Il mistero dello scarabeo "extraterrestre"
- 19 apr
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Il fumo acre del mirto e dell'incenso danza pesante nell’aria del Luogo Puro. Le ombre proiettate dalle lampade ad olio tremano sulle pareti, proprio come tremano le mie dita mentre sollevo l'oro dal vassoio di cedro.
Non è solo il peso del metallo a rendere le mie braccia pesanti, ma il silenzio di questo ragazzo che giace davanti a me. Il Faraone. Morto prima di poter vedere i frutti del suo regno, prima che i suoi passi diventassero pesanti come i nostri.
Sento il freddo dell'oro contro i palmi sudati. Ma poi, il mio pollice sfiora lo scarabeo centrale.
Non è freddo. Sembra vibrare di un calore antico, trattenuto per millenni. Questo vetro giallo, colto nel cuore del deserto dove solo il vento osa gridare, ha un riflesso che non appartiene a questo mondo. Mentre lo osservo, la luce della lampada attraversa la sua trasparenza lattiginosa e per un istante non vedo più le bende, il natron o le giare canopiche. Vedo il fuoco caduto dal cielo.
Sento un brivido lungo la schiena. Noi sacerdoti sussurriamo che questo materiale sia nato quando una stella ha toccato la sabbia, fondendola nel bacio di un dio. Tenere tra le mani questo pettorale è come stringere un frammento di sole solidificato.
Mentre lo adagio sul suo petto immobile, tra le ali di lapislazzuli del falco, sento una strana consolazione. Oro per la carne degli dei, pietre dure per le ossa del cielo. Questo ragazzo non camminerà più tra le canne del Nilo, è vero, ma con questo talismano al cuore… come potrebbe mai perdersi nelle tenebre del Duat?
Il vetro del deserto brilla un’ultima volta prima che le bende lo nascondano per l'eternità. È fatto di luce eterna. E ora, anche lui lo è.
Tra i tesori strabilianti rinvenuti nella tomba di Tutankhamon (KV62), ce n'è uno che sfida i confini tra archeologia, arte e astronomia: il Pettorale dello scarabeo alato.
Non è solo un capolavoro di oreficeria, ma custodisce al centro un mistero vecchio di 29 milioni di anni: uno scarabeo scolpito in Vetro del Deserto Libico (Libyan Desert Glass), un materiale che letteralmente "viene dalle stelle".
L'Enigma del materiale. Un gioiello extraterrestre?
Per decenni, dopo la scoperta di Howard Carter nel 1922, si era pensato che lo scarabeo centrale fosse fatto di semplice calcedonio giallastro. Solo nel 1996, grazie alle analisi del mineralogista italiano Vincenzo de Michele, si è scoperto che si trattava di un materiale rarissimo e unico.
Il vetro del deserto si è formato circa 29 milioni di anni fa nel "Gran Mare di Sabbia" (tra l'Egitto e la Libia). Un enorme meteorite (o un asteroide) esplose nell'atmosfera o impattò il suolo, sprigionando un calore così intenso da fondere istantaneamente la sabbia silicea in vetro traslucido. questo ne dà l'origine comica o più coinvolgente "extraterrestre". E' chiaro che con tale denominazione non ci si riferisca ad un oggetto realizzato da esseri di un altro pianeta...
Lo scarabeo è composto per il 98% da silice, il che lo rende uno dei vetri naturali più puri al mondo.
Ora l'aspetto cruciale, il suo simbolismo. Gli antichi Egizi non sapevano della collisione cosmica, ma percepivano la natura speciale di quel "vetro giallo" trovato nel cuore del deserto più inospitale. Per loro, era un pezzo di sole solidificato. Ogni elemento decorativo del pettorale racchiudeva infatti un significato spirituale-allegorico e un potere magico-rigenerativo. Non dimentichiamo ci che il pettorale era stato realizzato per accompagnare, proteggere e aiutare il giovane faraone nel suo viaggio nella Duat.
Quel pezzetto di "sole solidificato" richiamava la carne dorata degli dèi e la loro naturale immortalità. Lo scarabeo pare respirare al ritmo dei raggi del sole... Quando la luce lo colpisce, sembra emanare luce dall'interno dell'oggetto stesso. Per un egizio, questo significava che il gioiello non stava solo riflettendo il sole, ma che conteneva la luce divina. Era un frammento di luce eterna che non si sarebbe mai spenta, nemmeno nell'oscurità della tomba.
Il viaggio Celeste
Il pettorale è infatti un condensato di teologia egizia, rappresentando il viaggio eterno del sovrano e la protezione degli dei.
La scelta dello scarabeo non era casuale. Gli Egizi osservavano questo insetto far rotolare palline di sterco sulla sabbia e credevano che da esse nascessero nuovi piccoli senza bisogno di accoppiamento (ignorando che le uova fossero deposte all'interno). Questo lo rese il simbolo perfetto di Khepri, il dio che "viene all'esistenza da solo". Come lo scarabeo spinge la sua pallina, così Khepri spinge il disco solare nel cielo, dal buio dell'orizzonte verso la luce del giorno.
Rappresenta il Sole del mattino, la potenzialità pura e la rinascita costante.
