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26 agosto 1789: la nascita della Dichiarazione dei diritti dell'uomo e le contraddizioni dell'uguaglianza

  • 26 ago
  • Tempo di lettura: 5 min

Nel quartiere del Marais, al 23 di rue de Sévigné, si trova il Musée Carnavalet, il museo della storia di Parigi. Visitarlo è come fare un viaggio nel tempo: dal Neolitico ai Celti, dai Romani al Medioevo, dal Barocco del Re Sole fino alla Francia della Rivoluzione, piano dopo piano.

Ecco, le sale dedicate alla Rivoluzione francese custodiscono la più vasta collezione al mondo su quegli anni: ritratti, cimeli, brevetti della Guardia Nazionale, oggetti sopravvissuti al Terrore.


Cammino tra le vetrine e a un certo punto la trovi lì, davanti a te. la Déclaration des droits de l'homme et du citoyen nella sua celebre versione dipinta, incorniciata da figure allegoriche — la Legge, la Ragione, la Francia che spezza le catene — attorno al testo dei diciassette articoli.


Sebbene non sia è il manoscritto originale, il quale è custodito agli Archives Nationales, è comunque emozionate perchè rappresenta ciò che la Rivoluzione volle dare di se stessa, il modo in cui quel testo fu pensato per essere guardato, quasi venerato, prima ancora che letto.


Ed è proprio lì, in quella cornice solenne, che si annida la prima contraddizione: un documento concepito come universale, ma raffigurato — e scritto — al maschile.


Il 26 agosto 1789 l'Assemblea Nazionale Costituente approvò a Versailles il testo definitivo della Déclaration des droits de l'homme et du citoyen, la Dichiarazione dei diritti dell'uomo e del cittadino.


Diciassette articoli, scritti con la solennità di chi sa di stare firmando un atto di rottura: in poche righe crollava l'intera architettura giuridica dell'Ancien Régime, fondata sul privilegio di nascita, sulle distinzioni di ceto e sull'assolutismo di diritto divino.

La prima bozza era stata presentata l'11 luglio 1789 dal marchese de La Fayette, sì, proprio l'eroe della guerra d'Indipendenza americana, che l'aveva scritta, guarda caso, insieme a Thomas Jefferson, uno dei grandi autori della Dichiarazione d'Indipendenza del 4 luglio 1776.


Nelle settimane successive il testo passò per le mani, e per le penne, dell'abate Emmanuel-Joseph Sieyès, del conte di Mirabeau e di Jean-Joseph Mounier, prima di trovare una sintesi nel lavoro del comitato guidato dall'arcivescovo Jérôme Champion de Cicé.

Il risultato fu comunque un testo di rara densità e... illuminazione.


L'articolo 1 apriva con una frase destinata a diventare patrimonio comune del pensiero politico occidentale:

gli uomini nascono e rimangono liberi ed eguali nei diritti.

L'articolo 3 spostava la sovranità dal corpo del re a quello della Nazione, negando a qualunque individuo o istituzione un'autorità che non ne emanasse espressamente.


Gli articoli 7-9 mettevano un argine all'arbitrio giudiziario che per secoli aveva permesso alla Corona di far sparire un suddito con una semplice lettre de cachet, introducendo la presunzione d'innocenza come principio di diritto.

Gli articoli 10 e 11, infine, garantivano la libertà di opinione e di stampa, entro i limiti che la legge avrebbe stabilito per tutelare l'ordine pubblico.


A corte la reazione fu di chiusura.

A corte la reazione fu di chiusura. Luigi XVI, convinto che il testo intaccasse in modo irreparabile le prerogative della Corona, rifiutò di apporre la sanzione regia sia alla Dichiarazione sia ai decreti d'agosto che avevano già smantellato il sistema feudale. Il palazzo dell'assolutismo borbonico stava crollando, ma a chi viveva dietro i cancelli di Versailles sembrava impossibile che potesse accadere davvero. Erano sostanzialmente incapaci di comprendere cosa stesse accadendo — forse persino il perché.

Non si trattava di mera ottusità, ma di una semplice, ingenua indifferenza. I sovrani, imbevuti di un orgoglioso elitarismo di sangue, e convinti di essere stati scelti da Dio per regnare, non potevano abdicare — né moralmente né politicamente — a ciò che li aveva nutriti e cresciuti.

Pagheranno, certamente, un prezzo aspro e alto; sul loro collo si posò l'amara eredità dell'Assolutismo. Peso, però, che avevano enormemente contribuito a inasprire.

