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Parigi rivoluzionaria - dalla presa della Bastiglia al Terrore

  • 6 giorni fa
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La Parigi brucia! (1789-1792)

Parigi veglia. È la notte tra il 13 e il 14 luglio 1789, e le strade non dormono con lei. Le voci corrono da un capo all'altro della città, si rincorrono, si gonfiano a ogni angolo di strada. Qualcuno giura di aver sentito che la guardia reale si prepara ad attaccare. Non importa se è vero. Basta che la paura si accenda, ed è già fuoco che si propaga di casa in casa.

Il Palais Royal è il crocevia di ogni sussurro. Sotto i suoi portici, gli esaltati arringano la folla, e la folla — già stanca, già affamata, già furiosa da mesi — non chiede prove. Chiede armi. Nella notte, si decide di sbarrare gli ingressi della città. Parigi si chiude su se stessa come un pugno che si stringe prima di colpire.


E quella paura, per quanto sembri cieca, non nasce dal nulla. Nei giorni precedenti il re ha davvero fatto radunare intorno alla città un contingente imponente — circa trentamila soldati, in gran parte truppe straniere, schierate come un cappio che si serra lentamente attorno a Parigi. 


E quando, il 12 luglio, Luigi XVI costringe alle dimissioni Necker — il ministro che aveva mostrato aperture verso il Terzo Stato — il sospetto di una congiura contro la neonata Assemblea Nazionale smette di essere un'ipotesi. Diventa certezza. La paura del popolo, dunque, non è isolata follia collettiva, è la risposta, amplificata ma non insensata, a un pericolo che il re stesso ha reso concreto.

l Palais-Royal diventa il crocevia di ogni notizia, sospetto e discorso politico. Il 12 luglio Camille Desmoulins arringa la folla, invita i parigini a riconoscersi attraverso una coccarda e li chiama all’insurrezione. Non è però un singolo oratore a creare dal nulla la rivolta: Desmoulins dà voce a una città già esasperata dall’aumento del prezzo del pane, dalla crisi economica, dalla presenza dei soldati e dal timore che le conquiste politiche delle settimane precedenti vengano cancellate con la forza. 

Poco dopo, nei pressi delle Tuileries, il reggimento di cavalleria Royal-Allemand, comandato dal principe di Lambesc, carica la folla e rende ancora più concreta la minaccia della repressione.

La causa immediata dell’insurrezione non fu dunque una «paura irrazionale», ma una paura certamente esasperata e incontrollabile, fondata tuttavia su segnali reali.

Parigi comincia a chiudersi, a sorvegliarsi, a organizzarsi. Vengono erette barricate e predisposti posti di guardia. La città si raccoglie su se stessa come un pugno che si stringe prima di colpire.


La nascita della milizia cittadina

Il 13 luglio gli elettori parigini — gli uomini che avevano partecipato all’elezione dei deputati agli Stati generali — si riuniscono all’Hôtel de Ville e danno vita a un Comitato permanente. Viene decisa la costituzione di una milizia cittadina, destinata a proteggere Parigi tanto dai disordini quanto da un possibile intervento delle truppe regie.

È il primo nucleo di quella che diventerà la Guardia nazionale.


Ma una milizia ha bisogno di armi. Nelle strade comincia allora una ricerca febbrile di fucili, sciabole, cannoni e munizioni. Parigi non attende più che l’ordine venga ristabilito dall’alto: si prepara a difendersi da sola.

Non era scontato che dovesse andare così. Parigi non è un fondale neutro su cui la Storia può scrivere qualunque cosa: è una città con le sue cicatrici, i suoi rancori accumulati nei secoli, il suo tessuto di strade che ricorda ogni sommossa dal Medioevo in poi. La Rivoluzione francese cambierà il corso della storia universale — questo lo sappiamo guardando indietro — ma in quel luglio del 1789 è ancora una città reale, con le sue paure e i suoi conflitti specifici, a decidere il proprio destino ora per ora, respiro dopo respiro.





Il 14 luglio

L'alba si alza pigra, come se fosse un giorno qualunque. Non lo è. Per niente.

Nella sala del Municipio, tra i rappresentanti riuniti, si prende una decisione che cambierà il volto della giornata: nasce la "milizia cittadina". Non è più tempo di parole. È tempo di armi — e la città, quasi con un unico respiro, si mette a cercarle.

