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Seth Il dio della tempesta - dalla Mesopotamia all'Egitto

  • 11 minuti fa
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Seth, signore del deserto e delle forze indomite, emerge da questo affresco tombale con tutta la sua potenza enigmatica e selvaggia.
Seth, signore del deserto e delle forze indomite, emerge da questo affresco tombale con tutta la sua potenza enigmatica e selvaggia.

In quel lembo di terra che unisce il Medio Oriente all'Africa, o sulle acque celesti del Mediterraneo, i miti hanno viaggiato per millenni.

Il deserto era sempre lo stesso. Non importava a quale distanza. Immenso, terrificante, con l'orizzonte tremolante, l'impetuosità delle dune pronte a ergersi come onde in tempesta, la vastità che ingoiava i cuori sperduti in tanta grandezza.


Soli in mezzo all'infinito.

Mistero, dirà questa o quella religione.

Percezione di essere infinitesimali, dico io. Perché siamo un granello di sabbia del vasto deserto del tempo.

Ecco, su questa direttrice, un dio cananeo viaggiò millenni fa. E si mischiò con un dio oscuro, selvaggio. In comune avevano il desiderio — l'esercizio, l'umana necessità — di dare forma alle potenze della natura. Distruttrici, eppure anche rivelatrici. C'era una legge che governava il cosmo, e anche se non si sapeva nominarla, era chiaro che esistesse.

Nel segreto che spinge il seme di grano a germogliare. Nel limo che fecondava la terra. Nel moto delle ninfee che si aprivano e chiudevano con il sole — il grande occhio onniveggente e vivificante.


La tempesta, così temuta, aveva bisogno di una forma da adorare, da invocare e supplicare. In Mesopotamia era Baal. Il Signore, semplicemente. Questo significava la parola, prima che diventasse un nome.

Re degli dei nel pantheon cananeo. Signore del cielo. Solo più tardi, a metà del secondo millennio a.C., la figura si fonde con gli dei semitici della tempesta — Hadad, l'hurrita Teshup — e diventa un'unica entità.

Dio della tempesta. Distrugge la natura. E nello stesso gesto la rigenera: la pioggia che porta, la stessa che disseta i campi. Antropomorfo, ma spesso toro — fertilità pura.

Si accoppia con la sorella Anath, in forma di bovino. Ne nasce un figlio.


Il tema della coppia divina che genera è un topos. Ricorre, attraversa culture, millenni. La purezza dell'unione. Lo sdoppiamento della stessa essenza. La generazione di un'altra generazione di dei. Pensiamo all'Enneade di Eliopoli o alle Triadi di Tebe, Menfi o Abydos.

Lo schema divino riproduce quello umano delle dinastie che vantano il diritto di regnare.


Nell'Epos di Baal, due battaglie. Universali e simboliche.

Contro Mot, dio degli inferi, della siccità, della sterilità. Baal vince, lo rispedisce sottoterra, diventa re degli dei e della terra.

Contro Yam, dio del mare, del caos; vince ancora. Il caos, domato.

Baal dunque come forza regolatrice che placa e piega il caos. Forza rigeneratrice che riporta la vita dove veniva a mancare.


A Ugarit — l'odierna Ras Shamra — una stele lo ritrae mentre cammina su due file di montagne. Dimensioni smisurate. È il dio del tempo atmosferico, ed è naturale vederlo dominare le vette. Ai suoi piedi, piccolo, in preghiera: forse il donatore della stele, forse un re di Ugarit.


Da un'altra stele frammentaria, lo stesso vestiario di Baal-Sapan: sandali, cintura, gonnellino a pieghe. Come arma, stavolta, un pugnale corto, col suo fodero. Nella mano sinistra lo scettro uas — preso in prestito dall'Egitto, come fanno molte divinità asiatiche nel Nuovo Regno. Al collo, una collana pesante. Egizia, anche quella, nell'aspetto.


Ma c'è una terza stele, dalla stessa terra, che racconta un Baal che non avevamo ancora visto.

Il corpo è quello di sempre — stessa postura, stessi sandali. Ma nelle mani, qualcosa cambia: una lancia sottile e appuntita nella sinistra, l'impugnatura di una spada nella destra.

E sopra la testa, una corona che non si era mai vista: a forma di palma. Basta aprire il Vecchio Testamento per capire perché — lì si parla di Baal-Tamar, Baal della Palma. In Siria e in Palestina la palma è, da sempre, il segno della fertilità della terra. Ecco dunque chi è questo Baal: non il guerriero, non il signore della tempesta. Il dio che fa fiorire i campi.


Seth, il Signore del deserto.

Gli egizi avevano già un nome per ciò che vive fuori dai loro confini: Seth, il Signore dei paesi stranieri.

Ma anche Nb dšrt. Signore del Deserto.

Bastava guardare l'animale che lo rappresentava per saperlo — una creatura che, dicevano, abitava al di fuori dell'Egitto, in quel mondo disabitato e ignoto che li atterriva. Il deserto, le sue oasi, ogni terra straniera che cingeva la valle del Nilo: tutto questo era il regno del caos. Il regno di Seth.

