Sekhmet. La leonessa che beve il sangue del mondo
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Sekhmet. Leonessa. Feroce. Tribale. Antica come il Nilo.
Testa di leonessa, corpo di donna. Temibile.
Come molte divinità egizie, appartiene all'immaginario culturale egizio senza che si possa dire da quanto. C'era. La Potente.
Il suo attributo più noto dice già tutto. Per certi versi Sekhmet è il corrispettivo femminile di Seth — ovviamente con le opportune prudenze. La dea leonina incarna il furore selvaggio della natura, come Seth, ma è anche depositaria di antichissime conoscenze mediche, tanto da essere patrona dei medici (swnw, in egizio). I suoi sacerdoti — i wab Sekhmet — erano considerati i migliori medici del regno, e a lei si alzavano inni per agevolare le guarigioni.
Come Seth, Sekhmet è protagonista di un mito cosmologico — diffuso, fra l'altro, anche nel mondo mesopotamico.

La furia dell’Occhio di Ra
Si narra che Ra, negli ultimi anni della sua vita, fosse addolorato. Gli uomini — nati dalle sue stesse lacrime — avevano smesso di rispettarlo. Convocò un'assemblea divina. Nun, il più anziano degli dèi, propose la soluzione. L'Occhio di Ra, nella forma di Hathor, sarebbe stato inviato a punire i colpevoli.
Hathor scese sulla terra. E si trasformò in Sekhmet.
La leonessa attaccò. Scoprì che le piaceva. La sete di sangue la portò oltre l'ordine ricevuto — non più punizione, ma sterminio. Ra la osservò, compiaciuto in un primo momento, poi spaventato.
"Vieni in pace, Hathor. Non hai forse compiuto ciò che ti avevo ordinato?"
Lei non si fermò. Nessuno, nemmeno Ra, poteva fermarla.
Il Nilo scorreva rosso del sangue dell'umanità.
La birra rossa degli dèi
Allora gli dèi escogitarono l'inganno. Settemila giare di birra, tinte d'ocra rossa. Versate su tutta la terra mentre Sekhmet riposava. Al risveglio, lei vide il sangue — credette — e bevve, fino a sprofondare in un sonno placido. Ra la richiamò, questa volta con dolcezza.
"Vieni, vieni in pace, o bella e graziosa dea."
Sekhmet si svegliò Hathor.
Il Nilo tornò azzurro. L'umanità fu salva.
Karnak e la Festa dell’Ubriachezza
A Karnak, nel recinto della dea Mut, gli scavi dell'egittologa Betsy Bryan hanno portato alla luce un portico — fatto erigere dalla regina Hatshepsut — dedicato a una festività che si celebrò ogni anno, per oltre un secolo: la Festa dell'Ubriachezza. Non un brindisi simbolico. Ubriachezza vera, comunitaria, fino a perdere i sensi.
I fedeli bevevano — birra, ma anche vino addizionato di loto e laudano, soporiferi, capaci di indurre visioni — e crollavano. Poi i tamburi li risvegliavano.
Quel momento, e solo quello, era il punto: vedere la dea, esperirla, e chiederle in cambio protezione per la comunità.
Il rito riproduceva il mito alla lettera.
La birra rossa versata sui campi per ingannare Sekhmet diventava la stessa birra rossa bevuta nei templi, ogni anno, per placare la furia che minacciava di tornare.
Placare la leonessa
Un'iscrizione lasciata dal Primo Profeta di Amon Hapuseneb — il braccio destro religioso di Hatshepsut — lo chiede senza giri di parole alla dea Mut-Sekhmet: che si svegli placata, che la pestilenza sulla sua bocca e la strage sulle sue labbra si fermino. Non amore, non gioia. Solo che torni a essere governabile.
Solo che torni a essere governabile, contenuta dai suoi stessi, terribili epiteti rituali:
Sxmt wrt, nbt sxmw: "Sekhmet la Grande, Mistress delle forme di Sekhmet"
Nbt sndt: "Signora del Terrore" o "Signora dello Spavento"
Stt: "Colei che scaglia le frecce"
Nbt nmt: "Colei che brandisce il coltello"
Nbt iat: "Signora della Pestilenza"
Una festa per i vivi e per i morti
Tra i partecipanti, nel tempo di Hatshepsut, c'erano i più alti dignitari del regno — l'Alto Sacerdote di Amon, il Secondo Sacerdote, l'architetto Senenmut. Eppure il cerimoniale non veniva dallo Stato ma dal culto degli antenati, dalla parentela.
Si banchettava con i morti, accanto ai vivi.
Un inno scolpito a Medamud — invocato alla dea leonessa Raet-Tawy, ma valido per l'intera cerchia di Sekhmet, Mut, Hathor — ne fissa l'ordine: le lampade accese al tramonto, il sacerdote che intona, il mago che dirige il rito, i percussionisti che entrano, le ghirlande, il vino versato fino al sonno.