Intanto la Francia del 1789 era una tempesta, abbacinata da un entusiasmo rabbioso. E tempo un paio d'anni, la lama di Robespierre avrebbe davvero fatto piazza pulita di ogni dissenso.


L'assolutismo doveva cadere.

L'Illuminismo francese, sull'eco americana, doveva sorgere e splendere nel nome dell'uguaglianza. E in quell'estate delle meraviglie accadde davvero: si proclamò la fine dei diritti feudali, si lavorava a una Costituzione che, una volta conclusa, avrebbe trasformato la Francia in un governo costituzionale simile a quello inglese, si stava redigendo la Dichiarazione dell'uomo e del cittadino.

E quel 26 agosto, quando la notizia si diffuse, l'emozione dovette essere davvero incontenibile. Il re poteva guardarla con sdegno, ma ciò non ne intaccava il valore né l'attuazione. La Dichiarazione era già legge.


Diffusa su manifesti e fogli volanti, la Dichiarazione circolò rapidamente in tutta la Francia. Già però ogni sole ha al sua ombra...

L'universalità proclamata negli articoli si scontrò quasi subito con la pratica: sul piano elettorale l'Assemblea introdusse la distinzione tra cittadini "attivi" e "passivi", escludendo dal voto chi non raggiungeva una certa soglia di reddito. E in questo modo le donne vennero considerate soggetti privi dell'indipendenza economica, ma soprattutto di "di giudizio" e quindi impossibilitate per natura a esercitare diritti politici.

Una donna, per la mentalità del tempo, non poteva essere indipendente per definizione, ma apparteneva già a un padre o a un marito.


Ogni sua bella affermazione, uguaglianza, diritti, emancipazione, era declinata al maschile, e in senso pieno. Sì, ma per il Terzo Stato fatto di uomini come gli artigiani, i borghesi, i piccoli proprietari che avevano rivendicato per sé il posto tolto all'aristocrazia.

Le donne, che pure avevano marciato su Versailles e assaltato la Bastiglia fianco a fianco con loro, restarono fuori da quel "noi".


L'Illuminismo aveva smontato il diritto divino dei re sostituendolo con il diritto naturale: i diritti spettano all'uomo in quanto essere razionale e autonomo. Il problema è che quella stessa cultura, da Rousseau in giù, aveva già deciso chi fosse pienamente razionale e autonomo.


Nell'Emilio Rousseau aveva codificato una divisione dei ruoli che la borghesia rivoluzionaria fece propria quasi senza discuterla:


l'uomo appartiene alla sfera pubblica, la donna a quella domestica; l'uomo governa con la ragione,

Per loro si trattava di diritto naturale, un ordine immutabile — esattamente come quello che stavano scardinando, quella divisione della società in ceti che secoli di consuetudine avevano reso "naturale" agli occhi dell'Ancien Régime.


Fatto sta che la cittadinanza politica restò pensata per un soggetto che, guarda caso, aveva le sembianze del borghese proprietario, bianco, capofamiglia.


Il filosofo e matematico Nicolas de Condorcet, quasi da solo tra i costituenti, però non era d'accordo e nel 1790 scrisse che negare i diritti politici alle donne in nome della ragione era una contraddizione logica prima ancora che morale. Le sue parole caddero però nel vuoto.

Fu allora una donna, acuta e intelligente, a pensare di aiutare gli uomini dell'Assemblea a porre rimedio a quella "svista".

Nel settembre 1791 Olympe de Gouges, vero nome Marie Gouze, redasse la Dichiarazione dei diritti della donna e della cittadina, rivendicando per le donne la stessa pienezza giuridica e politica promessa e negata dal testo del 1789.


Diciassette articoli che fecero storcere il naso, suscitarono ilarità e vennero ignorati. Forse temevano le implicazioni sociali e politiche di quel primo, abbagliante articolo:

La donna nasce libera e rimane eguale all'uomo nei diritti."

Bastava ricalcare, quasi parola per parola, l'articolo 1 della Dichiarazione del 1789, e cambiare un solo termine per smascherare tutta la fragilità di un'esclusione mai argomentata, solo data per scontata.


E già. Ordine naturale un corno! Se deve essere uguaglianza che lo sia per davvero!

Ecco cosa chiedeva Olympe. Ma ebbe altro.


Più di due secoli dopo, La Dichiarazione del 1789 resta una pietra miliare della civiltà giuridica moderna, perché comunque ha codificato per la prima volta la dignità della persona come principio di diritto, e che con le sue stesse contraddizioni ha aperto la strada a battaglie ancora oggi non concluse.

 
 
 

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