E quando gli Hyksos presero il potere, fu lui — Seth, nella sua veste straniera — a issarsi al fianco di Amon, Ptah, Ra. Dio principale, fra gli dei principali.

Seth difende Ra dal serpente Apopi: la forza violenta del dio diventa argine contro il caos cosmico
Seth difende Ra dal serpente Apopi: la forza violenta del dio diventa argine contro il caos cosmico

Nella XVIII dinastia, il sincretismo Seth/Baal viene evitato: troppo recente, troppo vivo, il ricordo di quei dominatori stranieri.

Bisogna aspettare i Ramessidi, la XIX dinastia. Solo allora Seth diventa il dio dinastico più importante — e la distanza tra il dio egizio e quello straniero si assottiglia fino quasi a sparire. Non esiste, in Egitto, un'immagine di Baal che non sia anche immagine di Seth.


La prova più antica è una stele eretta al tempo di Ramesse II: quattrocento anni, dice, dalla fondazione del tempio di Seth ad Avaris — dall'arrivo degli Hyksos in quella città. Probabilmente non è la data dell'erezione, ma la copia di un testo più vecchio, risalente a Horemheb. Il conto a ritroso porta al 1720 a.C. circa.


Due registri. Sopra, l'immagine: Seth/Baal con la corona conica — bianca come quella dell'Alto Egitto, ma con corna e nastro, secondo il costume asiatico. Pettorale intrecciato, gonnellino a ciuffi, una veste lunga e trasparente sopra. Scettro uas in una mano, ankh nell'altra. Davanti a lui, Ramesse II, che offre due vasi di vino. Dietro al re, un uomo in preghiera, le mani alzate.

Sotto, il testo. "L'anno 400... Seth il potente, figlio di Ra, il suo amato Nubty..." E più avanti: "Tu grande in terrore."

In quelle righe l'animale di Seth diventa l'ideogramma del nome stesso del dio. Non lo accompagna. Lo è.


Seth - lo straniero

Eppure quel dio — venerato, temuto, scelto dai Ramessidi come nome dinastico — diventerà il diavolo. Non subito. Non per un solo motivo.

Seth è sempre stato il dio dei confini: del deserto, dello straniero, del caos che la civiltà egizia teneva a distanza. Per secoli questo non fu un difetto, ma una funzione necessaria — chi altro poteva tenere a bada Apopi, il serpente che ogni notte minacciava di fermare la barca del sole, se non un dio che il caos lo conosceva da dentro? Seth proteggeva Ra proprio perché gli era simile.

Poi arrivano le invasioni. Libici, nubiani, assiri, persiani — un millennio di conquiste che si abbatte sull'Egitto dopo la fine del Nuovo Regno. E la memoria collettiva fa un'associazione semplice, quasi automatica: lo straniero che minaccia l'Egitto oggi assomiglia troppo allo straniero che Seth ha sempre rappresentato. Non più protezione del confine — invasione del confine.

Il sacco di Tebe per mano assira lascia una ferita che non si rimargina. Questa volta non c'è, come fu con gli Hyksos, alcun tentativo di riconciliazione. Seth diventa il sovrano straniero, sconfitto e cacciato — ma il suo nome resta, cucito addosso a ogni nuovo invasore.

Da qui il passo è breve. Le sue immagini vengono scalpellate dai templi. Il suo nome, eraso dalle liste regali. E la distinzione che per duemila anni l'aveva tenuto in equilibrio — difensore della barca solare, ma anche assassino di Osiride — collassa. Non resta che la seconda metà. Seth si fonde con Apopi stesso, il nemico che un tempo combatteva: il guardiano diventa il mostro che doveva tenere a bada.

Non fu dunque un errore di lettura, ma un rovesciamento storico. Seth non cambiò. Cambiò chi, ogni volta, arrivava dal deserto a minacciare l'Egitto — e lui, dio di quel deserto, ne pagò il conto per tutti.


Seth - il Regolatore

Anche Seth ha una funzione di regolatore. È la forza distruttrice che bilancia quella creatrice, rappresentata da Horus. Oltre la volgarizzazione del mito — quella più popolare, quella che ne fa solo l'assassino, il traditore — sopravvive un significato più profondo, quello della lotta cosmica che, sul piano terreno, si compie ogni giorno. Tra il caos e l'ordine.


Seth come archetipo regolatore: la distruzione non nega la Maat, ma la bilancia, impedendo al caos di divorare l’ordine.
Seth come archetipo regolatore: la distruzione non nega la Maat, ma la bilancia, impedendo al caos di divorare l’ordine.

La vita degli esseri umani è costantemente dibattuta tra i due.

Il caos è ciò che fa paura perché non si conosce. È ciò che porta dolore — la piena che distrugge invece di nutrire, il raccolto che marcisce, la morte improvvisa.

L'ordine, invece, è la certezza. È la ricompensa del raccolto atteso, è la serenità sotto la palma ricca di datteri, è sapere che il Nilo tornerà, puntuale, l'anno prossimo. Due dimensioni coesistenti e interconnesse, che l'essere umano tenta da sempre di spiegare. E di risolvere.

