L'inchiostro di Seshat - Le donne scriba nell'Antico Egitto
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L'inchiostro rosso per i titoli e gli inizi dei capitoli, quello nero per le parole di tutti i giorni. Il fusto di giunco, masticato all’estremità per farne un pennello, è stretto tra le mie dita, consumate dallo stesso sforzo che appartiene ai padri e ai fratelli delle grandi casate. Loro siedono nei grandi uffici del Visir, contano i sacchi di grano che entrano nei granai reali, sussurrano nei corridoi del potere.
Io siedo qui, nella quiete della corte tebana, all'ombra della Divina Adoratrice.
Dicono che la scrittura sia un affare da uomini, che le Case della Vita aprano le porte solo ai fanciulli. Eppure, Seshat, la Signora della Scrittura, colei che fissa i destini sulle foglie dell'albero ished, è una dea. Non un dio. Se il principio del mondo è una donna che stringe lo stilo, perché la terra dei vivi dovrebbe stupirsi di me?
Il papiro gratta leggermente sotto la mia mano. Registro entrate, canoni d'affitto, ordini per i templi. Ogni segno che traccio è un nodo di potere, un pezzo di realtà catturato e reso eterno. Non ho avuto bisogno di leggi che mi autorizzassero; ho avuto bisogno di un padre che mi guardasse e vedesse una mente anziché solo una dote, di risorse per pagare i maestri e di uno status che costringesse gli altri a portarmi rispetto.
Il mio nome è Iretrau, sono una donna e sono una scriba.
E ogni volta che intingo il pennello nell'acqua, ricordo al mondo che la conoscenza non ha sesso, ha solo bisogno di... rispetto.
Quando si studia la condizione femminile nel mondo antico, l'Egitto dei faraoni sorprende sempre per la straordinaria indipendenza giuridica concessa alle donne: potevano gestire beni, ereditare, divorziare e persino adire le vie legali in totale autonomia. Questa libertà formale si rifletteva anche sul piano dell'istruzione: non esisteva, infatti, alcuna legge o decreto reale che vietasse espressamente alle donne l'accesso alla professione di scriba.
Eppure, scorrendo i registri storici, i nomi femminili legati a questa mansione rimangono pochissimi. La spiegazione non va cercata nell'impossibilità legale, ma nei rigidi binari della consuetudine sociale. La carriera amministrativa era la spina dorsale dello Stato egizio, un percorso che richiedeva lunghi anni di formazione nelle "Case della Vita" (i centri di alta cultura del tempo) e che apriva le porte a reti di patronato, cariche pubbliche itineranti e ruoli politici. Un universo burocratico strutturato da uomini e destinato quasi esclusivamente ai figli maschi delle élite benestanti.
Tuttavia, quando convergevano le giuste variabili — un'estrazione sociale elevata, risorse economiche e un ambiente familiare favorevole — le barriere sociali cedevano il passo al talento. E alcune donne riuscirono a lasciare il proprio segno nella storia.
Dall'amministrazione dei templi alla burocrazia domestica
Il nome più celebre e autorevole giunto fino a noi è senza dubbio quello di Iretrau. Vissuta durante il Periodo Tardo (sotto la XXVI dinastia), questa nobildonna non esercitava una mansione puramente onorifica. Svolgeva un ruolo di altissima responsabilità contabile e di cancelleria a Tebe, al servizio di Nitocris, una delle più influenti Divine Adoratrici di Amon. L'importanza del suo incarico era tale che il titolo di "scriba donna" venne inciso con immenso orgoglio più volte tra le pareti della sua tomba, a peritura memoria della sua competenza e dell'assoluta fiducia di cui godeva a corte.
Ma l'alfabetizzazione femminile non si limitava ai massimi vertici dello Stato. Spesso si declinava in una dimensione più sommersa, legata alle necessità quotidiane o alla gestione produttiva. I trattati biografici del Medio e Nuovo Regno svelano l'esistenza di donne che pur non fregiandosi del titolo ufficiale di scriba, possedevano solide competenze matematiche e di scrittura. Ne sono un esempio le "sorveglianti degli archivi" o le "contabili del telaio", figure chiave che coordinavano i settori manifatturieri e gestivano flussi di merci operando nell'ombra delle grandi amministrazioni.
Spostandoci nel celebre villaggio degli artigiani di Deir el-Medina (Nuovo Regno), la documentazione su frammenti di calcare e ceramica (ostraka) rivela una diffusione della scrittura insospettabile tra le mura domestiche.
Qui incontriamo la figura di Naunakhte, una donna determinata che, pur non essendo una scriba di professione, padroneggiava la parola scritta al punto da redigere e dettare davanti al tribunale locale un testamento articolato per tutelare i propri diritti patrimoniali. E il suo non era un caso isolato: gli archivi del villaggio menzionano almeno altre tre mogli di artigiani impegnate a registrare le razioni di tessuto e a tenere la contabilità degli scambi familiari, a testimonianza di un'istruzione pratica radicata nella vita della comunità.
