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IMBOLC - LA PRIMA LUCE DELL'ANNO

Febbraio rinnova il cosmo




Pluviôse.

1793, la Rivoluzione Francese si avviava verso la fase tetra del Terrore. Riorganizzando il Paese, Robespierre era stato molto chiaro, ogni festa cristiana andava estirpata come un’erbaccia e l’anno, il mese e il giorno dovevano essere ristrutturati e rinomanti secondo i principi illuministi. La Luce della Ragione avrebbe rischiarato le ombre della superstizione e dell’ignoranza. Per questo febbraio venne ribattezzato “Piovoso”.


Chissà se i razionali pensatori illuministi scelsero quel nome a caso – per meri motivi meteorologici -, oppure se si ispirarono alla antiche tradizioni pagane che riconoscevano al mese di febbraio il ruolo “purificatore” connesso alla pioggia.


Piovoso febbraio: i corpi, i campi e gli spiriti si purificarono in preparazione della rinascita primaverile e questa visione era condivisa da diverse culture antiche, come i Romani e i Celti.

Nel 1840, durante la stesura del suo capolavoro letterario, Manzoni rilevò la funzione sanificatrice della pioggia scrivendo così:


«principiò come una grandine di goccioloni radi e impetuosi che, battendo e risaltando sulla strada bianca e arida, sollevavano un minuto polverìo; in un momento, diventaron fitti; e prima che arrivasse alla viottola, la veniva giù a secchie. […] quell’acqua portava via il contagio».


L’epidemia di peste veniva lavata via dall’acqua provvidenziale e la vita tornava a fluire.


Imbolc, così i Celti chiamavano i primi di febbraio durante i quali si festeggiava “ciò che stava nel grembo” della terra e che lentamente si preparava a rinascere.

La festa di Imbolc, la cui origine etimologica è incerta, cadeva esattamente 40 giorni dopo il solstizio d’inverno e 40 giorni prima dell’equinozio di primavera. Una simmetria evocativa che manifestava l’armonia che regolava l’universo vivente: la Natura seguiva un ritmo stagionale costante con cui ogni creatura doveva accordarsi per vivere in piena eufonia, come le corde di un’arpa.


Questo momento era detto anche “Festa della luce” poiché si inaugurava il cammino luminoso del sole che conduceva all’equinozio primaverile: molti erano i falò che brillavano di giorno e di notte per dare energia alla terra e renderla feconda. Il fuoco, simbolo dell’energia divina nel cosmo, ardeva, illuminava e purificava la nuova vita.


In modo analogo, a Roma, durante il periodo arcaico, il mese di febbraio indicava il delicato momento di passaggio tra l’assopito inverno, secco e freddo, e l’esuberante primavera: le energie vitali si ridestavano ma prima di rilasciare il benefico potere, bisognava offrire doni e tributi ai morti, purificare la città e i corpi. Ecco l’origine del nome di febbraio, Februus, il dio al quale era consacrato il mese e che identificato con il dio degli inferi Plutone/Dis Pater. Februus, come Plutone, era latore di ricchezze a patto che venisse versato il tributo di sangue tramite sacrifici. Nei bassi fondi come nelle parti alte della città, si temeva Febris, la dea della febbre, che mieteva vittime senza distinzione di ceto o ricchezza; per placare la dea della febbre si compivano processioni per tutta la città, illuminando le vie con fiaccole quale simbolo di luce e di purificazione. Ecco allora che riti purificatori diventavano essenziali, non a caso februare in latino significa appunto purificare.



Dopo questi giorni di incertezza, di abluzione fisica e spirituale, si scatenavano i Lupercali.

Se i Saturnali assunsero la funzione di feste che preludevano al rinnovamento dell’anno nel periodo solstiziale, i Lupercali risvegliavano le forze primordiali della Natura generatrice: all’alba del 15 febbraio, i giovani luperci – sacerdoti- si cingevano le membra nude delle pelli strappate alle capre sacrificate e cominciavano una corsa sfrenata lungo la via Sacra partendo dal Lupercale (una grotta ai piedi del Palatino); correvano come folli, colpendo con le corregge (le strisce di pelle insanguinate) le donne che incontravano, garantendone così la fertilità[1]. Una fecondazione simbolica che si compiva grazie alla corsa frenetica dei luperci e che simboleggiava il passaggio dall’inverno alla stagione della luce e della vita.

