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L'effetto Micheal Jackson

  • 6 ore fa
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Micheal Jackson 1958-2009
Micheal Jackson 1958-2009
"Tutti i bambini crescono, tranne uno." — J.M. Barrie, Peter Pan

Diciassette anni. Tanto è passato dalla morte del Peter Pan del pop. Un film biopic a lui dedicato ha cancellato in un battito sincopato tutto quel tempo. È come se fosse passato un solo giorno. Come se il tempo, per Michael, avesse sempre obbedito ad altre leggi.

In massa, nel primo weekend di programmazione, gli italiani sono andati a vedere Michael. Perché? Perché l'idolo, l'icona, l'uomo controverso ha vinto sulle distanze. Perché la sua musica è ancora lì, esuberante e sincera, come il primo istante in cui il giro di basso di Billie Jean ipnotizzò il mondo intero. Nella sala in cui mi trovavo ho visto coppie di una certa età. Erano lì per rivivere le emozioni della loro giovinezza, per risentire la voce di chi li fece esultare e sognare.


"Non dire mai addio, perché addio significa andar via, e andar via significa dimenticare." — J.M. Barrie, Peter Pan

Ecco perché quella sala era piena. Nessuno aveva dimenticato. In un certo senso Michael ha compiuto ancora una volta la sua magia: in un attimo ha raccolto tutti i bambini perduti degli ultimi vent'anni e li ha riportati sull'isola che non c'è.


E Neverland non è mai stata solo un ranch nel cuore della California. Era un atto di volontà contro il tempo, una dichiarazione di guerra alla realtà. Michael Jackson non si era limitato a comprare un pezzo di terra: aveva costruito, mattone dopo mattone, l'infanzia che non gli era stata concessa.


Joe Jackson, padre-padrone violento, autoritario, affamato di soldi fama e successo, è stato il Capitan Uncino della vita di Michael. E il bambino prodigio che sapeva imitare James Brown prima ancora di capire cosa fosse la solitudine aveva imparato presto che il mondo degli adulti è un posto pericoloso, fatto di contratti e palcoscenici e aspettative che schiacciano.


E Neverland era il perimetro di sicurezza che nessuno gli aveva dato. Era il posto dove i Bambini Sperduti — quelli che nell'isola di Barrie cadono dalle carrozzine e non vengono cercati — potevano finalmente smettere di correre.


Sull'isola il tempo è sincopato. Non ci sono orologi, tranne quello inghiottito dal coccodrillo — e anche quel ticchettio è lontano, subacqueo, quasi inoffensivo. È esattamente il tempo di Michael: un tempo che salta le misure, che anticipa il ritmo, che non si lascia ingabbiare nel quattro quarti del mondo normale. Il desiderio di fermare le lancette non era una patologia, era una risposta coerente a un'esistenza che lo aveva consumato troppo in fretta. A cinquant'anni portava dentro di sé contemporaneamente un bambino di dieci e un vecchio di cento, e nessuno dei due riusciva a dormire.

Ma ogni fortezza è anche una prigione, e ogni paradiso può essere letto come un luogo d'ombre da chi non vuole vedere la luce. Il paradosso crudele di Neverland è stato questo: Michael aveva costruito un luogo di purezza assoluta, almeno nelle sue intenzioni, e il mondo esterno lo aveva trasformato nel set perfetto per un processo già scritto. La malizia dell'osservatore è più potente dell'innocenza dell'intento, soprattutto quando di mezzo ci sono i tabloid, le telecamere e la fame insaziabile di vedere cadere chi sta troppo in alto.

L'isola che non c'è non esiste perché è impossibile. Esiste perché è necessaria. E Michael lo sapeva meglio di chiunque altro. Ci aveva costruito la sua vita intera, la sua speranza di contribuire in modo positivo. Di dare sollievo, di dare un sogno....

Barrie scriveva che 'nel momento in cui dubiti di poter volare, perdi per sempre la facoltà di farlo'. Per anni, Michael ha volato sopra le miserie del mondo, La sua Neverland non era un capriccio da miliardario, ma il tentativo disperato di ricostruire quell'Isola che non c'è dove, come diceva il Peter Pan letterario, 'tutti i bambini, tranne uno, crescono'. Lui ha scelto di essere quell'uno, e di provare a salvare quanti più poteva.


Perché questo "MJ effect" è così potente? Perché, oltre il rumore di fondo dei documentari scandalistici, l’icona ha vinto sulle maldicenze. La sua musica, a decenni di distanza dall'uragano Thriller, pulsa ancora di una vitalità pura e intensa; è la stessa ipnosi che il mondo avvertì quando il giro di basso di Billie Jean risuonò per la prima volta.


Il film, pur con i suoi necessari filtri narrativi, tocca il nervo scoperto della giustizia. Michael Jackson non è mai stato condannato per pedofilia in un tribunale. La legge lo ha dichiarato innocente, eppure la gogna mediatica aveva già costruito il suo patibolo. Quella devozione quasi mistica che Michael nutriva verso l’infanzia — figlia di un passato violento e di una fanciullezza negata — è stata l’arma usata per annientarlo.


Il processo del 2005 a Santa Maria rimane lo spartiacque: dieci capi d'accusa pesantissimi e un’assoluzione totale che il 13 giugno lo restituì al mondo come uomo libero, ma profondamente ferito. La difesa fu chiara: era stato solo un avido e spregiudicato tentativo di estorsione. Soldi. Tutto per soldi.

Tutto qua. Avevano appena massacrato al reputazione di uomo e la fama di un artista per arricchirsi.


Dante li avrebbe collocati senza esitazione nelle Malebolge, tra i Falsati che ingannano, mentono e imbrogliano con atti e parole. li avrebbe scaraventati senza pensarci un attimo nelle Malebolge, nel regno dell'infame Gerione.