Ma gli egizi non puntavano all'eliminazione del caos. Puntavano alla sua regolamentazione, diciamo così. Il caos, come la morte, non si può cancellare; è una forza che coesiste con quella della vita, non il suo opposto da sconfiggere una volta per tutte. Lo dice il mito stesso, nel suo finale meno raccontato: Horus vince, certo, eredita il trono — ma Seth non viene annientato. Viene posto sulla prua della barca solare, a combattere ogni notte il serpente Apopi. Il caos che minacciava l'ordine diventa, paradossalmente, il suo guardiano.

Altre religioni tenteranno di superare questo limite. Promettono resurrezioni dove non ve ne possono essere. Cieli definitivi, vittorie ultime del bene sul male, la fine della storia. Gli egizi, no. Per loro non c'era un dopo in cui il caos sarebbe stato sconfitto per sempre — solo un oggi, e un domani, in cui andava di nuovo contenuto. Ogni alba era una vittoria provvisoria. Ogni notte, la minaccia tornava a riproporsi.


Il cristianesimo erediterà, per strade diverse, la stessa promessa. Satana sconfitto. Un cielo nuovo e una terra nuova. Il male — non più necessario, non più funzionale a nulla — semplicemente scompare dalla storia, gettato in un lago di fuoco, fuori dal tempo che conta.

Quindi non più regolamentazione degli opposti necessari e interconnessi, ma un universo monopolare. E la materia terrena, cosmica, non funziona così. Il cristianesimo, come il mazdeismo, tenta di forzare la mano alla Legge Naturale.


Perché la natura che abbiamo sotto gli occhi — quella vera, quella che si osserva, non quella che si predica — non conosce eliminazioni definitive. Conosce equilibri. La notte non sconfigge il giorno: gli succede, e ne viene sconfitta a sua volta, in un ciclo che non si chiude mai. La morte non annulla la vita: la rende possibile, le fa spazio, la nutre. Il predatore non distrugge la preda fino all'ultima — se lo facesse, sparirebbe anche lui. Ogni sistema che osserviamo, dal più piccolo ecosistema alla meccanica dei pianeti, si regge su tensioni che si bilanciano, non su vittorie che si concludono.

Queste vittorie sono costruzioni umane, risposte ad ambizioni o paure. Affermazioni esclusiviste, che esistono solo nelle mente di coloro che le immaginano.


Gli egizi questa Legge Naturale l'avevano vista, e l'avevano semplicemente trascritta in teologia. Non inventarono Seth come errore da correggere un giorno. Lo misero sulla prua della barca solare, per sempre, perché avevano capito che il cosmo senza la sua parte oscura avrebbe smesso, semplicemente, di girare.

Seth - archetipo della distruzione che bilancia la rinascita.

Non il nemico da cancellare. La metà oscura senza cui l'altra metà non potrebbe nemmeno dirsi luce.


E noi...

E alla fine, come nella cultura presente, non tutti gli egizi credevano nella sopravvivenza dell'anima. I bei rituali, i fasti cerimoniali, le tombe — in parte erano manifestazioni di fede. Ma in maggior parte erano, come per noi, tributo alla speranza.


Nessun faraone è mai tornato a dire come stava, o a rassicurare. Né il pescatore, pianto dai suoi cari disperati. Né la sacerdotessa. Né lo scriba. Nessuno che se ne va torna indietro — canta l'Arpista cieco, nella tomba di Intef, già nel Medio Regno. Fate festa, dice, non stancatevene! Nessuno porta con sé i propri beni, e nessuno tra quelli che se ne sono andati è mai tornato.


Lo stesso canta Gilgamesh — o per lui, Siduri, la donna che incontra alla fine del suo viaggio disperato verso l'immortalità. Gli dèi, gli dice, hanno tenuto l'eternità per sé. Agli uomini hanno lasciato in sorte la morte. Allora godi i tuoi giorni, mangia, ungiti, vesti chiaro, tieni per mano il bambino che ti ama, stringi tua moglie: è questo, e solo questo, ciò che resta da fare.


Perché i giorni sono contati. E misteriosi


E questa Legge Naturale non è mai cambiata.


La speranza che agita gli esseri umani, attraverso i millenni, è la stessa — dalle grotte del Paleolitico a oggi.

La povera gente egizia, quella che dormiva nelle case di paglia, veniva adagiata nella nuda terra. Una stuoia, qualche suppellettile. Le lacrime e il dolore erano gli stessi dei re e delle regine — ma di loro, oggi, non sappiamo nulla. Dei secondi, invece, sappiamo molto: i loro cofani straordinari ci parlano ancora, e raccontano come tentassero di corrompere la morte. Di comprare, per sé e per i propri cari, una seconda possibilità celeste.

Ma chi può dire cosa trovarono.

Alla fine resta la tempesta che agita il deserto. Che tremola all'orizzonte sotto la morsa ardente di cuori ignari.


 
 
 

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