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Il fuoco divoratore di Yahweh

La ricerca archeo-storica di Sodoma e Gomorra



Il giorno del giudizio a Sodoma e Gomorra

La pioggia di fuoco bruciava ogni cosa. Il mondo soffocava nei miasmi sulfurei mentre uomini e donne perivano pieni di paura e dolore. Il giorno si era tramutato in una lunga notte tetra, niente luce o cielo terso, solo buio e boati assordanti e folgori e morte. Fulmini guizzavano sulle vette lontane e parevano pronte a divorare ogni cosa su loro cammino.

In alto, dalla coltre rosseggiante, un lamento feroce e cupo faceva tremare il creato. Carboni ardenti precipitavano al suolo distruggendo ogni cosa.


Era l’urlo di Dio adirato?

Era quello dunque il giorno in cui il Signore degli eserciti avrebbe mostrato tutto il suo sdegno?


I racconti sull’irascibile Creatore che circolavano nel clan di Abramo erano numerosi, ma il più terribile narrava di come Egli, in uno scatto d’ira, avesse deciso di sterminare ogni creatura del pianeta con un diluvio, risparmiando solo la famiglia di Noè. A migliaia perirono, uomini, donne, bambini e animali annegarono tra le acque sempre più alte e profonde. Troppo viziosi e ingrati, questi umani. Ma, come il Creatore avrebbe dovuto prevedere, l’Umanità tende a ripetere i suoi errori. E difatti quel giorno nei pressi della Valle del Giordano la terra e i cieli preso a tremare, vacillava anche il regno ombroso dei morti a causa dell’ira del Signore.


La sua collera avrebbe bruciato il mondo?

Per gli abitanti di Sodoma e Gomorra quello era il giorno del giudizio, poiché loro erano malvagi e peccavano molto[1]. Esattamente quale era la loro colpa? Si dice la sodomia ma ritenere che l'episodio di Genesi 19 suggerisca che uomo e ragazzo di Sodoma fosse omosessuale appare poco credibile. Indubbiamente è riportato un tentativo di violenza ai danni di due forestieri (nel racconto due angeli inviati da Yahweh per capire cose stesse accadendo e per avvisare Lot). Costoro infatti vengono immediatamente ritenuti un pericolo da eliminare.




È invece plausibile che le due città cananee adorassero divinità diverse da Yahweh, e che la loro ricchezza e potenza risultasse inappropriata ai redattori biblici che trascrissero l’episodio.


Sodoma e Gomorra erano corrotte perché adoravano Baal o El, perché vivevano nell’agio, senza rendere grazie a Yahweh e per questo apparivano ingrate e superbe? O forse era perché gli abitanti delle due città vivevano in una terra bella e prospera?

Come riporta Lot: «tutta la valle del Giordano era un luogo irrigato da ogni parte, come il giardino del Signore, come la terra d’Egitto fino a Soar[2]». Tanta grazia nelle mani dei miscredenti di Dagon, Anat o Moloch? E che dire della promessa fatta ad Abramo? Stando alle parole del Signore tutta le terra, che lo sguardo del vecchio patriarca in grado abbracciare a nord, a sud, a est e a ovest, sarebbe stata sua e della sua progenie[3].


Come nel caso del Diluvio, anche la distruzione di Sodoma e Gomorra serve ad azzerare una razza di peccatori e mettere in salvo pochi prescelti, in questo caso Lot, nipote di Abramo, e le sue figlie. Ecco allora che la distruzione di Sodoma può essere stata reinterpretata dai redattori biblici con una finalità più teologica che storica: rinforzare il messaggio che essere contro Yahweh avrebbe portato solo dolore e morte.


Il pathos della distruzione di Sodoma e Gomorra ha reso l’episodio uno dei evocativi e noti.

Il mito biblico ci dice la verità?

La sorte della città è segnata. Mentre le case andavano in mille e squarci si aprivano nel terreno, ingoiando gli empi, il Signore ruggiva la sua rabbia:


Dalle sue narici saliva fumo,

dalla sua bocca un fuoco divorante;

da lui sprizzavano carboni ardenti[4].



Quel giorno, perso nel tempo e nel mito, le due città divenute sinonimo di perversione e peccato scomparvero dalla faccia della terra.