Il primo obiettivo è l'Hôtel des Invalides: gli insorti lo assaltano, e tra quelle mura trovano fucili a migliaia, ma non ancora ciò che davvero serve per farli sparare. È allora che una voce comincia a correre — di strada in strada, di bocca in bocca, sempre più insistente, nella fortezza della Bastiglia, a est della città, sarebbero custodite le munizioni tanto cercate.

Sono circa le dieci del mattino. Novecento persone, forse più, si muovono verso la Bastiglia — qualche uomo di rango, un discreto numero di disertori, e soprattutto gli abitanti del quartiere: artigiani, bottegai, gente comune con le mani ancora sporche del proprio mestiere. Non è un esercito. È una città che si è armata da sola, nella notte, saccheggiando gli armaioli, e che ora cammina verso la fortezza con un obiettivo preciso, i diciotto cannoni puntati sulle case, e le riserve di polvere da sparo custodite dentro quelle mura.

A comandare la piazzaforte c'è Bernard-René Jourdan de Launay, marchese, governatore della prigione — un uomo che il destino ha voluto beffardo fino in fondo: è nato proprio lì dentro, nel 1740, quando suo padre ne era il governatore prima di lui. Sotto il suo comando, non un esercito. Ottantadue invalidi, veterani ormai inadatti al combattimento, e trentadue guardie svizzere arrivate da pochi giorni. Centoquattordici uomini in tutto, a difendere un simbolo che pesa più di qualunque cannone puntato.

Dentro le celle, quel giorno, ci sono solo sette prigionieri — quattro falsari, un conte accusato di incesto, un pazzo, un vecchio complice di un tentato regicidio contro Luigi XV. La leggenda di una Bastiglia piena di perseguitati nascerà dopo, cucita addosso ai fatti per renderli più grandi. 

Quel giorno, la folla trova solo questo, sette uomini qualunque, in una prigione che sembra già più vuota della sua fama.


Le trattative iniziano nella mattinata. Launay, per non provocare, promette che non sparerà se non attaccato. Ma la tensione è già oltre il punto di ritorno. La folla spezza le catene del ponte levatoio e si riversa nei cortili della fortezza. È in quel momento che il governatore dà l'ordine fatale.

Il fuoco dura ore. Nel primo pomeriggio, la guarnigione spara sugli assedianti — quattro ore di scontri veri, non più solo grida e minacce. Un centinaio di cittadini cadono, contro un solo invalido caduto tra i difensori.

Verso le cinque del pomeriggio, sopraffatta, la guarnigione cede. 


Allora possiamo dire che Oscar François de Jarjayes muore verso le 16.00 del pomeriggio del 14 luglio 1789


Launay, per evitare altro sangue, offre la resa in cambio della vita per sé e per i suoi uomini.

La folla non mantiene il patto. Launay viene trascinato fuori, decapitato — si dice per mano di un certo Jourdan, suo ex attendente, soprannominato "mozza-teste" — e la sua testa issata su una picca, portata in trionfo per le strade della città che lo ha appena ucciso. La stessa sorte tocca a Jacques de Flesselles, il prevosto dei mercanti, accusato di aver tradito il popolo nel momento decisivo.

Da quel pomeriggio, la Bastiglia — simbolo di quattro secoli di arbitrio regio — non esiste più come potere. Esiste solo come rovina, e come data. Il 14 luglio 1789 non è ancora la Rivoluzione compiuta. Ma è il giorno in cui Parigi ha smesso di aspettare.



A Versailles? 

A Versailles la portata degli eventi non viene compresa immediatamente.

È celebre il termine «Rien», «nulla», annotato da Luigi XVI alla data del 14 luglio. Non va però interpretato come la prova che il sovrano considerasse irrilevante la presa della Bastiglia. Il registro del re non era un vero diario politico o intimo: vi annotava soprattutto cacce, spostamenti, cerimonie e attività della giornata. «Rien» indicava dunque che non vi era nulla da registrare secondo la consueta funzione di quel quaderno.

Le notizie provenienti da Parigi arrivano frammentarie. Soltanto nella notte il re comprende che la situazione è radicalmente diversa dalle precedenti sommosse: la Bastiglia è caduta, de Launay è stato ucciso, le truppe si sono mostrate incerte e la capitale ha costituito una propria milizia e una propria autorità municipale.

La tradizione attribuisce al duca di La Rochefoucauld-Liancourt il celebre scambio:

«È una rivolta?»

«No, Sire. È una rivoluzione.»