Avrebbe riconosciuto in loro la 'Lupa' dell'avarizia, quella fiera che 'ha natura sì malvagia e ria, che mai non empie la bramosa voglia, e dopo ’l pasto ha più fame che pria'. Come quella lupa, non si sono mai saziati della distruzione di un uomo, cercando di divorarne non solo il patrimonio, ma l'anima stessa.


Le menzogne avevano minato le fondamenta dell’uomo

Il resto lo hanno fatto gli "avvoltoi" del profitto, figure come il dottor Murray — poi condannato per omicidio colposo a soli due anni di carcere! — che hanno messo fine a una parabola che cercava disperatamente di risalire.

L'uomo che cantava Heal the World, che gridava contro le prevaricazioni del potere e soffriva per le umiliazioni inflitte a ogni creatura vivente, è stato vilipeso e strumentalizzato.

Anche dopo l'assoluzione, la "macchina da soldi" non ha avuto pietà: per costringerlo a reggere i 50 concerti di This Is It — che lui stesso sentiva di non poter affrontare — è stato trattato come un ingranaggio da oliare con i farmaci, fino allo schianto finale.


La celebre mossa sulle punte di MJ
La celebre mossa sulle punte di MJ


Oggi, il biopic Micheal — che per la critica è forse troppo edulcorato, ma per il pubblico è una restituzione necessaria — dimostra che il mondo non lo ha tradito. La straordinaria interpretazione di Jaafar Jackson è imitazione, certo, ma anche risonanza emotiva che ravviva un amore mai sopito.


Il successo che la pellicola sta avendo per me è meritato. E' dovuto. Sarà anche strumentalizzato, certo. Ma spero che contribuisca a rammentare la verità sotto il fango. Ha restituire dignità ad un artista unico che ha segnato più di un'epoca, che ha sognato di poter cambiare il mondo con le canzoni, di dare un contributo concreto.

Attenzione, non intendo incensare, né costruire un santino. Michael Jackson non era perfetto.

Era un essere umano, con le sue fragilità, le sue paure, le sue zone d'ombra irrisolte — e chi non ne ha? La differenza è che le sue fragilità avevano una risonanza mondiale. Ogni sua caduta era uno spettacolo globale. Si schiarisce la pelle, vuole essere bianco. Dorme in una camera iperbarica. Si è rifatto questo e quello. Eccetera eccetera.

Ogni sua ferita veniva fotografata, commentata, monetizzata.

Wacko Jacko, lo chiamavano i tabloid, apertamente, senza vergogna. Come se deridere un uomo per il suo aspetto fosse giornalismo. Come se umiliarlo fosse intrattenimento.


E lui, come Joseph Merrick — l'Elephant Man, di cui peraltro non ha mai comprato le ossa, contrariamente a una delle tante leggende costruite intorno a lui — era stato trasformato in fenomeno da baraccone.

Disumanizzato. Ridotto a una serie di immagini grottesche da prima pagina. La vitiligine, malattia autoimmune che decolorava la sua pelle in modo irregolare e progressivo, era diventata nelle mani dei tabloid una colpa morale, quasi una confessione. Come se il suo corpo stesse tradendo qualcosa di oscuro, invece di combattere semplicemente una malattia. Come se cambiare aspetto per ragioni mediche e psicologiche — in un uomo che aveva vissuto tutta la sua formazione sotto i riflettori, che non aveva mai posseduto davvero la propria immagine — fosse una perversione invece che una risposta umanissima a un dolore reale.


In una celebre intervista a Barbara Walters nel 1997, disse:

"Non dovreste chiamarmi 'Wacko Jacko'. Io non sono 'Wacko'. Io sono Jackson. [...] 'Wacko Jacko' viene dai tabloid. Io ho un cuore e ho dei sentimenti. Mi sento in colpa quando mi fate questo. Non è carino."

Ma chi se ne importa dei sentimenti se offendere fa vendere, giusto? Oggi il fenomeno dei "Leoni da tastiera" ne è il naturale proseguimento.


Dietro il cerone, gli occhiali da sole che proteggevano l'anima, c'era un uomo che credeva davvero che le canzoni potessero cambiare il mondo. Non come slogan, non come strategia di marketing.


Ci credeva con la stessa intensità disperata con cui Peter Pan crede di poter volare — sapendo forse che il mondo degli adulti lo giudica pazzo, ma incapace di smettere. We are the world, Heal the world, Earth song: erano il grido di qualcuno che aveva visto abbastanza violenza, abbastanza sopraffazione, abbastanza umiliazione delle creature più indifese del pianeta, e non riusciva a stare in silenzio.


L'isola che non c'è -  Peter, Wendy e John volano sopra l’isola lasciando scie di polvere di fata.
L'isola che non c'è -  Peter, Wendy e John volano sopra l’isola lasciando scie di polvere di fata.




E qui sta il cortocircuito tragico della sua storia. Aveva una piattaforma che pochi nella storia dell'umanità hanno mai avuto. Miliardi di persone potevano ascoltare il suo grido di rabbia contro le ingiustizie del mondo. Lo ascoltavano, lo cantavano, lo sentivano vero. E contemporaneamente quella stessa visibilità globale lo rendeva il bersaglio più esposto, il più vulnerabile, il più facile da colpire per chi aveva interesse a farlo tacere o semplicemente a venderlo come scandalo.


Who's bad?

Come dicevi tu, lo è chi ha il coraggio di restare se stesso, di non scegliere la violenza e di non uniformarsi al gruppo per essere accettato a tutti i costi.


Creatures crawl in search of blood, Micheal...


Ma ora sei tornato a farci cantare. E spero che tu ora possa essere finalmente libero dai demoni del commercio. That is it.



 
 
 

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