Per scoprirlo, dobbiamo separare il fatto aneddotico dal dato archeologico.

Dove iniziare a cercare?


Il bitume, l’oro nero del passato

Come suggerito dalla Bibbia, bisogna volgere lo sguardo alla Valle di Siddim, che comprendeva alcune città che si erano arricchite grazie al commercio. Tra le merci di scambio, una era particolarmente richiesta e preziosa: il bitume, una sostanza presente in natura nelle rocce di tipo sedimentario, composta da un mix di idrocarburi, e che sin dall’antichità si era scoperto che poteva essere impiegata in modo duttile e utile.


Alla particolare “sostanza nera” infatti venivano riconosciute proprietà medicamentose, e per questo veniva spalmata sulle ferite per favorirne la cicatrizzazione; gli Egizi ne facevano ampio uso per i riti di mummificazione. Era un ottimo isolante per anfore o vasi (in questo modo cibi e bevanda si conservavano a lungo); anche l’arca di Noè venne scrupolosamente cosparsa di bitume, dentro e fuori, per garantirne il galleggiamento nel mare in tempesta[5]. Inoltre faceva anche collante per i materiali da costruzione.

Il bitume veniva venduto a caro prezzo e per questo le città che ne gestivano il commercio si arricchivano, attirando inevitabilmente l’invidia delle altre città meno geograficamente fortunate.


Una delle aree più ricche di bitume si trovava nei pressi del Mar Morto, quindi vicino alla Valle di Siddim proprio dove si trovavano Sodoma e Gomorra. I Greci chiamavano la zona il “Lago dell’asfalto” in virtù dei giacimenti di bitume.




Il lago salato più famoso al mondo oggi regala uno spettacolo lunare degno di un film di Kubrik con spiagge candide costituite da cristalli di sale e acque così salate da non rendere possibile la sopravvivenza di alcuna specie ittica e, nota leggera, permettere a chiunque di galleggiare senza sforzo.

Circa 4000 anni fa nella regione prosperavano, come detto, diversi centri urbani spesso in lotta tra loro per accaparrarsi il monopolio del commercio del bitume. Protette da cinta murarie, con torri di guardia e un’ampia piazza del mercato, tali città erano il crocevia delle carovane di mercanti che viaggiavano da est a ovest, e viceversa, tra la Mesopotamia e l’Egitto. Un viavai di merci, più o meno pregiose, tra cui spiccava il “tesoro nero”.


Possiamo ipotizzare che anche le mitiche Sodoma e Gomorra si occupassero del commercio del bitume?

Che il territorio circostante le due città ne fosse pieno trova conferma nella Bibbia, in quanto «la valle di Siddim era piena di pozzi di bitume»[6] dentro cui a volte cadevano gli uomini che là si recavano, forse per distrazione, forse storditi dalle esalazioni fetide.

Le coste del Mar Morto conservano sotto gli strati rocciosi la memoria di antichi insediamenti che per millenni qui si sono sviluppate e progredite, dove molti uomini e donne vissero intrecciando i giorni alle catastrofi, alle guerre e ai racconti degli antenati, come i fili dei cesti di paglia. Qui si trovano forse le vestigia di Sodoma e Gomorra?

Secondo alcuni archeologi la zona presenterebbe preziosi indizi.


Numeira: analogie con le due città bibliche

Gli scavi archeologici condotti nell’area negli anni tra 1995 e il 2011 dal Dipartimento delle Antichità della Giordania, hanno rinvenuto le tracce di Numeira, un antico insediamento della prima Età del Bronzo, sito sulla sommità di una collina e adiacente alle coste del Mar Morto.


Il villaggio di Numeria misurava poco più di uno ettaro ed era protetto da una cinta muraria fatta di pietra e mattoni di fango spesse un metro; all’interno si trovano decine di case, composte da locali coperti costruiti intorno a un cortile aperto in cui si svolgevano gran parte delle attività familiari. Le abitazioni erano poi disposte intorno alla strada principale che attraversava il villaggio in direzione est-ovest. Ancora oggi si può passeggiare sui resti della via maestra che affiorano dal terreno. Ad una estremità del villaggio sono stati rinvenuti i resti di una torre di guardia, abbattuta dalla mano dell’uomo o crollata per l’incuria o per una catastrofe?


