top of page

La Dea delle origini



Inclinò la testa, socchiudendo gli occhi.


Quella tonalità rosso cupo mancava di qualcosa… Si grattò la fronte, lasciando una striscia vermiglia proprio sopra al sopracciglio destro. Storse la bocca e con pazienza riprese a rimestare i colori nella ciotola.

Il baluginio ardente della fiammella spandeva una luce calda e ampia, senza fumo né odore a infastidire la vista o il respiro. La lampada d’argilla alimentata da una tibia di vacca avrebbe dato energia alla luce ancora a lungo. Ritoccò il profilo e la parte sottostante con le dita, muovendole piano sempre nello stesso verso finché striature dorate comparvero sul manto. Per esaltare il volume del dorso soffiò con la bocca ocra gialla, una, due, tre volte. Getti rapidi e precisi. Si fermò, inspirò e scrutò a lungo. Infine sorrise. Adesso era come voleva.


La sua creatura di roccia e colore scalpitava, pronta a guizzare veloce e bellissima; era pronta a correre insieme alle altre incise sulla pelle robusta nel ventre della caverna. Sbuffi pesanti echeggiarono nella grotta.

Si guardò attorno titubante, spalancò le palpebre ma l’oscurità, compatta e densa, non si lasciava spiare. Poi lo sentì: il rumore degli zoccoli, il respiro veloce degli animali, il fremere del vento, il rombo della terra. Il suo sguardo fu catturato da quello vivo di cervi, daini, cavalli, uri che parvero animarsi e seguire i guizzi luminosi della lampada.

Non poteva essere, il rituale non aveva ancora avuto luogo!

Perse l’equilibrio e per poco non cadde dall’impalcatura di assi e massi. Il suo cuore vibrò all’unisono con quello delle creature di roccia e colore, della grotta e di Lei, che si manifestava come e quando voleva.


Forse così, decine di migliaia di anni fa, prendeva vita un’opera arte che era anche un’opera magica. Uomini e donne artisti, come suggerirebbero le ricerche sulle impronte di mani rintracciate nelle grotte del Paleolitico, che realizzarono meraviglie pittoriche fatte di giochi di luce, effetti tridimensionali, senso del movimento e vitalismo, tanto vitalismo da far dubitare che siano solo creature tratteggiate con dita e/o bastoncini di legno.


Oltre al senso del bello, si percepisce anche il senso del sacro, già presente con simboli e rituali.





Donne e uomini artisti che, nel cuore scuro della grotta e su pareti ruvide e spesso scomode da raggiungere, non disegnavano semplicemente ma comunicavano con gli spiriti degli antenati e con l’entità che era origine della vita.


Lei si mostrava nella corsa dei cavalli, nel ruggito dei leoni, nel lungo sonno rigeneratore dell’orso, nel moto degli astri e nel ciclo costante degli frutti vegetali.


Nel Paleolitico superiore, che abbraccia un arco di tempo che va approssimativamente dal 40.000 a.C. fino al 10.000 a.C., esisteva la spiritualità? La risposta è sì. E il senso del magico come manifestazione di fenomeni fisici inspiegabili? Anche.



Agli occhi delle donne e gli uomini del Paleolitico il mondo in cui erano inserito seguiva leggi costanti ma incomprensibili e mostrava fenomeni inspiegabili, tanto meravigliosi quanto terribili. Possedeva il segreto della vita, della morte e della rinascita come dimostravano gli alberi da frutto che morivano per poi tornare in vita e donare cibo. Tuttavia per le creature viventi era diverso. Esseri umani e animali morivano come la vegetazione ma non rinascevano allo stesso modo.


Cosa accadeva, allora?

Già i Neanderthal, di cui conserviamo chiare tracce nel nostro DNA moderno, avevano sviluppato una forma di “spiritualità funebre”, come dimostrerebbero le loro antiche sepolture in cui si ravvedono gli indizi di un consapevole simbolismo rituale: ossa incise, ocra rossa cosparsa sui corpi, tracce di pollini e raccolta di minerali e fossili; l’esistenza, in aggiunta, di pollini e vari focolari attorno ad alcune sepolture testimonia un minimo cerimoniale.

Secondo recenti studi, le analisi dei resti fossili confermano che i Neanderthal effettuavano riti funebri; è quanto dimostra lo scheletro neanderthaliano di oltre 50.000 anni fa ritrovato nella sepoltura di Chapelle-aux-Saints, in Francia. Pietà e attenzioni erano riservati anche ai membri più deboli del gruppo, come i malati e gli anziani.



