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Egitto: il potere segreto del numero due - parte 1



Due dee, due piante araldiche, due simboli sacri, due terre e due corone: questi sono i simboli più antichi e costanti della civiltà egizia, la cui origine si perde nel tempo.


1 Nekbet e Udjet


Scopriamo oggi le dee Nekhbet e Udjet, rispettivamente l’avvoltoio e il cobra, che hanno sempre protetto l’Egitto e il suo sovrano. Antiche e potenti, esse hanno mantenuto la loro importanza anche con l’avvento di Ra, di Osiride ed Amon. Connesse all’istituzione regale, le due dee esprimevano una simbologia di origine primitiva, legata alla Divinità Primordiale, e tutelavano una porzione di Kemet: Nekhbet l’Alto Egitto mentre Udjet il Basso Egitto.


Nekhbet, nota come la “Signora di Nekheb”, la “Signora della corona bianca” e “Quella dell’artiglio”, era il possente avvoltoio che si gettava famelica sui corpi dei nemici e ne consumava le carni e, allo stesso tempo, era la madre amorevole che si prendeva cura e proteggeva i suoi piccoli.

Benevola e terribile, Nekhbet era la manifestazione della duplice natura della deità delle origini: era uno dei volti della Dea Madre primitiva.

Per gli Egizi l’avvoltoio evocava un concetto multiforme. Nei geroglifici i termini che designavano l’avvoltoio e la madre coincidevano nel nome Mwt e con tale sostantivo si faceva riferimento alla dea madre dai molteplici aspetti.




Sin dal periodo predinastico, Nekhbet si delineò come dea protettrice dell’Alto Egitto, prerogativa che mantenne anche con l’unificazione e la creazione del regno unico. A partire dalla IV dinastia divenne un emblema regolare per le regine d’Egitto, segno dell’affermazione di una consolidata tradizione. Il copricapo a forma di avvoltoio dalla testa eretta divenne la raffigurazione stessa del potere.


In quanto divinità reale, Nekhbet:


  • Proteggeva come una madre amorevole il faraone in battaglia.

  • Combatteva con ferocia contro i nemici del sorano.

  • Ricordava la morte a cui seguiva la rinascita.

  • Si cibava dei cadaveri dei nemici.


Come in natura l’avvoltoio usava le ali per proteggere i suoi piccoli, così la dea avvoltoio tutelava il potere dei sovrani, che difendeva con le sue ali forti avvolte attorno al capo e con azioni offensive di devastante portata in questa e nell’altra vita.


Nekhbet, in quanto divoratrice, era molto temuta e rispettata per il suo potere di condannare alla “seconda morte”: la distruzione dei corpi determinava la condanna eterna all’oblio poiché, senza il corpo fisico era impossibile procedere con la rinascita spirituale.

La devastazione delle spoglie nemiche garantiva il loro annientamento anche nell’altra vita.


Tuttavia Nekhbet poteva anche garantire la vita eterna.

Così come disgregava lo spirito dei nemici, allo stesso modo tutelava l’immortalità degli spiriti dei suoi protetti poiché, assimilandoli e facendone un tutt’uno con il suo essere, ne propiziava la rinascita nell’aldilà.

In questa chiave interpretativa,


l’avvoltoio rievocava, come detto, la funzione uterina della madre terra che accoglie e rigenera.

Il suo potere di madre cosmica, illimitato e ancestrale, le permetteva infatti di assimilare le anime dei defunti e farle rinascere: a tal scopo era diffusa l’usanza di deporre un amuleto a forma di avvoltoio sulla mummia del defunto.

Ovviamente ricevere il dono della vita eterna spettava in primis al sovrano:

Le ali invincibili della grande dea avvoltoio assicuravano l’eternità al faraone e all’istituzione regale.




Sorella di Nekhbet, la dea cobra Uadjet o Uto era la dea protettrice del Basso Egitto. Nella città di Buto sorgeva il suo tempio, presso cui ci si recava in pellegrinaggio per consultarne l’oracolo.


La dea cobra Uto spesso adornava la fronte dei re e delle regine in segno di protezione, ma anche di potenziale minaccia per coloro che attentavano alla sicurezza della corona.


Uadjet/Uto era infatti era sempre pronta a sputare il suo micidiale veleno contro i nemici di Kemet e stava ben ritta sulla testa del faraone, pronta a colpire.

Nel Libro dei Morti la pericolosità della dea è ben espressa da lei stessa:

«io vendico ogni Dio contro colui che lo oltraggia e scaglio le mie frecce al suo apparire. Io vivo a mio piacimento. Io sono Uadjet, Signora del Fuoco e male incorra a coloro che insorgono contro di me!»[1].

Anche la dea Uto/Uadjet indossava una corona, questa volta rossa, che si innalzava nella parte posteriore con un’appendice verticale e una lamina arricciata che fuoriusciva dalla base.

La dea dalla corona rossa del Basso Egitto rievoca la simbologia antichissima del serpente che eternamente si rinnova e depositario di conoscenze alte.



Pensiamo a Djebel Uweinat e alle grotte dello sciamano e della vipera cornuta in cui ben si è vista la funzione dei serpenti come “connettori” al mondo soprannaturale degli spiriti e di autentici archetipi della conoscenza.


Come Nekhbet, anche Uadjet tutelava colui o colei di cui ornava la fronte in questa e nell’altra vita.

Fiera e temibile, la dea serpente ammoniva chiunque avesse innanzi a non sfidare i suoi poteri ancestrali e pericolosissimi. Come era ben noto, il serpente recava con sé una moltitudine di significati che lo rendevano magico e divino per definizione, un’autentica ierofania della deità primitiva femminina.



Unite nella forma di Nebty, la dea avvoltoio e la dea serpente costituivano un potente amuleto sia difensivo sia offensivo, per questo comparivano come secondo nome nella titolatura regale[2] del sovrano.



Nekhbet e Udjet rappresentavano due essenze della multiforme divinità che giunse in Egitto nel periodo predinastico quando il retaggio del culto di una presenza femminile soprannaturale e immanente al mondo era vivo e presente.

Insieme le due dee ricompongono parte dell’antico potere e suggellano con la loro mistica unione la promessa di successo in questa e nell’altra vita.


 

[1] Libro dei Morti, cap. XVII. [2] Ogni sovrano egizio dalla V dinastia al momento dell’incoronazione riceveva cinque “grandi nomi”: il nome di Horo, il nome di Nebty, il nome di Horo d’oro, il prenome e il nome personale.

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