La posizione geografica e la struttura abitativa di Numeira presentano analogie con quelle delle città di cui siamo alla ricerca, ma di certo questo non basta. In effetti c’è di più: l’intera superficie di Numeira è ricoperta di resti di cenere e carbone, tracce evidenti cdi un terribile incendio che distrutte il villaggio.

Qualcosa di terribile e di irrimediabile travolse a tal punto il villaggio che verso il 2350 a.C. gli abitanti lo abbandonarono e non vi fecero più ritorno...



Non era la prima volta che Numeira veniva scossa da un terremoto, l’intera area del Mar Morto poggia sulla Jordan Rift Valley, la faglia lunga, stretta e profonda che corre per oltre 400 chilometri tra Israele e Giordania. Nel corso della storia la Jordan Rift Valley è stata protagonista di episodi sismici distruttivi e pertanto probabile che Numeira sia stata distrutta durante un terremoto provocato dallo slittamento della placca tettonica. L’area era ed è una polveriera pronta a esplodere.


D’altronde la stessa geologia del luogo racconta, nelle linee ondulate dei sedimenti, l’incessante moto inquieto della crosta terrestre: come una marea, la terra stava quieta per un po’ e poi tornava ad agitarsi, gettando nel caos città e popolazioni. La faglia della Jordan Rift Valley ricorda un’altra celebre faglia, quella di San Andreas in California che si allunga per 1200 chilometri e che nel 1906 fu responsabile del terribile terremoto di San Francisco.


Un cataclisma distrusse Numeira?

Gli scavi effettuati hanno rivelato che Numeira subì più di un sisma e che gli abitanti, almeno in un’occasione, decisero di far rinascere dalle rovine il loro villaggio. Tuttavia, verso 2400 a.C., Numeira fu definitivamente rasa al suolo da un violento terremoto, accompagnato da un incendio inarrestabile.


Cenere e carbone ricoprirono le rovine di Numeira che oggi appare come un anonimo mucchio di pietre.

Eppure quelle rocce potrebbero conservare il segreto di un evento naturale divenuto mito: terremoti e incendi spazzarono via numerose vite e segnarono la memoria di coloro che sopravvissero e che narrarono quegli attimi terribili in cui il cielo cadde al suolo e la terra si aprì divorando uomini e animali.


«Allora l’Eterno fece piovere dai cieli su Sodoma e Gomorra zolfo e fuoco, da parte dell'Eterno; ed egli distrusse quelle città e tutta la pianura e tutti gli abitanti delle città e quanto cresceva sul suolo»[7].


La descrizione biblica restituisce appieno il dramma e la devastazione, un’autentica visione apocalittica dalle sfumature sulfuree. Calandoci nei panni di coloro che vissero quei momenti terribili, è facile intuire come agli eventi fosse riconosciuta una natura soprannaturale e che fuoco e esplosioni fossero la manifestazione terrena della collera divina: improvvisamente tutto andava a fuoco, l’aria stessa ardeva come fiamma viva, mentre i copri bruciavano e annerivano.




Forse a Numeira accadde proprio questo ma a provocarlo è stato un fenomeno naturale: lo zolfo nelle pareti di roccia. Vere e proprie “bombolette puzzolenti” di colore giallo scuro che possono essere accese come paglia. In breve tempo la roccia si scioglie, ribollendo con un mefistofelico effetto lavico e rilasciando odori nauseanti. Le esalazioni che saturano l’aria, se respirate in quantità elevata, possono risultare tossiche.


Proviamo a immaginare quel giorno di circa 4000 anni fa: è una giornata qualunque, fatta di lavoro e fatica, ma d’un tratto tutto trema, le case crollano e il cielo si oscura. Mentre la terra sussulta senza posa, il gas combustibile, che fuoriesce dal sottosuolo, si infiamma; boati, scosse, vampate ed esplosioni stordiscono e atterrano. Dio tuona la sua collera, abbassa i cieli pesanti di cenere e tutto avvolge con nubi tetre[8]. Ovunque si spande zolfo incandescente che brucia la pelle gli occhi la gola[9].


Tenendo conto di questi elementi, Numeira potrebbe essere la nostra Sodoma o Gomorra?

