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I VANGELI CHE NON ENTRARONO NELLA BIBBIA

  • 4 ago
  • Tempo di lettura: 11 min

Quando si parla di religione, le parole vero e falso scottano.

Diventano subito difficili da maneggiare.


Non perché non esistano documenti falsi, traduzioni sbagliate o ricostruzioni storiche infondate. Quelli esistono eccome e possono essere riconosciuti come tali. Il problema nasce quando si vuole applicare la stessa distinzione alla fede. Ogni religione tende infatti a considerare vera la propria visione del mondo. Non potrebbe essere diversamente: se una religione ammettesse di essere soltanto una possibilità tra tante, perderebbe parte della propria forza.


Oggi siamo più prudenti. Le confessioni cristiane dialogano, i rappresentanti delle religioni si incontrano, si scambiano sorrisi e dichiarazioni di rispetto. È certamente un progresso rispetto ai secoli delle persecuzioni e delle guerre di religione, anche se non significa che le differenze siano scomparse.

Lo scisma tra la Chiesa cattolica e quella ortodossa, per esempio, non si è concluso.


Nel 1965 furono revocate le reciproche scomuniche risalenti al 1054, ma la piena comunione non è mai stata ristabilita. Allo stesso modo, la Riforma protestante non è diventata improvvisamente irrilevante: le differenze teologiche rimangono, anche se oggi vengono affrontate con un linguaggio diverso.


Perfino le crociate, che spesso vengono riassunte come sette guerre combattute dai cristiani contro l’Islam, furono un fenomeno molto più complesso. Ebbero motivazioni religiose, politiche ed economiche; si rivolsero contro musulmani, ma anche contro cristiani. La quarta crociata arrivò al sacco di Costantinopoli — cristiana ortodossa — nel 1204, nonostante le proteste dello stesso Innocenzo III, che pure aveva autorizzato la spedizione e aveva già scomunicato crociati e veneziani per l'attacco a Zara. Anche i papi, a volte, perdono il controllo di ciò che mettono in moto..


Dietro la fede, insomma, si sono sempre mossi anche il potere, l’identità e il bisogno di stabilire chi avesse il diritto di parlare in nome di Dio.


Il mio punto di osservazione è necessariamente limitato. Sono cresciuta in un paese culturalmente cattolico e mi sono occupata soprattutto delle origini del cristianesimo. Non ho la pretesa di applicare lo stesso discorso a tutte le religioni del mondo. Mi limito a ciò che conosco, i Vangeli, gli antichi testi cristiani e il lungo processo che ha portato alla nascita del Nuovo Testamento.


Ed è proprio qui che incontriamo una parola tanto famosa quanto fraintesa, apocrifo.

Dal greco apókryphos, il termine significa “nascosto”, “celato”, “segreto”. Non significava dunque, almeno in origine, “falso”.


Alcuni antichi scritti cristiani si presentavano davvero come insegnamenti segreti, rivelati da Gesù soltanto a un discepolo prescelto. Altri, però, non furono affatto nascosti. Circolarono apertamente, vennero copiati, tradotti e letti in diverse comunità. Alcuni influenzarono profondamente l’arte e la devozione cristiana, pur senza entrare nella Bibbia.


Il Protovangelo di Giacomo, per esempio, raccontava l’infanzia di Maria e la nascita di Gesù. Da testi come questo derivano molte tradizioni che non compaiono nei quattro Vangeli canonici, ma che sono entrate nell’immaginario cristiano. Il Vangelo di Tommaso raccoglie parole attribuite a Gesù. Quello di Pietro offre una diversa narrazione della passione e della resurrezione. Altri testi raccontano miracoli compiuti da Gesù bambino o dialoghi segreti avvenuti dopo la resurrezione.

Oggi questi libri sono accessibili a tutti. Si trovano in libreria, nelle biblioteche e persino online. Non sono più nascosti e, in molti casi, probabilmente non lo furono mai nel senso materiale del termine.

Eppure continuiamo a chiamarli apocrifi.


La parola è rimasta, ma nel tempo ha cambiato significato. Prima indicava ciò che era nascosto o riservato; poi ciò che non apparteneva al canone; infine, nel linguaggio comune, ha finito per significare falso, inventato o di dubbia autenticità.

È qui che nasce l’equivoco.

Un testo apocrifo non è necessariamente una menzogna, così come un testo canonico non è automaticamente una cronaca esatta di ciò che accadde. La distinzione riguarda innanzitutto l’autorità che una determinata comunità religiosa ha deciso di riconoscere a quei libri.


Dopo la morte di Gesù, o di chi per esso, non esisteva ancora il Nuovo Testamento. Non c’era un volume già ordinato, con i quattro Vangeli, le lettere di Paolo, gli Atti degli Apostoli e l’Apocalisse.