Il paradosso del mito: il primato di Seshat
Questa complessa realtà storica dialoga in modo affascinante con la sfera religiosa. Gli antichi egizi, infatti, non consideravano la sapienza scritta come un'esclusiva maschile, almeno a livello teologico. Se Thot era il dio del computo e della saggezza, la divinità preposta alla tenuta materiale degli archivi, alla misurazione geometrica dei confini e alla registrazione dei destini reali era una figura femminile: Seshat, la Signora della Scrittura.
Un magnifico frammento in pietra calcarea del Medio Regno (XII dinastia), oggi custodito al Brooklyn Museum, mostra chiaramente la dea concentrata nell'atto di redigere un documento. Questo legame millenario tra il sacro potere del calamo e l'identità femminile dimostra che, sul piano ideale e concettuale, la mente della donna era considerata pienamente capace di governare la complessità dei segni sacri.

La discrepanza tra la maestosità del mito e la rarità delle donne scriba nella vita di tutti i giorni ci mostra una dinamica senza tempo: le barriere più difficili da abbattere non sono quelle scritte nella pietra delle leggi, ma quelle invisibili dettate dalle convenzioni del proprio tempo. Eppure, le storie di Iretrau, Naunakhte e delle contabili rimaste anonime dimostrano che, quando lo spazio sociale lo permetteva, le donne sapevano governare la parola scritta con la medesima, assoluta autorevolezza degli uomini.
C’è un filo che non si spezza mai.
A prescindere dal periodo storico, dalla civiltà, dalla latitudine. La società funziona come un ecosistema — e gli ecosistemi, per definizione, si autoproteggono. In questo caso l’ecosistema è maschile, e i privilegi che difende sono sempre gli stessi.
Essere scriba nell'antico Egitto significava avere accesso alle cariche pubbliche, alle reti di potere, all'influenza. Non un privilegio — un diritto. Ma le donne quel diritto non dovevano averlo. Non perché mancasse loro la capacità; il sistema usava la loro mente per far di conto nell'ombra delle case e dei telai, ma negava loro il titolo. Perché concedere quel titolo avrebbe incrinato il monopolio del comando.
Si dice sempre che "dietro ogni grande uomo c'è una grande donna". È il solito, millenario contentino. Una frase che maschera l’esilio dalla storia, che giustifica l'invisibilità. Ma perché non il contrario? Perché in prima fila c'è quasi sempre lui?
Le società paleolitiche, ci dice l’archeologia, avevano una struttura paritaria, basata sulla cooperazione per la sopravvivenza. Poi, con la terra coltivata e la nascita della proprietà privata, la forza bruta è diventata criterio di controllo.
Paradossalmente, evolvendoci abbiamo deciso di essere più brutali.
Criterio di selezione. Criterio di tutto. Il corpo femminile è diventato la prima terra da recintare e controllare per garantire la discendenza dei beni. Ed è lì che qualcosa si è costruito, intenzionalmente, mattone dopo mattone, legge dopo legge, omissione dopo omissione.
Noi Sapiens dovremmo essere in grado di superare la supremazia della violenza.
Le capacità cerebrali non hanno sesso — è fisiologia, non ideologia. Eppure eccoci qui, millenni dopo, a contare le eccezioni. A celebrare le pochissime Iretrau o Naunakhte che "ce l'hanno fatta", trasformando un diritto negato in un'eccezione eroica, come se il solo fatto di esserci fosse già una concessione straordinaria.
A stupirci se ce la fanno.
Di cosa hanno paura?
Questa è la domanda che non si fa mai abbastanza. Non "perché le donne non possono" — ma "perché loro vogliono che non possano".
Hanno paura dell'orizzontalità. Hanno paura che, se si gioca ad armi pari sul terreno dell'intelletto, il privilegio sveli la sua vera natura: non una superiorità biologica, ma un abuso storico.
Tenere l'altro sempre di un passo indietro, di due, di quattro, richiede energia. Richiede sistema. Richiede intenzione. Non succede per caso. È una scelta volontaria.
I casi storici egizi - quando l'eccezione conferma la Regola
I due esempi menzionati mostrano le due strade attraverso cui l'alfabetizzazione femminile si manifestava:
Figura | Epoca | Contesto | Ruolo della Scrittura |
Iretrau | Periodo Tardo (XXVI Dinastia) | Corte della Divina Adoratrice (Tebe) | Professionale: Amministrazione di alto livello in un'istituzione quasi interamente gestita da donne. |
Naunakhte | Nuovo Regno (XX Dinastia) | Villaggio degli artigiani (Deir el-Medina) | Pratico/Giuridico: Uso della scrittura (o della dettatura consapevole) come strumento di tutela patrimoniale. |




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