Non si può affermarlo al di là di ogni ragionevole dubbio. È possibile che questa micidiale e sfortunata concomitanza di eventi naturali possa essere stata il risultato di un errore di memoria. È come se la memoria collettiva, a causa dello shock e della naturale deformazione prodotta dalla tradizione orale, avesse sovrascritto insieme i ricordi facendoli confluire insieme nel mito biblico a noi noto. Davanti alla sciagura improvvisa e immane, si afferma prepotentemente il bisogno umano di trovare un senso ai fenomeni della natura, considerati espressione della volontà divina.


In questo caso, la distruzione di uno o più centri abitati durante l’età del bronzo venne riletta come un castigo di Dio: il suo fuoco purificatore arse ed estirpò l’empio, e punì la stessa terra, rendendola sterile.


L’ira di Yahweh

Secondo l’interpretazione della dottrina cattolica, l’ira del Signore altro non sarebbe che la manifestazione del Suo dispiacere per i nostri peccati e per il rifiuto da parte nostra della sua grazia. Non vi è dubbio che il Signore esternasse molto chiaramente il suo disappunto.


La Bibbia riporta numerosi passi in cui il Signore si adira e uccide a volte gli Israeliti, a volte altri popoli. Ad esempio leggiamo che un fuco divoratore uscì dal Signore e perirono 250 uomini, intenti a offrire incenso a Dio[10], o ancora che Egli fece scoppiare un flagello nel campo del suo popolo, provocando la morte 14.700 uomini[11]; o che la Sua ira divampò nella città di Giuda e Gerusalemme che divennero desolate e deserte[12].


Ricorrente è l’analogia tra il furore divino e il fuoco: entrambi annientano, trasformano tutto in cenere e disperdono nel vento. D’altronde Dio stesso è fuoco divoratore[13], è grande e terribile[14], è feroce[15] e la sua ira è ardente[16]. Il fuoco, nel contesto dell’Antico Testamento, si distingue in quanto strumento di castigo e giustizia[17], evoca la potenza creatrice e distruttrice del divino, appartiene alla dimensione del sacro e diviene «fuoco sacrificale e purificatore» attraverso cui si brucia l’olocausto sugli altari.


Come visto, la conformazione geologica della valle di Siddim, essendo molto ricca di zolfo e soggetta a terremoti, favoriva lo scoppio di devastanti incendi; pertanto pare logico supporre che per gli abitanti della valle la furia divina si manifestasse principalmente come fuoco divoratore: essa poteva giungere dal ventre stesso della terra oppure dal cielo, come pioggia di fuoco.


Questo dettaglio ci porta ad analizzare una scoperta avvenuta nei pressi di Tall el-Hamman, a nord del Mar Morto, dove dal 2006 sono in corso campagne di scavo.


Un’altra catastrofe distrusse Tall el-Hamman

Il sito è balzato all’attenzione degli archeologi dopo che la fotogrammetria[18] dell’area rivelò la presenza di un avvallamento riconducibile ad un impatto cosmico e ciò combaciava con il ritrovamento di vasellame carbonizzato, metalli fusi e frammenti di minerali insoliti tra le rovine della città[19]: i dati raccolti suggerivano che qualcosa di molto simile ad una bomba atomica avesse distrutto la città.


L’antica Tall el-Hamman era una città dell’età del bronzo, prospera e popolosa, con alte torri di guardi stagliate contro il cielo terso e mura spesse a protezione degli abitanti e degli edifici in mattoni di fango, che potevano essere alti fino a cinque piani. Posizionata su un’importate crocevia commerciale, Tall e-Hamman godeva di grandi ricchezze, inoltre la presenza di fiumi e fertili pianure le garantivano l’accesso a vie di comunicazione navigabili e a fondamentali risorse naturali. È possibile che la città ricoprisse un ruolo di primo piano nella regione, sia dal punto di vista commerciale sia politico.