Esistevano comunità diverse, sparse tra la Palestina, la Siria, l’Asia Minore, la Grecia, Roma e l’Egitto. Circolavano racconti orali, formule utilizzate nel culto, lettere, raccolte di parole attribuite a Gesù e narrazioni della sua morte.


Le prime Scritture dei cristiani erano quelle della tradizione ebraica - perché il predicatore apocalittico di cui parlavano era ebreo. Soltanto in seguito alcuni testi specificamente cristiani cominciarono a essere copiati e scambiati tra le comunità.


Le lettere attribuite a Paolo furono tra i primi scritti a essere raccolti. Poi arrivarono i racconti della vita di Gesù. Alcuni narravano la sua predicazione e la passione, altri cercavano di riempire i vuoti lasciati dalla tradizione: l’infanzia di Maria, la giovinezza di Gesù, il destino degli apostoli.


Non esisteva ancora una linea netta tra ciò che oggi chiamiamo canonico e ciò che definiamo apocrifo. Esistevano testi molto conosciuti, altri letti soltanto in alcune regioni, altri ancora considerati edificanti ma non abbastanza autorevoli da essere proclamati durante il culto.


I Vangeli che non entrarono nella Bibbia erano falsi o semplicemente esclusi?

Il canone non nacque in un giorno.



Non ci fu un uomo che, seduto davanti a una montagna di manoscritti, scelse Matteo, Marco, Luca e Giovanni e gettò tutti gli altri nel fuoco. Non fu Costantino a decidere quali Vangeli dovessero essere letti. E non fu il concilio di Nicea, nel 325, a selezionare i quattro Vangeli ufficiali.

Alla fine del II secolo, Ireneo di Lione sosteneva che i Vangeli dovessero essere quattro, né più né meno — con un'argomentazione anche simbolica, quattro punti cardinali, quattro venti. Il fatto stesso che sentisse il bisogno di difendere quella raccolta dice che il processo non era stato automatico.

Quando Nicea si riunì, nel 325, quei quattro Vangeli erano già letti da tempo in numerose comunità cristiane. Il concilio non li scelse. Li trovò già lì.


Perché? Perché erano diffusi, noti, familiari. Si credeva già all'epoca che fossero legati agli apostoli o alla loro cerchia ed erano adatti alla forma di cristianesimo che stava progressivamente diventando dominante.


Questo non significa che gli altri scritti fossero già scomparsi.


Il Pastore di Erma, per esempio, fu a lungo letto e apprezzato. La Lettera di Barnaba comparve persino in alcuni antichi manoscritti accanto ai libri che oggi fanno parte del Nuovo Testamento. Al contrario, testi oggi canonici, come l’Apocalisse, la Lettera agli Ebrei, la Seconda lettera di Pietro o la Lettera di Giuda, furono discussi per molto tempo.


La separazione non fu quindi immediata. Per secoli esistettero libri accettati quasi ovunque, libri discussi e libri respinti.

Che cosa contava nella scelta?

L’antichità del testo, prima di tutto. Poi il legame con gli apostoli, vero o presunto. Contavano la diffusione, l’uso durante il culto e la compatibilità con quella che i vescovi chiamavano “regola della fede”.

In altre parole, un libro acquistava autorità perché veniva letto nelle comunità, e veniva letto nelle comunità perché era ritenuto autorevole. Le due cose finirono per sostenersi a vicenda.

Il passaggio decisivo avvenne nel IV secolo.

Nel 367 Atanasio, vescovo di Alessandria, scrisse una lettera nella quale elencava i ventisette libri che oggi compongono il Nuovo Testamento. È il primo elenco conservato che coincide esattamente con quello attuale.


Atanasio non inventò quei libri e non eliminò con un colpo di penna tutti gli altri. Mise però nero su bianco una distinzione precisa, alcuni testi dovevano essere riconosciuti come Scrittura, altri potevano essere letti perché utili, ma non possedevano la stessa autorità.

Pochi decenni dopo, i concili di Ippona e Cartagine confermarono un elenco simile. Non erano concili universali in grado di imporre immediatamente la propria decisione a tutte le Chiese, ma contribuirono a consolidare il canone in Occidente.


Molto più tardi, nel 1546, il concilio di Trento definì solennemente il canone cattolico nel contesto dello scontro con la Riforma protestante. E rese dogmaticamente vincolante una raccolta già utilizzata da molti secoli.


Alla domanda «Chi ha deciso quali libri dovessero entrare nella Bibbia?» non si può quindi rispondere con un solo nome.

Decisero le comunità che continuarono a leggere alcuni testi e ne abbandonarono altri. Decisero i vescovi che autorizzarono determinate letture. Decisero i teologi che citarono alcuni scritti come autorità. Decisero i copisti, che riprodussero certi manoscritti e non altri. Infine decisero le istituzioni ecclesiastiche, trasformando una consuetudine in una norma.


