Incredibile Hatshepsut!
- 7 giorni fa
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Immagina di svegliarti ogni mattina sapendo che il mondo intero ha già deciso cosa puoi essere. Figlia. Moglie. Regina consorte, al massimo. Il contorno di qualcun altro.
Hatshepsut aprì gli occhi su quel mondo — e decise che non le andava bene.
Non era una ribelle. Non era una rivoluzionaria con il pugno alzato. Era qualcosa di più raro e più potente: una donna che aveva capito esattamente chi era, in un'epoca in cui quella chiarezza costava tutto.
Siamo nell'Egitto del Nuovo Regno, XVIII dinastia, intorno al 1479 a.C. Tebe è la capitale del mondo conosciuto: ricca, colta, ancora elettrica dall'energia della riscossa contro gli Hyksos. È in questa città, in questo momento di rinascita collettiva, che una donna decide di fare la cosa più audace della storia egizia: diventare Faraone. Non reggente. Non tutrice. Faraone.
E ci riuscì per oltre vent'anni. Vent'anni non sono un incidente. Sono una scelta rinnovata ogni giorno.
La barba. Parliamone.
Nelle statue la vedete così: barba rituale, abiti maschili, spalle squadrate.
Qualcuno ancora oggi la descrive come un "travestimento", come se stesse recitando una parte non sua. Ma stavano guardando dal verso sbagliato.
Hatshepsut era consapevole di una cosa precisa: avere una donna sul trono del Faraone era qualcosa di talmente insolito da richiedere una risposta visiva, politica, teologica. Immediata. La barba posticcia non era un capriccio estetico — era un segno di divinità, riservato esclusivamente alle rappresentazioni del Faraone e degli dei. Indossarla significava dire, senza possibilità di fraintendimento: io sono quella funzione cosmica. Allo stesso modo, gli abiti maschili al posto di una veste che coprisse il seno non era casualità, era un sistema di simboli millenario che lei adottò integralmente, perché sapeva che per legittimarsi non bastava regnare bene — bisognava sembrare ciò che il mondo si aspettava di vedere sul trono.
Stava parlando la lingua del potere con l'accento perfetto.
Diceva, in sostanza: Guardatemi bene. Io sono ciò che serve a questo mondo.
Poi mandò le navi verso Punt.
Mentre altri faraoni cercavano gloria nei campi di battaglia, lei cercò qualcosa di più sottile: la meraviglia. Organizzò una spedizione verso la leggendaria Terra di Punt — forse l'attuale Somalia, forse qualcosa di ancora più lontano nell'immaginario del tempo. Le sue navi tornarono cariche di oro, avorio, ebano, animali mai visti, spezie che profumavano di mondi sconosciuti. E alberi di incenso vivi, con le radici ancora nella terra, da piantare nel suo tempio.
Pensateci: non voleva il profumo degli dei in una giara. Lo voleva che crescesse, accanto a lei, per sempre.

Senenmut: l'uomo che costruì i suoi sogni — e forse il suo cuore
Ogni grande storia ha un personaggio che non riesci a smettere di guardare. In quella di Hatshepsut, quell'uomo si chiama Senenmut.
Iniziò come funzionario di modesta origine. Finì con oltre ottanta titoli, architetto del tempio più bello d'Egitto, tutore della principessa, braccio destro del Faraone. Una carriera che sulla carta sembra impossibile — a meno che non ci fosse qualcosa di più, tra lui e lei, che il protocollo di corte non poteva nominare ma nemmeno del tutto nascondere.
Le statue parlano, se le si guarda con attenzione. In diverse di esse, Senenmut è ritratto mentre tiene tra le braccia la piccola Neferure, la figlia di Hatshepsut. È un'immagine di una tenerezza quasi sospetta per l'epoca: la bambina raccolta, protetta, il volto che emerge appena. Un tutore? Certamente. Ma quell'abbraccio ha qualcosa che va oltre il dovere.
E poi c'è la tomba. Senenmut si fece costruire il sepolcro — la TT353 — proprio sotto il cortile del tempio di Hatshepsut, a Deir el-Bahari. Non accanto. Sotto. E i tunnel delle due tombe sembrano orientati l'uno verso l'altro, come due linee che cercano di incontrarsi nel buio della roccia, nel silenzio eterno del regno di Osiride.
Amore o ambizione? Probabilmente entrambi, come accade sempre nelle storie vere. Forse fu un patto tra anime simili: lei gli diede il potere di costruire cose meravigliose, lui le diede la solidità di un regno che reggesse.
Un matrimonio nell'ombra, senza nome ufficiale, ma scritto nella pietra — letteralmente.
Il sogno di Neferure
Hatshepsut non voleva essere un'anomalia della storia. Voleva essere un inizio.
Sua figlia Neferure non fu cresciuta come una principessa tradizionale, destinata a diventare il gioiello silenzioso di qualche alleanza diplomatica. Le fu assegnato il titolo di "Sposa del Dio", apparve in contesti ufficiali riservati agli eredi, fu mostrata al mondo come si mostra un successore — non un ornamento.
