profusa andava oltre la ricerca del bello artistico, era un’autentica pratica sciamanica di sacralizzazione della grotta, grembo dell’eterno ciclo nascita-vita-morte. La dimensione ctonia esercitava una fascinosa attrazione sui clan che ivi transitavano:


oltre il buio totale dei meandri e l’impenetrabilità di taluni passaggi abitava forse l’Origine di ogni cosa?

L’orso, animale sciamanico

A Chauvet sono stati ritrovate ossa e teschi di orsi che le analisi effettuate hanno confermato non essere stati né uccisi né mangiati dagli esseri umani che, al contrario, dimostrarono per i maestosi animali una particolare venerazione, affine al culto: in una delle sale è stato ritrovato infatti un altare di roccia con adagiato sopra un teschio di orso e altri sparsi attorno.


La posizione delle ossa a cerchio attorno al cippo suggerisce che esse furono disposte con discernimento, forse per propiziare anche sui presenti la medesima magia che compiva l’orso ogni anno. Le grotte erano già considerate sacre prima di iniziare a decorarle, essendo nella maggior parte dei casi la dimora di un animale venerato: l’orso. Tale creatura sembrava essere una manifestazione del forza vitale della Natura. Affascinava per la sua possanza, per la capacità di sollevarsi sulle zampe posteriori, per l’attaccamento ai cuccioli e, soprattutto, perché scendeva nelle grotte misteriose e là moriva per mesi, per poi risorgere a nuova vita. Tutto ciò rendeva l’orso prodigioso e magico. Una connessione spirituale legava l’orso ai clan che visitavano regolarmente Chauvet; nella grotta infatti la presenza dell’animale è ovunque: impronte, graffi, e ossa sono presenti in molte sale.


Non sorprende quindi che numerose siano anche le raffigurazioni rupestri ad esso dedicate. La presenza dell’orso ci guida sino alla “sala del cranio” dove è stato trovato un cranio di plantigrado posto su una base naturale che sembra essere un altare, circondato da altri quaranta teschi.


Forse qui avvenivano rituali in cui gli uomini tentavano di “rubare” la magia rigenerativa dell’animale. Infatti impronte di palmi e mani sono state impresse sulle rocce, alla stessa altezza dei segni lasciati dagli artigli del poderoso mammifero. La fusione delle mani con gli artigli poteva rappresentare in forma astratta un’unione metafisica.



L’orso, che moriva in inverno e tornava a vivere in primavera, non era forse il sacro sciamano, intermediario tra i mondi?

La magia del colore

Un elemento rivelatore della psicologia dei nostri predecessori è l’impiego dei colori, che venivano realizzati grazie a risorse naturali ricavate dal mondo minerale, vegetale e animale.


L’analisi della produzione dei pigmenti rivela quanto profonda fosse la conoscenza delle piante e delle rocce. Inoltre, talune scoperte riguardo alle metodologie impiegate per la realizzazione delle sostanze coloranti appaiono brillanti e denotano una spiccata capacità analitica e deduttiva.


Il colore più diffuso nell’arte rupestre era il rosso: innumerevoli animali, segni astratti o geometrici, stilizzazioni di esseri umani sono stati realizzati con quella tonalità, la cui importanza aveva profonde connessioni con il suo significato simbolico. L'ocra rossa veniva cosparsa infatti sui corpi prima dell’inumazione, insieme a oggetti rituali quali ciondoli, monili e conchiglie. Ciò si verificava in Europa, in Africa, in America. Il rosso, evocazione del sangue, esprimeva il valore simbolico della forza, della vitalità. L’ocra vermiglia cosparsa sui resti era in buona sostanza un augurio di nuova vitalità, di ritrovata forza e salute.


Oltre al rosso, i colori presenti erano il nero, il bianco e il giallo, tutti pigmenti dall’ossido di ferro.


Il processo per trasformarli in colori era lungo e laborioso e ciò rivela l’intenzionalità e una buona dose di pazienza e sperimentazione.

Le sfumature cromatiche non avvenivano per caso, ma erano frutto una precisa consapevolezza nella miscela dei materiali. I colori venivano applicati direttamente con le dita, con i pennelli o con la bocca; in quest’ultimo caso si otteneva una pittura “negativa” in cui veniva evidenziato il contorno dell’oggetto, come per esempio una mano. L’eccezionale stato di conservazione delle pitture rupestri è stato reso possibile grazie al particolare equilibrio tra la composizione del pigmento, la superficie della roccia e l’ambiente climatico. Non sappiamo se gli autori dei disegni rupestri fossero a conoscenza dell’eccezionale combinazione di tali fattori, ma il risultato è da togliere il fiato.


L’emozione antica di Chauvet è eterna e senza pari, come il livello artistico-concettuale espresso. I sogni perduti dei nostri antenati continuano a vivere in questo luogo magico.


 

[1] Compresa tra il 110.000 a.C. e il 10.000 a.C.

[2] Cultura preistorica del Paleolitico superiore, datata all’incirca da 40.000 a 18.000 anni da oggi.

[3] J. Clottes, D. Lewis-Williams, Les chamanes de la préhistoire, La maison des roches éditeur, Paris, 2001, p.116.

[4] Ibidem.

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