Per un credente, questo processo può essere interpretato come l’azione dello Spirito Santo nella storia.

Per uno storico rimane un processo umano di selezione, trasmissione e costruzione dell’autorità.


Sono due letture differenti.

A ciascuna la sua.

Perché la storia segue le tracce lasciate dagli uomini. E le sue tracce si possono verificare, smontare, contestare.


La teologia immagina e fa norma.

Ma non si sottopone alla stessa prova.


E qui sta l'inghippo — non della fede in sé, ma della pretesa.


Perché nel momento in cui la teologia smette di dire "io credo" e comincia a dire "questo è accaduto", entra nel territorio della storia. E in quel territorio, si gioca con le regole della storia. Non puoi rivendicare lo statuto di fatto e insieme l'esenzione dalla prova.


La fede può bastare a se stessa. Ma non può prendere in prestito l'autorità della realtà accaduta, e allo stesso tempo sottrarsi al suo tribunale.

Vi faccio un esempio preso dal Catechismo della Chiesa Cattolica:

Riguarda Adamo ed Eva: Il racconto della caduta (Gn 3) utilizza un linguaggio di immagini, ma espone un avvenimento primordiale, un fatto che è accaduto all'inizio della storia dell'uomo. 507 La Rivelazione ci dà la certezza di fede che tutta la storia umana è segnata dalla colpa originale liberamente commessa dai nostri progenitori. 508.


Prima l'ammissione — è un'immagine. Poi il "ma" la ritira — eppure è un fatto. Accaduto. Datato: l'inizio della storia dell'uomo. Cioè? Quando?

Un mito che diventa fatto. E porta conseguenze, per "tutta la storia umana", scrive il Catechismo subito dopo, "è segnata dalla colpa originale". Un peccato trasmesso per davvero — il che richiede due persone reali, in un momento reale.

Ma le prove?

La teologia si è attribuita questo grande grandissimo privilegio, smarcarsi dall'onere della prova.



Anche gli autori dei quattro Vangeli rimangono in parte nell’ombra.

I testi non sono firmati nel senso moderno del termine. I nomi di Matteo, Marco, Luca e Giovanni furono associati alle opere durante la loro trasmissione. Non significa necessariamente che le attribuzioni tradizionali siano state inventate dal nulla, ma non possiamo trattarle come firme autografe.

La maggior parte degli studiosi colloca la composizione dei quattro Vangeli tra la seconda metà del I secolo e l’inizio del II. Le date esatte, i luoghi e l’identità degli autori continuano a essere discussi.


Furono comunque scritti da uomini immersi in un preciso ambiente culturale. Non stavano compilando una biografia moderna né un verbale processuale. Cercavano di spiegare chi fosse Gesù, perché fosse stato crocifisso e quale significato dovesse essere attribuito alla sua morte.


I Vangeli conservarono ricordi, tradizioni orali e forse testimonianze più antiche, ma li organizzarono secondo una visione teologica. Ogni evangelista selezionò episodi, costruì una narrazione e rispose alle domande della propria comunità.

Questo non li rende inutili sul piano storico. Li rende testi complessi.


La storia può studiare la predicazione del presunto Gesù, la sua condanna, la crocifissione e la nascita delle prime comunità cristiane. Può confrontare i racconti e metterne in evidenza somiglianze e contraddizioni. Non può però dimostrare scientificamente un miracolo o una resurrezione.

Può affermare che i seguaci di Gesù credettero nella sua resurrezione. Non può stabilire, con gli strumenti della ricerca storica, che la resurrezione sia realmente avvenuta.

Questa appartiene alla fede.


A volte si dice che i Vangeli siano “soltanto storie”. Ma anche questa affermazione è troppo semplice.

Certo, sono narrazioni. E proprio attraverso le narrazioni gli esseri umani conservano i ricordi, costruiscono identità e cercano di dare un senso alla morte, all’ingiustizia e alla paura.

I Vangeli nacquero nel mondo dominato da Roma. L’impero romano non controllava l’intero pianeta e non era il primo grande impero della storia, ma per chi viveva sulle rive del Mediterraneo appariva come una potenza immensa.

Vi erano ribellioni, resistenze, tensioni sociali e attese di liberazione, ma anche collaborazione con il potere romano. Le comunità cristiane vivevano dentro questa realtà e cercavano di capire quale rapporto dovessero avere con l’Impero, con l’ebraismo e con gli altri seguaci di quel predicatore ebreo, apocalittico ucciso per sedizione.


Ogni Vangelo rispose in modo diverso.