Per la sua educazione, Hatshepsut scelse il meglio che il regno potesse offrire: tra i suoi tutori figuravano Senenmut — l'uomo che aveva già il cuore del tempio e forse quello della madre — e Ahmose Pen-Nekhebet, uno dei funzionari più rispettati della corte. Neferure apparve in contesti ufficiali riservati agli eredi, fu scolpita sui muri di Deir el-Bahari, fu immortalata in decine di statue cubo accanto a Senenmut — quelle immagini di tenerezza sospetta dove la bambina emerge tra le braccia del tutore come qualcosa di prezioso e fragile insieme.
Hatshepsut stava scrivendo, con pazienza e determinazione, un futuro diverso. Una linea di regine. Un precedente che nessuno avrebbe potuto ignorare.
Non ci riuscì. Neferure scomparve dalle cronache prima ancora della madre. Non sappiamo come morì, non sappiamo quanti anni avesse. Sappiamo solo che a un certo punto il suo nome smise di apparire — e con esso, il sogno di una dinastia al femminile si dissolse nel silenzio.
C'è qualcosa di straziante nell'immaginare Hatshepsut che continua a regnare dopo quella perdita. Costruisce, commercia, ordina spedizioni, supervisiona colonne e bassorilievi — e da qualche parte, sotto quella maschera di Faraone, porta il lutto di una madre che aveva immaginato un futuro per sua figlia che il destino non le concesse.
Deir el-Bahari esiste ancora.
Se un giorno andate in Egitto, andate lì. Tre terrazze che emergono dalla roccia come se la montagna avesse deciso, un mattino di tremila anni fa, di diventare architettura. Non è un edificio che urla la propria grandezza — è uno che respira. Che aspetta. Che racconta, a chi ha la pazienza di ascoltare, la storia di una donna che voleva dialogare con l'eternità.
E ci stava ancora riuscendo, anche dopo che qualcuno aveva cercato di silenziala.
Hatshepsut aveva capito una cosa che molti sovrani prima di lei avevano ignorato: le battaglie finiscono, le conquiste si dimenticano, i confini si spostano. Ma una storia incisa nella pietra — quella dura quanto l'eternità.
Per questo, nel 1479 a.C., diede l'ordine di costruire qualcosa che non fosse solo un tempio. Voleva un libro. Un libro di pietra, alto tre piani, scavato nella roccia viva di Deir el-Bahari, che raccontasse al mondo — e agli dei — chi era stata davvero. I lavori durarono quindici anni. Quindici anni in cui ogni colonna, ogni bassorilievo, ogni cappella fu pensata, discussa, voluta.
E l'uomo che tradusse quella visione in architettura fu Senenmut.
Si ispirò al tempio di Mentuhotep II, che sorgeva lì accanto come un antenato silenzioso — ma prese quel modello e lo trasformò, ingrandendo ogni singolo elemento come si fa quando si vuole che il mondo capisca: questa storia è più grande. Il risultato fu una struttura che ancora oggi, tremila anni dopo, toglie il fiato. Non per la sua grandiosità urlata, ma per la sua precisione. Per come sembra nata dalla montagna stessa, non costruita davanti a essa.
Il piano terra: il giardino che non c'è più
Chi entrava nel tempio di Hatshepsut tremila anni fa si trovava prima di tutto in un giardino. Un giardino con alberi esotici, profumati — gli stessi alberi di incenso portati vivi dalla spedizione a Punt, piantati lì, con le radici nella terra sacra del tempio. Oggi non c'è più nulla di tutto questo. Il tempo e il deserto hanno fatto il loro lavoro, e di quel giardino resta solo l'assenza — forse la perdita più silenziosa dell'intero sito.
Oltre il cortile, i colonnati con pilastri quadrati raccontavano ancora: scene del Basso Egitto, le paludi, e persino Thutmose III che danza davanti ad Amon — una delle poche concessioni iconografiche al figliastro che condivideva con lei il titolo formale di co-reggente.
Il secondo livello: dove la storia diventa immagine
Salendo, il tempio si apre. Due pozze riflettenti e file di sfingi accompagnavano il cammino verso la rampa successiva, creando uno spazio che doveva sembrare sospeso tra il mondo dei vivi e quello degli dei.
Qui si trova una delle cose più straordinarie dell'intero edificio: la prima documentazione pittorica di una spedizione commerciale nella storia dell'umanità. Le pareti del Colonnato del Barco raccontano la spedizione a Punt nei minimi dettagli — le navi, gli alberi caricati con le radici, gli animali esotici, i capi locali che si inchinano. Non era propaganda: era orgoglio. Hatshepsut voleva che chiunque passasse di lì capisse cosa aveva fatto, dove era arrivata, cosa aveva portato a casa.