Lo scarabeo poggia su una barca (la Mesektet), che naviga sul cielo notturno per poi risorgere all'alba.
La barca è circondata da decorazioni floreali di loto e papiro, simboli dell'Alto e Basso Egitto. Ovviamente non era una barca qualsiasi. Gli Egizi, come accennato, credevano che il Sole viaggiasse su una barca attraverso il cielo (di giorno) e il mondo sotterraneo (di notte).
Il pettorale raffigura il momento cruciale della resurrezione: il sole/scarabeo che sorge dalle acque primordiali sulla sua barca per sconfiggere le tenebre. Il faraone dunque stava per rinascere o risorgere a nuova vita.
Grandi ali colorate (fatte di lapislazzuli, corniola e pasta vitrea) che si aprono verso l'esterno, tipiche del dio Horus, a protezione del faraone, spuntano dall'insetto. Sono un autentico scudo magico. Esse indicano che il potere di rinascita dello scarabeo si estende su tutto il cosmo. Proteggono il nome del Faraone racchiuso nel gioiello.
Al di sopra, ecco il disco solare che contiene l'Occhio di Horus (Udjat), affiancato dalle divinità Thot e Ra-Horakhty. Rappresenta l'equilibrio tra le forze celesti. Il Sole (giorno) e la Luna (notte) sono i due "occhi" del cielo. Insieme, garantiscono che il ciclo del tempo non si fermi mai Indossando questo pettorale, Tutankhamon non sta solo chiedendo protezione, ma sta diventando lui stesso parte del ciclo astrale.
Egli non "muore", ma "tramonta" per risorgere ogni mattina, esattamente come lo scarabeo di vetro giallo.
Vera opera d'arte
Ciò che lo rende davvero straordinario è l'armonia tra materiali rari e una tecnica esecutiva magistrale.
Oro massiccio, lapislazzuli (dall'Afghanistan), corniola, turchese e, naturalmente, il vetro del deserto. E poi l'uso del cloisonné (celle d'oro riempite di pietre dure o vetro fuso) raggiunge qui una precisione millimetrica. Non vi è dubbio che si tratti di un oggetto di rara bellezza e potere; d'altronde era destinato a coprire il petto della mummia del giovane re per garantirgli la vita eterna.
Perché è importante oggi?
Il pettorale di Tutankhamon è l'unico gioiello conosciuto dell'antico Egitto a utilizzare il vetro del deserto libico. Questo dettaglio ci dice molto sulla conoscenza del territorio da parte degli Egizi: erano pronti a sfidare le zone più remote del Sahara per recuperare materiali che ritenessero dotati di poteri divini. Ma c'è di più e questo vale per ogni oggetto di culto.
Il Linguaggio dell'Anima: dai graffiti all’oro dei Faraoni
Ogni oggetto di culto, dallo scarabeo solare all'occhio di Horus, dalla croce Ankh ai pesanti scettri del potere, non è mai stato un semplice ornamento o un freddo attributo politico. Questi reperti sono, prima di tutto, il retaggio di un’instancabile ricerca del sacro. È possibile, anzi probabile, che con lo scorrere dei millenni persino chi li ha riscoperti o ridipinti ne abbia smarrito l’origine esatta, trasformando il rito in estetica. Eppure, questo non ne sminuisce il valore: la loro potenza risiede in una narrazione trasversale che unisce civiltà lontanissime tra loro.
Un filo rosso tra le epoche
Dai pilastri istoriati di Göbekli Tepe alle necropoli di Tebe, dai menhir celtici ai sarcofagi etruschi che sorridono all'eternità, l’umanità racconta da sempre la stessa storia. È un racconto iniziato migliaia di anni fa, nel buio del Paleolitico, quando i nostri antenati — con le dita ancora sporche di ocra, carbone e ispirazione — tracciarono i contorni della propria anima sulle pareti delle grotte. In quel momento, la pietra nuda divenne la prima cattedrale dell'umanità.
La vittoria sul Caos e... sul silenzio
Ciò che cercavano quegli artisti primordiali è lo stesso traguardo dei costruttori delle piramidi: la vittoria sul Caos. Se per gli Egizi il caos era rappresentato dalle sabbie mobili del deserto che minacciavano l'ordine del Nilo, per l'uomo di ogni epoca il caos supremo è la morte.
Questi simboli sono "tecnologie dello spirito" create per:
Esorcizzare l'ignoto e dare una forma a ciò che non ha nome.
Sconfiggere il tempo e trasformare la materia deperibile (carne e ossa) in materia eterna (come l'oro e il vetro del deserto).
Trovare un ponte tra il quotidiano e l'assoluto.
Il Mistero che ci interroga
Questo era, ed è tuttora, il grande mistero a cui cerchiamo spiegazioni e significati: la consapevolezza della nostra finitudine e il desiderio feroce di superarla. Ogni civiltà ha elaborato la propria risposta, la propria "chiave", ma la domanda resta identica. Guardando oggi lo scarabeo di Tutankhamon, non vediamo solo un gioiello: vediamo il grido di un'intera specie che, davanti al buio, ha scelto di rispondere con la luce della bellezza.





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