Non possiamo considerarlo una trascrizione letterale e incontestabile; la frase esprime tuttavia perfettamente ciò che il re dovette comprendere tra il 14 e il 15 luglio.

Il giorno successivo Luigi XVI si presenta all’Assemblea nazionale senza guardie, accompagnato soltanto dai suoi due fratelli. Afferma di essere «una cosa sola» con la nazione e annuncia di aver ordinato alle truppe di allontanarsi da Parigi e Versailles. Non pensa ancora che la monarchia sia finita: tenta di recuperare il ruolo tradizionale del sovrano pacificatore, sperando di trasformare una sconfitta politica in una riconciliazione con la nazione.

Maria Antonietta percepisce invece gli avvenimenti soprattutto come una minaccia alla dinastia e alla propria famiglia. A una copia di una lettera a lei attribuita è legata l’espressione «Tout est perdu», «Tutto è perduto». L’attribuzione documentaria va trattata con prudenza, ma il sentimento espresso è verosimile: per la regina non è caduta soltanto una fortezza; è crollata la sicurezza del mondo che avrebbe dovuto proteggere lei, il marito e i figli.

Luigi XVI spera ancora di riconciliare il trono e la nazione. Maria Antonietta comincia probabilmente a temere che ogni concessione renda la monarchia più debole e vulnerabile.


Una città che cambia pelle

Da quel momento i luoghi di Parigi sembrano assumere una nuova funzione a ogni svolta della Rivoluzione.

Il 15 luglio 1789 Jean-Sylvain Bailly diventa sindaco di Parigi e La Fayette assume il comando della Guardia nazionale. Il 17 luglio Luigi XVI arriva nella capitale, viene accolto all’Hôtel de Ville e accetta la coccarda con i colori di Parigi, il rosso e il blu, ai quali viene associato il bianco monarchico. Per qualche giorno sembra ancora possibile ricomporre l’unità tra il re e il popolo.

Il 5 e 6 ottobre dello stesso anno, però, la marcia su Versailles obbliga la famiglia reale a trasferirsi alle Tuileries. Il corteo è accompagnato da grida, canti e manifestazioni di entusiasmo, ma quell’entusiasmo è profondamente ambiguo: il popolo crede di aver riportato il re nella propria capitale, mentre la corte comprende di essere stata posta sotto la sorveglianza di Parigi.

Tre anni più tardi, il 10 agosto 1792, un’altra insurrezione assalta proprio il palazzo delle Tuileries. La famiglia reale cerca protezione presso l’Assemblea legislativa e la monarchia viene sospesa. La Comune insurrezionale sostituisce l’amministrazione municipale legale e diventa uno dei centri del nuovo potere rivoluzionario.

Anche il Campo di Marte conosce due momenti opposti.






Il 14 luglio 1790 ospita la Festa della Federazione, grande celebrazione dell’unità nazionale e della possibile concordia tra monarchia e Rivoluzione. Il 17 luglio 1791, dopo la fuga del re e il suo arresto a Varennes, lo stesso prato diventa il teatro della repressione: la Guardia nazionale comandata da La Fayette spara sui manifestanti riuniti per chiedere la destituzione di Luigi XVI. 

La strage approfondisce la frattura tra i sostenitori della monarchia costituzionale e il movimento repubblicano.

I club politici non nascono in seguito alla strage del Campo di Marte, esistevano già. I giacobini e i cordiglieri si riunivano in vecchi complessi conventuali, dai quali traevano i propri nomi. Non erano ancora partiti nel significato moderno del termine, ma società politiche, reti di discussione e centri capaci di orientare l’opinione pubblica.

Luoghi un tempo destinati alla preghiera diventano così spazi nei quali si discute della Costituzione, della monarchia, della Repubblica, della guerra e dei diritti del cittadino.

Nel 1793 le Tuileries cambiano ancora funzione. La Convenzione nazionale si stabilisce nel palazzo e il Comitato di salute pubblica si riunisce nel padiglione di Flore. Il luogo nel quale aveva vissuto la famiglia reale diventa uno dei centri del governo rivoluzionario. Nello stesso anno viene istituito il Tribunale rivoluzionario e la Conciergerie assume la funzione di prigione per molti degli imputati destinati al processo e, spesso, al patibolo.

È uno dei paradossi più oscuri della Rivoluzione. La città che aveva abbattuto la Bastiglia in nome della libertà torna a riempirsi di prigioni, tribunali straordinari e strumenti di repressione.