Il termine «Lupercali», come evidenziato dallo studio Karoly Kereny, è connesso a «lupo» in quanto creature dell’anima e spiriti dei morti. La festa dei Lupercali, così focalizzata sulle donne, ebbe la sua rivisitazione cristiana virginale con la Purificatio Mariae Virginis del 2 febbraio.


Il rinnovamento del cosmo si compiva nel mese di febbraio, tra morte e vita, febbre ed espiazione, ombra e luce il cui culmine si aveva il 1° marzo, giorno del capodanno romano, in cui si onorava Giunone Lucina, era un’ipostasi della Grande Madre preposta al rinnovamento dei mesi e dell’anno, e dunque patrona della primavera e dei parti[2]. Giunone era detta anche la grande «Purificata» della festa dei Lupercali e la dea rappresentava la femminilità delle donne romane in generale.


Giunone Lucina portava la luce rinnovatrice che il mondo cristiano rivisiterà con la festa dedicata alla benedizione delle candele, nota anche Candelora.



Il rito cristiano ha modificato la festa pagana della luce riconducendola alla Presentazione di Gesù al Tempio nonché alla purificazione di Maria Vergine; a Roma si affermò a partire dal VII secolo ma la processione delle candele pare essere documentata tra la fine del secolo IX e l’inizio del X.


Anche la Candelora veniva celebrata 40 giorni dopo il solstizio d’inverno, come Imbolc.

Ciò testimonia la profonda interconnessione tra le feste cristiane e quelle pagane nonché il profondo debito delle prime verso le seconde.


Se i Romani avevano Giunone e i Cristiani la Vergine Maria Purificata, i Celti a Imbolc celebravano la dea Brigid. Luminosa e Signora del fuoco sacro, il suo stesso nome significherebbe «la brillante» a riprova dell’intensa connessione tra la dea e la festa del risveglio stagionale della Luce.


Anche Brigid, come Giunone, era una manifestazione della Grande Dea profondamente connessa con l’elemento del fuoco.



Lei, custode del mese della Luce, era la Fiamma imperiture che portava al risveglio alla vita:

- Fiamma delle arti, come fuoco sacro dell’ispirazione che alimentava lo spirito dei poeti, degli artisti; ma anche come fiamma interiore connessa alla ricerca della Conoscenza.

- Fiamma sacra della guarigione, della fertilità e delle partorienti.

- Fiamma portentosa della metallurgia, dei fabbri e della arti belliche.


Brigid infatti era una dea guerriera e sapiente, per questo era assimilata ad Atena e Minerva.

Alla dea inoltre venivano dedicati fonti d’acqua e pozzi, che di certo Ella avrebbe custodito con il furore fiammeggiante.


La sua levata durante Imbolc rappresentava l’abbraccio terso e gentile della nuova stagione che rinasceva dal buio invernale e la promessa di nuove messi, nuovi germogli e frutti del grembo. L’aspetto solare di Brigid la rendeva una dea molto amata e venerata, soprattutto in Irlanda, il cui culto sopravvisse per secoli fino all’avvento del Cristianesimo. Tuttavia, era impensabile cancellare una devozione così radicata, ecco allora che la dea Brigid divenne Santa Brigida, a cui venne eretto nel V secolo un monastero presso Kildare, in Irlanda. Qui un fuoco perpetuo è custodito da diverse monache a riprova della costante presenza luminosa della Santa.


Santa Brigida di Irlanda è vissuta realmente tra il V e il VI secolo e fu badessa del monastero di Kildare; la Santa, insieme a San Patrizio, è considerata la maggiore responsabile dell’evangelizzazione dell’Irlanda.

Un’omonima è Santa Brigida di Svezia, vissuta nel XIV secolo, nota per le sue doti mistiche e per aver fondato l’Ordine del Santissimo Salvatore.


All’origine di ogni figura santificata però vi è sempre lei, la dea Brigid simbolo dello splendore di Imbolc da onorare con la fiamma tersa di una candela:


Lei, in quanto volto della Grande Dea, è madre della natura, origine degli elementi e nutre, purifica e rinverdisce il mondo.











CONSIGLIO DI LETTURA




























[1] A. Cattabiani, Calendario. Le feste, i miti, le leggende e i riti dell'anno, Rusconi, Milano, 2008. [2] Ibidem.

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