Sul lato opposto, il Colonnato della Nascita racconta la storia più audace: la sua stessa creazione divina. Secondo quei bassorilievi, Hatshepsut non era figlia di un uomo comune — era figlia di Amon stesso. Una narrazione teologica costruita con precisione chirurgica per rispondere, una volta per tutte, a chiunque avesse osato mettere in discussione la sua legittimità.
E poi ci sono i santuari. La Cappella di Hathor — la dea dalla faccia di donna e le orecchie di vacca, con il suo strumento musicale in mano — con la sua sala ipostila e le dodici colonne che portano il suo volto. E la Cappella di Anubi, con le colonne scanalate e il soffitto astronomico che trasforma ogni sguardo verso l'alto in un viaggio tra le stelle.
Il terzo livello: dove il suo volto fu cancellato
Il piano più alto è anche il più silenzioso, e il più doloroso.
Un doppio porticato di colonne apre su uno spazio che un tempo era pieno di lei — il suo volto, il suo nome, la sua storia. Oggi quelle immagini non ci sono più. Furono distrutte e sostituite, una per una, con il volto di Thutmose III. Non fu un atto di rabbia — fu, come abbiamo visto, una decisione politica fredda e calcolata. Ma il risultato è lo stesso: il livello più alto del suo tempio, il luogo più vicino agli dei, porta il volto di qualcun altro.
In fondo al cortile, il Santuario di Amon — ricostruito poi in epoca tolemaica e riconsacrato a Imhotep — chiude il percorso come un punto finale su una frase lunghissima.
Perché questo tempio conta ancora
Djeser-Djeseru non è solo bello. È il punto di partenza di tutta l'architettura templare del Nuovo Regno. I faraoni che vennero dopo guardarono quelle tre terrazze, quelle colonne, quella simbiosi perfetta tra costruzione e montagna — e cercarono di fare lo stesso. Non sempre ci riuscirono.
Hatshepsut voleva raccontare la storia della sua vita. Ci riuscì così bene che quella storia, tremila anni dopo, è ancora lì — anche dove le hanno tolto il volto. Forse proprio lì, in quei contorni scalpellati, si capisce meglio di tutto chi era: una donna la cui presenza era talmente ingombrante che l'unico modo per affrontarla era cancellarla.
E anche questo, alla fine, non bastò.
Perché sì, dopo la sua morte arrivò la cancellazione.
La cancellazione. Ma non quella che pensate.
Dopo la sua morte, il suo figliastro Thutmose III — e in seguito suo figlio Amenhotep II — fecero scalpellare il suo nome, martellare il suo volto, distruggere i suoi cartigli. Per secoli si è raccontata questa storia come una vendetta personale: l'uomo che aveva visto la sua corona usurpata, che covava odio da decenni, che aspettava solo il momento giusto per cancellarla dall'esistenza.
Ma la realtà è più complessa, e per certi versi ancora più straziante.
Thutmose III quasi certamente non la odiava. Lo dimostra un dettaglio significativo: non cancellò le rappresentazioni di Hatshepsut come co-monarca insieme a lui, né agì immediatamente dopo la sua morte. L'eliminazione avvenne solo verso la fine del suo regno, probabilmente come misura politica in vista della successione. Il problema non era lei come persona. Il problema era Maat — l'ordine cosmico, l'equilibrio su cui gli Egizi fondavano l'intera esistenza. Una donna sul trono del Faraone sconvolgeva quell'ordine per definizione, non per colpa sua.
Cancellare quelle immagini era, nella logica del tempo, un atto di restaurazione del mondo — lo stesso identico motivo per cui lei le aveva create: preservare Maat, convincere il cosmo che tutto era al suo posto.
Una cattiveria.
A questo punto però voglio fare una ipotesi. La scomparsa di Neferure può essere stata voluta da Thutmose III che di certo non gradiva venir superato anche dalla figlia, oltre che dalla madre. La mia è solo una speculazione. Inoltre, se il vero padre di Neferure fosse stato Senemut, chiaramente amante della Regina, questo avrebbe alleggerito la mano di Thutmose III nel tracciare l'infausto destino della giovane.
Come dice il proverbio: a pensare male si fa peccato però...
Scalpellarono il suo nome. Distrussero i suoi cartigli. Martellarono il suo volto sulle pareti che lei stessa aveva fatto costruire. E tuttavia non funzionò. La storia, come sa fare, ha trovato il filo e ha tirato.
Quello che mi colpisce di Hatshepsut non è solo ciò che fece. È come lo fece — senza negare la propria natura, senza scusarsi di esistere, senza chiedere il permesso. Quando il mondo non aveva un posto per lei, non aspettò che qualcuno glielo creasse. Lo costruì. Di pietra, di luce, di lapislazzuli e di quell'incenso di Punt che ancora oggi, se chiudi gli occhi nel giusto modo, sembra quasi di sentire.
Con la grazia di una regina. Con la forza di una donna consapevole. Con l'anima, intera, di sé stessa.




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