Non diventa semplicemente ciò che aveva voluto distruggere. Mostra, però, quanto una rivoluzione che si sente minacciata dall’interno e dall’esterno possa finire per adottare gli stessi mezzi coercitivi contro i quali era insorta.


La piazza del potere e della morte

Al centro di una grande piazza situata tra le Tuileries e i Campi Elisi sorgeva un tempo la statua equestre di Luigi XV. La piazza portava il nome del sovrano: Place Louis XV.

L’11 agosto 1792, il giorno successivo alla caduta della monarchia, la statua viene abbattuta. Il bronzo viene destinato alla fusione e la piazza assume un nuovo nome: Place de la Révolution.

È qui che il 21 gennaio 1793 viene innalzato il patibolo per Luigi XVI. Le testimonianze descrivono una folla immensa, ma non concordano sul suo comportamento: alcune ricordano grida ed esultanza, altre un silenzio pesante interrotto dai tamburi e dalle voci dei soldati.

La lama cade e il re diventa Luigi Capeto, il cittadino condannato dalla Repubblica.

Il 16 ottobre dello stesso anno viene condotta nella piazza Maria Antonietta. Arriva dalla Conciergerie su una carretta scoperta, con i capelli tagliati prima dell’esecuzione e le mani legate. La donna che un tempo aveva attraversato le sale di Versailles sotto gli occhi della corte percorre ora le strade di Parigi esposta agli sguardi della folla.


Sul medesimo patibolo salgono, in momenti diversi, Charlotte Corday, i principali deputati girondini, Olympe de Gouges, Madame Roland, Danton e Camille Desmoulins. Di cui spero di raccontarvi presto...

Infine, il 28 luglio 1794, viene condotto nella piazza Maximilien de Robespierre insieme ai suoi compagni.


Il rovesciamento possiede una forza tragica, ma non va semplificato sostenendo che Robespierre fosse «l’uomo che più di ogni altro aveva voluto la ghigliottina». Nel 1791 egli si era schierato apertamente tra gli abolizionisti della pena capitale. Negli anni successivi avrebbe però accettato la condanna a morte di Luigi XVI e il ricorso alla giustizia rivoluzionaria come strumenti di difesa della Repubblica. La sua fine rivela quindi una delle contraddizioni più profonde della sua esperienza politica e dell’intera Rivoluzione.


Più di mille persone vengono giustiziate nella Place de la Révolution. Molti dei loro corpi vengono sepolti nei cimiteri della Madeleine e degli Errancis, mentre le vittime della fase più intensa della Grande Terreur vengono deposte nelle fosse di Picpus, nei pressi della place du Trône-Renversé.


Nel 1795 la piazza riceve un nuovo nome: Place de la Concorde.

Concordia.


Come se, dopo gli anni della violenza, la Francia avesse voluto affidare alle parole il compito quasi impossibile di ricomporre una nazione divisa dal sangue.


L’obelisco e la memoria

Oggi al centro della piazza non vi è più una statua reale né una ghigliottina.

Si innalza l’obelisco proveniente dal tempio di Luxor, decorato con iscrizioni che celebrano il faraone Ramses II. Offerto alla Francia dal viceré d’Egitto Mehmet Ali, venne trasportato lungo il Nilo, attraverso il Mediterraneo e infine lungo la Senna. Fu eretto al centro della Place de la Concorde il 25 ottobre 1836.

La scelta di collocare un monumento estraneo alle contese politiche francesi non fu casuale: l’obelisco avrebbe dovuto sottrarre la piazza alle continue appropriazioni simboliche di monarchici e rivoluzionari, affidandola a una memoria più antica di tutte le loro lotte.

Chi attraversa oggi la Place de la Concorde vede uno degli spazi più ampi ed eleganti d’Europa. Ma cammina anche sopra uno dei luoghi nei quali la storia francese ha mostrato, insieme, la forza dei simboli, la fragilità del potere e il prezzo terribile della violenza politica.

Parigi non fu soltanto lo scenario della Rivoluzione.

Ne fu il corpo.

Le sue piazze ne conservarono la memoria, i suoi palazzi cambiarono padrone, le sue prigioni si riempirono e si svuotarono, i suoi quartieri spinsero gli eventi sempre più avanti.

Il 14 luglio 1789, con la caduta della Bastiglia, la città smise di attendere.


E cominciò a fare la Storia.





 
 
 

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