Non possiamo esser certi che avessero elaborato una mitologia escatologica, ma possiamo rilevare sensibilità, attenzioni e premure verso coloro che si addormentavano in eterno e per i quali, probabilmente, si sperava in una rinascita in un mondo diverso, in cui oggetti di uso comune e monili potevano essere utili.


La certezza della morte veniva mitigata con la speranza che anche gli esseri viventi rinascessero nell'aldilà?

È possibile, ma con certezza forse non lo sapremo mai.


Vero è che i corpi venivano inumati nel terreno, in posizione fetale, e ciò indicava un ritorno allo stato originario della vita nel grembo materno. Difatti il defunto tornava al grembo della madre terra, della Dea madre.


«Io sono colei che è la madre naturale di tutte le cose, signora e reggitrice di tutti gli elementi, la progenie iniziale dei mondi, il culmine dei poteri divini, regina di coloro che popolano gli inferi, una sola forma di tutti gli dei e le dee. Per mio volere si dispongono i pianeti in cielo, le salubri brezze marine e i lamentosi silenzi infernali. Il mio nome, la mia dignità sono adorati ovunque nel mondo, in diversi modi, con svariate usanze e con molti epiteti», scrisse Lucio Apuleio nell’Asino d’Oro descrivendo la Dea quale origine di ogni cosa.


E Lei non era trascendente o bellicosa o pacifista o gentile o crudele. Lei era tutto ed era in tutto. Soprattutto Lei era donna.

Si manifestava in forme diverse essendo principio di unità. Lei era immanente a tutto ciò che esisteva e per migliaia di anni si mostrò in forme rigorosamente femminili.

A Lei guardavano le donne e gli uomini del Paleolitico e poi del Neolitico cercando una relazione che percepivano come sacro e magico.


La Dea delle origini era l’intero mondo naturale, che si autogenerava in perpetuo. Lei era Una ma si esprimeva in infinte molteplicità.

Non vi è dubbio che l’immagine femminile sia stata una della prime raffigurazioni realizzate da mani umane: roccia, legno, ossa di animali sono i supporti più noti ai quali artisti preistorici affidarono memoria e preghiere. La Dea misteriosa e potente accompagnava e proteggeva gli spiriti dei defunti nell’aldilà guidandolo verso la rinascita; faceva nascere i frutti dalla terra, offriva piante e radici con cui nutrirsi e curarsi. Tutto proveniva da Lei. Gravida e opulente, ma anche pericolosa e indecifrabile, si esprimeva nella multiforme natura e nelle fiere feroci o mansuete.

Quei corpi, ora opulenti ora esili, e quei volti dai dettagli finemente intagliati ci parlano ancora dopo decine di migliaia di anni dei nostri antenati ma anche di noi stessi, poiché le speranze e le paure innanzi al mistero della morte e del metafisico sono pressoché le stesse.


La donna, effige antropomorfa della Dea delle origini, era ed è un elemento spirituale che unisce i popoli e trova espressione nelle “Veneri” paleolitiche, diffuse in una vasta area che andava dalle coste atlantiche sino in siberia.

Si contano circa un centinaio di statuine rinvenute tra osa e attrezzi delle popolazioni paleolitiche, oppure scolpite su terrazzamenti rocciosi forse per materializzarne la presenza.

Le Veneri sono spesso piccole, realizzate in pochi centimetri ma con molte ore di lavoro. Erano sempre nude, spesso gravide e non sono realistiche. A differenza di ciò che viene realizzato con le pitture rupestri, le statuine non restituiscono la veridicità del volto o del volume di un corpo: l’esagerazione e l’astrazione delle forme ci racconta di una visione simbolica e misteriosa del divino.


Allora, forse, quelle forme umane ma non troppo dovevano materializzare l’azione del divino sul piano umano?



Il volto sereno ed enigmatico della Venere di Brassempouy, scolpita circa 22.000 anni fa in osso di mammut e di cui ci resta solo la testa altra circa 3,65 cm, ci invita a rammentare che Lei, in qualsiasi forma e con qualsiasi nome, era l’origine sacra della vita, il grembo da cui si nasceva e a cui si faceva ritorno.


Il racconto delle Dea prosegue nel neolitico, sopravvive al ferro tagliente del culti patriarcali, e vive ancora oggi. Iside, Astarte, Atena, Bona Dea e Ishtar sono solo alcuni dei nomi, sono alcune delle molteplici forme con cui la Dea delle origini si è mostrata.


Il suo racconto prosegue...















Comments


bottom of page