Ramses II incontra il Sole

Ogni anno, il 22 ottobre, nel cuore della Nubia egiziana si rinnova uno degli spettacoli più affascinanti lasciati in eredità dall'antica civiltà dei faraoni.
All'alba, i raggi del Sole raggiungono l'ingresso del Grande Tempio di Abu Simbel, fatto scavare nella montagna da Ramses II nel XIII secolo a.C. La luce attraversa progressivamente le sale, percorre il lungo asse del santuario e penetra per circa sessanta metri nella roccia, fino a raggiungere un ambiente che per gran parte dell'anno rimane immerso nella penombra.
Qui, sedute una accanto all'altra, si trovano quattro statue:
Ptah, Amon-Ra, Ramses II divinizzato e Ra-Horakhty.
Per una ventina di minuti, la luce illumina tre delle quattro figure. Il faraone riceve il Sole insieme ad Amon-Ra e Ra-Horakhty, mentre Ptah rimane nell'oscurità.
Questo è il risultato di un progetto architettonico nel quale astronomia, religione e potere regale si incontrano.
Il significato della luce
Ramses II incontra il sole.
Per gli antichi Egizi il Sole non era soltanto l'astro che rendeva possibile la vita. Il suo viaggio quotidiano rappresentava il rinnovamento dell'esistenza e la vittoria sull'oscurità.
Ogni mattina Ra rinasceva all'orizzonte orientale dopo aver attraversato, durante la notte, le regioni invisibili della Duat, il mondo ultraterreno. Il ritorno della luce annunciava la continuità dell'ordine cosmico e il trionfo della vita sulle forze che ne minacciavano l'esistenza.
Nel santuario di Abu Simbel, Ra-Horakhty, il Sole dell'orizzonte, e Amon-Ra, espressione della potenza divina e creatrice, condividono questo momento con Ramses II. Il sovrano non compare soltanto come un uomo che rende omaggio agli dèi: è rappresentato egli stesso nella propria dimensione divina.
Anche la facciata del tempio trasmette questo messaggio.
Sopra l'ingresso compare Ra-Horakhty, raffigurato con testa di falco e disco solare. Nelle mani reca i segni che richiamano user, la potenza, e Maat, la verità e l'ordine cosmico. Insieme al disco solare di Ra, formano un riferimento visivo al nome regale Usermaatra, «Potente è la Maat di Ra», parte della titolatura di Ramses II.
Non sono decorazioni casuali ma immagini che parlano attraverso il linguaggio simbolico egizio.
In alto, una fila di babbuini alza le zampe anteriori in adorazione del Sole nascente. Anche questo particolare appartiene all'iconografia religiosa autentica dell'antico Egitto; i babbuini potevano essere rappresentati come creature che salutavano la nascita quotidiana della luce.
Perché Ptah rimane nell'ombra?
È forse il dettaglio che più incuriosisce i visitatori.
Ptah, grande dio creatore venerato soprattutto a Menfi, era legato alla generazione del mondo attraverso il pensiero e la parola divina. La sua figura possedeva anche una dimensione ctonia, connessa alla profondità della terra.
Il fatto che la sua statua non riceva direttamente la luce viene comunemente interpretato in rapporto a questa dimensione sotterranea e invisibile. Bisogna tuttavia distinguere il dato architettonico, certo, dalla spiegazione religiosa, che rimane un'interpretazione.
Nella concezione egizia, del resto, l'oscurità non era necessariamente sinonimo di male. Era anche il luogo del mistero, della gestazione, delle potenzialità ancora nascoste, dal quale la vita poteva nuovamente emergere.
Un miracolo che non avviene più negli stessi giorni
Oggi il fenomeno si osserva soprattutto il 22 febbraio e il 22 ottobre. Queste date vengono spesso associate rispettivamente alla nascita e all'incoronazione di Ramses II, talvolta anche invertendo le due ricorrenze.
È una spiegazione molto popolare, ma non esistono prove storiche sufficienti per affermare che siano effettivamente le date del compleanno e dell'ascesa al trono del faraone.
Gli studiosi hanno avanzato altre ipotesi, legate al calendario egizio, al ciclo delle stagioni e alla rappresentazione della regalità solare.
Tuttavia il fenomeno che osserviamo oggi non coincide perfettamente, nelle date, con quello documentato prima degli anni Sessanta.
Quando la costruzione della grande diga di Assuan minacciò di sommergere i monumenti della Nubia sotto le acque del futuro lago Nasser, l'UNESCO promosse una straordinaria campagna internazionale di salvataggio.
Tra il 1964 e il 1968 i templi di Abu Simbel furono tagliati in grandi blocchi, trasferiti e ricomposti in una collina artificiale, circa 64 metri più in alto e 180 metri più all'interno rispetto al sito originario.
Gli ingegneri riuscirono a conservare l'orientamento generale del complesso e, con esso, il fenomeno solare. Tuttavia, lo spostamento modificò lievemente le condizioni geometriche dell'allineamento.
Secondo una ricostruzione frequentemente riportata, prima del trasferimento l'illuminazione avveniva il 21 febbraio e il 21 ottobre, mentre oggi le date tradizionalmente celebrate sono il 22 dei due mesi. Altri studi e osservazioni precedenti al trasferimento propongono date leggermente differenti: stabilire il giorno esatto dipende anche da come si definisce il momento di massima illuminazione.
Il risultato resta straordinario. Un tempio smontato, trasportato e ricostruito nel Novecento continua a conservare un rapporto con il Sole pensato più di tremila anni prima.
Il tempo degli uomini e quello degli dèi
Il 22 ottobre non assistiamo soltanto a un fenomeno astronomico. Osserviamo il modo in cui una civiltà riuscì a tradurre la propria visione del mondo nella pietra.
Ramses II volle lasciare in Nubia una manifestazione grandiosa della propria regalità e del rapporto privilegiato con le potenze divine. Le quattro statue colossali sulla facciata proclamavano la sua autorità davanti a chiunque raggiungesse il tempio. Ma il momento più significativo si compiva lontano dagli occhi, nelle profondità della montagna.
Là dove la luce arrivava soltanto in particolari momenti dell'anno, il sovrano tornava simbolicamente a incontrare gli dèi.
Oggi il paesaggio è cambiato. Il Nilo scorre lontano dall'antica parete rocciosa, la montagna che ospita il tempio è in parte una ricostruzione moderna e il calendario del fenomeno ha subito una lieve variazione.
Ma la luce continua a entrare.
Forse è proprio questo l'aspetto più suggestivo di Abu Simbel: la possibilità di assistere ancora a un incontro tra il cielo e l'architettura, progettato da uomini che concepivano il tempo come un ciclo continuo di morte e rinascita.
E ogni volta che il Sole raggiunge il santuario, per pochi minuti Ramses II torna a essere illuminato accanto agli dèi che aveva scelto per l'eternità.




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