Poi il tamburo che richiama. Poi le danzatrici libiche, acrobatiche, con i loro crepitanti battenti di legno. Poi — solo allora — l'epifania.
L'irriverenza del sacro
Non tutti restavano a guardare in silenzio. Nelle tombe non finite sulla collina di Deir el-Bahri, qualche graffito racconta la festa vista da chi non la prendeva sul serio: un sacerdote ritratto in pose tutt'altro che sacre, una musicista, un disegno irriverente su legno. La stessa irriverenza che, secoli dopo, riaffiora nel celebre Papiro erotico di Torino.
E poi, con Amenofi III, la festa cambia pelle. I riferimenti diretti a Hathor, Mut, Sekhmet si fanno più vaghi nelle tombe del suo tempo; al loro posto, sempre più spesso, semplicemente "vedere Amon nella sua bella festa".
Il re prende il centro della scena: statue colossali di se stesso come intercessore, come il Colosso di Memnone che porta il suo stesso nome di "Sovrano dei Sovrani". Sekhmet resta — centinaia di sue statue restano, nei suoi templi — ma non più come furia da placare insieme al popolo. Come garanzia, riservata al re, che l'ordine del mondo tenga.
Da rito popolare a garanzia regale
Un calendario tolemaico, scolpito sull'ingresso del tempio di Mut, lo dice senza ambiguità: la birra che inonda i campi nella stagione del raccolto è "più esaltante del sangue" — opera di Menqet, la dea della birra, invocata per calmare il cuore in collera della dea leonessa.
Sekhmet, in questo schema, non agisce sola. È una delle "dee lontane" — insieme a Raet-Tawy, Bastet, Nekhbet, Wadjet, Tefnut — manifestazioni leonine dell'Occhio di Ra, incaricate di garantire il cibo e la fertilità dell'Egitto per conto del dio sole e del re. Come le leonesse cacciano per il branco, queste dee provvedevano. E come le leonesse, potevano allontanarsi — vagare lontano dalla valle del Nilo — e dovevano essere richiamate, sedotte, riportate a casa.
La festa più importante per questo richiamo si svolgeva in piena estate, al tempo dell'inondazione: la Bella Festa della Valle. Il corteo partiva da Karnak. Il re correva davanti al dio, dimostrando la propria idoneità rituale, fino a raggiungere Deir el-Bahri — la "Sacra delle Sacre" di Hatshepsut, dove Hathor aveva la sua dimora nella roccia.
Lì, nella cappella di Hathor, il re compiva il rito di "colpire la palla": un gesto che scagliava lontano gli occhi malvagi di Apopi, nemico del sole, per garantire la stabilità del cosmo.
Fuori dal rito regale, la festa apparteneva alla gente. Due scopi, intrecciati: comunione con la dea, perché continuasse ad amare e proteggere il re; e comunione con gli antenati, vivi e morti insieme allo stesso banchetto. Un inno scolpito a Medamud scandisce ancora l'ordine della cerimonia — le lampade che si accendono al tramonto, il sacerdote che intona, il mago che recita, i percussionisti che attaccano il ritmo.
Il retaggio sciamanico
Non si trattava, però, di un semplice svago cerimoniale. In quei tamburi che battevano fino allo stordimento e in quelle sostanze che dissolvevano i confini del sé, sembra riaffiorare un potentissimo retaggio sciamanico. È probabile che, in tempi remoti, i wab Sekhmet fossero sciamani tribali che utilizzavano stati alterati di coscienza per accedere a una conoscenza 'altra'. L’uso delle maschere, delle danze, dei tamburi lo avvalora.
In quella pratica, la medicina egizia trova la sua genesi più oscura e profonda: il medico non è colui che si limita a osservare il sintomo, ma colui che è capace di viaggiare negli spazi in cui la malattia ha origine. Se i sacerdoti di Sekhmet erano considerati i più abili del regno, è forse perché si credeva che il loro contatto con la dea non fosse puramente teorico, ma esperienziale. La loro competenza medica era il frutto di una visione, quella che si raggiunge solo varcando la soglia, perdendo i sensi per tornare, poi, con la formula esatta per placare il male.

Da dove arriva la leonessa?
E chiediamoci: da dove arriva, davvero, il simbolo della leonessa?
È lecito immaginare che durante il Sahara verde, intorno al 7000 a.C., il territorio fosse abitato da grandi felini — non più, certo, esemplari preistorici, perché già allora esistevano leoni e leonesse come li conosciamo. E cosa sappia la leonessa — particolarmente protettiva e feroce quando deve difendere il branco — è la famelicità del maschio, spesso incapace di provvedere alla caccia, mentre è lei a portare il cibo, a proteggere, a uccidere quando serve.
Allora è possibile che la sua maschera votiva venisse usata, in particolare, in cerimonie riguardanti la guerra — ma, come suo corrispettivo, anche la guarigione.