I reperti raccolti e analizzati ci restituiscono frammenti anneriti dell’evento ma ugualmente precisi: un giorno del 1650 a.C. circa, all’improvviso il cielo sopra Tall el-Hamman esplose in mille pezzi, tra boati assordanti e scie infuocate la temperatura dell’aria si fece rovente, superando i 3.600 gradi Fahrenheit tanto che gli abiti delle persone andarono immediatamente a fuoco e così tutto ciò che era di legno; e poi le spade, le lance, i mattoni di fango tutto iniziò a liquefarsi. Anche uomini, donne, bambini e animali venivano divorati dalle fiamme che avvolgevano la città e tutto ciò che conteneva.


Fu una vera apocalisse di orrore e terrore generata molto probabilmente da un meteorite entrato nell’atmosfera terrestre ed esploso a circa 4 chilometri sopra il centro abitato. Pochi istanti dopo il fuoco divoratore, un’onda d’urto, che viaggiava a oltre 1000 chilometri orari, investì Tall el-Hamman strappando e dilaniando pietra, carni e ossa. Niente sopravvisse, niente restò in piedi. Tutto fu raso al suolo. E quando finalmente la furia degli elementi si acquetò, sulle macerie calò un cinereo velo di sale.


Gli archeologi infatti hanno scoperto alte concentrazioni di sale nello “strato di distruzione” del sito, e ciò si spiega con l’effetto tsunami provocato dall’esplosione del meteorite sulle acque del lago che allagarono i terreni, contaminando con il sale i campi fertili e rendendoli sterili. Nulla poteva essere coltivato e niente ivi poteva pascere. E così le città della bassa valle del Giordano furono abbandonate per secoli.




Si può immaginare quanto questo evento catastrofico possa aver impressionato coloro che vi assistettero; l’orrore dei ricordi si mischiò alla suggestione dei racconti che riportavano di persone ridotte in polvere, neanche fossero di statue di sale, e della pioggia rovente che incenerì ogni cosa. Tall el-Hamman, come Sodoma, fu annientata dal furore divino, o meglio, «da un’esplosione 1.000 volte più potente della bomba atomica usata a Hiroshima»[20].


Il mistero è stato svelato?

Allora possiamo affermare di aver trovato i resti di Sodoma o Gomorra in Tall el Hamman?


Purtroppo, come per Numeira, non è possibile rispondere in modo affermativo. Sappiamo che un evento catastrofico, provocato da un’esplosione di un meteorite, distrusse il sito di Tall el-Hammam e che vi sono analogie e una certa coerenza tra i riscontri archeologici e il racconto biblico, comunque vago e impreciso. Ma oltre non si può andare. In effetti per ora non c’è modo di verificare che Tall el-Hamman e Sodoma siano la stessa città, vittime della medesima sciagura. Gli studi e nuove ricerche potrebbero portare alla luce ulteriori dettagli e svelare una volta per tutte il mistero di Sodoma e Gomorra.

Resta però il dato certo della catastrofe che interessò la zona e che, a mio avviso, può avere ispirato l’episodio biblico, la cui descrizione tra l’altro è coerente con un’esplosione cosmica.


Non dimentichiamoci che i racconti della Bibbia sono rielaborazioni tarde di antiche tradizioni orali, che hanno subito riscritture e rimaneggiamenti spesso con la precisa finalità di educare all’obbedienza nei confronti di Yahweh e alla paura del suo fuoco divoratore.



[1] Gn 13, 13. [2] Gn 13, 10. [3] Gn 13, 14-15. [4] Salmo 18, 9. [5] Gn 6, 14. [6] Gn 14, 10. [7] Gn 19, 24-25. [8] Salmo 18, 10. [9] Questi sono gli effetti dell’anidride solforosa, prodotta dalla combustione dello zolfo. [10] Nm 16, 35. [11] Nm 16, 49. [12] Ger 44, 6. [13] Dt 4, 24. [14] Dt 7, 21. [15] Abacuc 1, 7. [16] Salmo 69, 25 [17] Dt 6, 15. [18] La fotogrammetria è un metodo di rilevamento planimetrico e altimetrico del terreno, usato in diversi ambiti come la cartografia o la topografia, che consente di definire la posizione, la forma e le dimensioni degli oggetti sul terreno, utilizzando le informazioni contenute in opportune immagini fotografiche degli stessi oggetti, riprese da punti diversi. [19] «Smithsonian Magazine», Ancient city’s destruction by exploding space rock, 22 September 2021. [20] Ibidem.

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