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L'EGITTO A MILANO - lo sapevi?

  • 2 giorni fa
  • Tempo di lettura: 3 min
 il sarcofago di Peftjauauyaset.
 il sarcofago di Peftjauauyaset.

Dopo quasi nove anni di chiusura, riapre nel cuore di Milano la Galleria Antico Egitto del Castello Sforzesco. L'inaugurazione, il 5 marzo, accoglie i visitatori con un allestimento rinnovato e circa 330 reperti, una ottantina dei quali inediti.


Ricordo bene l'ultima volta. Era marzo — strano a dirsi, proprio marzo — di dieci anni fa. Una bella giornata di sole, il Castello che offriva quella rara commistione di epoche raccolta in un unico spazio. Dopo i cortili medievali, passeggiando tra bifore e riflessi ducali, mi ero immersa nell'antico Egitto. Strano, a Milano. Eppure funzionava.

Avevo percorso i corridoi ripercorrendo la storia di Kemet tra reperti e sarcofagi — una raccolta più contenuta, ovviamente, rispetto al monumentale Museo Egizio di Torino. Intima, direi. Ma capace di farti entrare in contatto con i resti di una civiltà che amo profondamente. Poi la chiusura. E per lunghi nove anni, niente.

Finalmente, ancora a marzo, riapre.


Il nuovo percorso espositivo è articolato in sei aree tematiche — società, scrittura, religione — con un impianto curatoriale firmato da Anna Provenzali e dall'egittologa Sabrina Ceruti. La scelta è quella di uno sguardo tematico piuttosto che cronologico, orientato a temi universali. Tra i pezzi di maggiore rilievo spiccano la statua calcarea di Amenemhat III e la mummia con sarcofago di Peftjauauiaset. E poi il Papiro Busca — sette metri di storia, concesso in deposito dalla Fondazione IRCCS Ca' Granda — reperto eccezionale in tutti i sensi.


Il nuovo allestimento, progettato dall'architetto Markus Scherer, richiama la solennità degli antichi templi con vetrine a tutta altezza che evocano colonne e un'illuminazione studiata per esaltare ogni dettaglio. Un'app dedicata accompagna i visitatori nei rituali funerari della civiltà egizia. E per le scuole, sette percorsi didattici e laboratori pensati per tutti i livelli.


Le origini della collezione risalgono all'Ottocento, quando i primi reperti giunsero a Milano destando l'interesse di Champollion stesso. Il nucleo più significativo proviene dagli scavi diretti da Achille Vogliano nel Fayum un secolo fa.

Durante i nove anni di chiusura, sarcofagi, mummie e papiri sono stati sottoposti a interventi conservativi e campagne diagnostiche.


La galleria è aperta!
La galleria è aperta!

C'è un pezzo che mi ha colpita più di tutti, il sarcofago di Peftjauauyaset. Un abbraccio di oltre 2600 anni fa.

Legno di cedro stuccato e dipinto, XXVI Dinastia, VII secolo a.C., da Tebe. Donato da Giuseppe Acerbi, console generale d'Austria in Egitto, alla Biblioteca di Brera nel 1830. Un percorso lungo quasi due secoli per arrivare fino a noi.


Apparteneva a un uomo di alto rango — lo si capisce dalla raffinatezza del volto, dalla cura delle decorazioni. Eppure a custodirlo, dentro e fuori, sono le donne. Sul coperchio esterno, Nut — dea del cielo, alata, con l'ankh in mano — è inginocchiata tra Iside e Nefti. Dentro, ai lati della dea distesa, scorrono i riti delle Veglie orarie, la protezione scandita ora per ora durante il viaggio nell'aldilà. E nella cassa, ad accogliere le spoglie nella terra, c'è Imentet, la dea dell'Occidente.


La figura femminile dipinta all'interno evoca la protezione del grembo e il suo potere rigenerativo. Iside, Nut, Nefti, Hathor — tutte si fondono in quel corpo nudo e vero, origine della vita e riflesso di culti antichissimi, di un tempo in cui il sacro aveva ancora un volto femminile.


Quel corpo disegnato dentro un sarcofago del VII secolo a.C. porta con sé il retaggio antico della donna come potenza cosmica. Interessante, no?


Ecco perchè vale la pena tornare alla Galleria dell'antico Egitto di Milano.

 
 
 

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