Pensare che questo substrato mitologico provenga dal nulla sarebbe un errore. Il mondo egizio come lo conosciamo è molto probabilmente il frutto di commistioni medio-orientali, per quel che riguarda il Delta, e subsahariane. Con la fase di desertificazione, le popolazioni si spinsero verso il Nilo — con il loro bagaglio di culti e miti.
L’inno (sciamanico) di Edfu: Sekhmet come barriera di fuoco
"O Sekhmet, Occhio di Ra, Grande di Fiamma,
Signora della protezione che circonda il suo creatore!
Vieni verso il Re, il Maestro delle Due Terre, l'Immagine Vivente!
Proteggilo e preservalo da ogni freccia
e da ogni impurità di questo anno,
perché egli discende da Ra.
O Sekhmet, tu che illumini le Due Terre con la tua fiamma
e dai la facoltà di vedere a tutti!
Vieni verso il Falcone Vivente!
Liberalo, preservalo da tutti i contagi malvagi di questo anno,
affinché essi non abbiano mai potere su di lui."
Lei La Potente possiede la doppia natura, dea del pericolo e, nello stesso tempo, dea della protezione. Come recita l’inno, Lei viene invocata perché la sua stessa forza distruttiva può essere piegata, orientata, trasformata in barriera.
Sekhmet è chiamata “Occhio di Ra” e “Grande di Fiamma”. Il primo è organo delle visione altra ma anche richiamo al potere del dio che si stacca da lui, agisce nel mondo, colpisce, brucia, punisce, protegge. È uno sguardo diventato energia, fuoco primordiale.
Qui emerge un primo elemento profondamente arcaico: vedere significa agire. La dea “illumina le Due Terre con la sua fiamma” e “dà la facoltà di vedere a tutti”. La luce di Sekhmet non è soltanto luce solare. È luce che smaschera, che individua il male, che riconosce l’impurità, che permette di distinguere ciò che minaccia l’ordine vitale. In questo senso, la vista è già una forma di guarigione, perché ciò che viene visto può essere nominato, riconosciuto e combattuto.
La richiesta rivolta alla dea è infatti chiarissima: proteggere il re da ogni freccia, da ogni impurità, da ogni contagio malvagio dell’anno. Le “frecce” non devono essere intese soltanto come armi fisiche. Nel linguaggio religioso egizio possono evocare anche forze invisibili, colpi del destino, influssi ostili, malattie che arrivano come dardi scagliati da una potenza nemica. Sekhmet, che può mandare pestilenze e febbri, è anche l’unica capace di fermarle.
Qui si comprende la logica profonda del rito. La dea viene invocata nel ben e nel male. Perché difende, perché attacca. È una dinamica che conserva qualcosa di molto vicino alla mentalità sciamanica: la potenza che ferisce è anche la potenza che guarisce. Il sacerdote non elimina il pericolo collocandosi fuori da esso; entra simbolicamente nel suo campo, ne conosce il linguaggio, tratta con esso, lo orienta.
In questa prospettiva, Sekhmet appare come una signora della soglia. Sta tra vita e morte, febbre e guarigione, sangue e rinascita, visione e accecamento. Il suo fuoco può consumare, ma può anche purificare. La sua fiamma può distruggere l’umanità ribelle, ma può anche circondare il re come una cintura protettiva.
Il re, chiamato “Falcone Vivente”, è posto al centro di questa operazione rituale. Egli discende da Ra, ma proprio per questo è esposto. Il sovrano non è un semplice uomo: è il punto in cui l’ordine cosmico tocca la terra. Se il suo corpo viene contaminato, se il suo potere viene ferito, è l’intero equilibrio delle Due Terre a tremare.
La protezione di Sekhmet, allora, non riguarda soltanto la persona del re. Riguarda il mondo. Preservare il sovrano dai contagi dell’anno significa impedire che il disordine penetri nel corpo stesso dell’Egitto. Il corpo del re diventa un corpo cosmico: ciò che minaccia lui minaccia il paese, il raccolto, il Nilo, la stabilità del tempo.
Da qui il possibile fondo sciamanico dell’inno. La malattia non è pensata come un fenomeno puramente materiale, ma come un’invasione, una freccia invisibile, un’impurità che deve essere riconosciuta e respinta. Il rito serve a costruire una barriera attorno al corpo vulnerabile. La parola sacra, l’invocazione, il nome della dea, la sua fiamma: tutto concorre a creare uno spazio protetto.
Sekhmet non è dunque soltanto la leonessa sanguinaria del mito. È anche Colei che conosce il male perché lo porta in sé. Per questo può dominarlo. La sua medicina nasce dalla stessa radice della sua violenza. Come molte figure arcaiche, non guarisce perché è innocua, ma perché è pericolosa.
È questo il cuore più antico del suo culto. Affidarsi alla potenza che spaventa, perché solo ciò che conosce il fuoco può impedire al fuoco di divorare il mondo.
Questa è Sekhmet La Potente.




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