Poi alcune di quelle risposte diventarono normative. Furono lette, ripetute, commentate e infine riconosciute come Parola di Dio. Altre rimasero ai margini e presero il nome di apocrife.


Non perché fossero tutte false. Ma perché non appartenevano alla tradizione che riuscì a imporsi come misura della fede.

In fondo, il bisogno di verità e quello di speranza sono tra le grandi forze che alimentano le religioni.

Vorremmo credere che la nostra esistenza non sia casuale. Che faccia parte di un disegno, di quella geometria segreta esplicata dalla sezione aurea del Cosmo e quindi capace di dare un senso al Tutto.

Noi, ciascuno di noi, parte del Tutto.

E giù visioni new age. Rivelazioni da questa o quella dimensione o da questo o da quel pianeta..


Ma basta alzare gli occhi verso il cielo per avvertire una certa vertigine.

Nell’universo osservabile potrebbero esistere centinaia di miliardi di galassie, forse molte di più. La nostra Via Lattea contiene centinaia di miliardi di stelle e, secondo alcune stime, potrebbe ospitare centinaia di milioni di pianeti rocciosi situati in una zona teoricamente compatibile con la presenza di acqua liquida.

Ok, la mia mente non riesce neanche a immaignare certi ordini di grandezze.


Potenzialmente abitabili non significa abitati. Potrebbero essere mondi sterili, privi di atmosfera o inadatti alla vita complessa. Ma il numero rimane impressionante.

Centinaia di milioni di possibilità nella sola Via Lattea. E noi continuiamo a immaginare che il significato dell’intero universo dipenda da ciò che accade qui, su un piccolo pianeta, a una sola specie.

Forse è questa la nostra forma più profonda di egocentrismo, non limitarci a desiderare che la vita possieda un significato, ma pensare che tutto il cosmo sia stato costruito perché quel significato potesse riguardare noi.


E forse l’universo osservabile non è neppure tutto.


E come se non bastassero già queste centinaia di miliardi di possibilità, ci si mettono pure i multiversi. In stile Marvel. La fisica teorica considera modelli in cui la realtà avrebbe più dimensioni di quelle che percepiamo — la M-teoria ne prevede undici, dieci spaziali e una temporale. Resta un'ipotesi. Nessuna prova diretta, nessuna conferma sperimentale. Ma basta la possibilità a rendere ancora più fragile la nostra pretesa di centralità.


Non è che si può sempre risolvere tutto con la solita formula magica. Sim sala bim? Direte voi. No, l'altra, "mistero della fede".


Già perché una dimensione aggiuntiva non è il paradiso. Un universo parallelo non dimostra l’esistenza di Dio. La fisica non può essere trasformata in teologia soltanto perché ci parla di realtà che non riusciamo a vedere.


Eppure confesso che non mi consola pensare che, alla fine, della mia esistenza rimarranno soltanto polvere, ricordi e conseguenze. Preferirei credere che gli affetti, le esperienze e la coscienza continuino altrove.

Ma desiderare qualcosa non significa dimostrarla.

Anche la Speme, ulitam Dea fugge i sepolcri, cantava Foscolo...


Il nostro lascito certo si trova nella condotta, negli affetti, nelle parole, nelle opere e nei cambiamenti che produciamo nella vita degli altri. L’idea che tutto questo continui in un’altra dimensione appartiene alla speranza personale.


Con i Vangeli accade qualcosa di simile.

Li rileggiamo, analizziamo ogni parola, cerchiamo reliquie, coincidenze e conferme materiali. Vorremmo trovare un indizio definitivo capace di trasformare la fede in certezza. È lo stesso bisogno che alimenta le discussioni sulla Sindone: il desiderio di possedere finalmente una prova.


Ma un testo antico non può darci quella sicurezza.

Può raccontarci ciò che alcuni uomini e alcune donne ricordavano, credevano, temevano e speravano. Può mostrarci come la morte di un predicatore ebreo sia stata interpretata fino a diventare il centro di una religione universale. Può farci capire perché alcune versioni della sua storia siano state accolte e altre respinte.


Gli apocrifi non sono necessariamente la vera storia di Gesù nascosta dalla Chiesa. I canonici non sono una cronaca perfetta discesa dal cielo.

Sono entrambi voci umane.


La differenza è che alcune di quelle voci furono riconosciute come Scrittura, mentre le altre rimasero fuori dal recinto.

Tutto qui.

Alcune sono state "escluse", come gli dèi pagani. Bollate come false ed eretiche.


Forse è proprio questo il senso più profondo della parola apocrifo, non qualcosa che oggi sia ancora nascosto, ma qualcosa che porta con sé la memoria di un’esclusione.


Una voce che esisteva, che parlava, che raccontava una diversa interpretazione delle origini e che, a un certo punto, non venne più considerata adatta a rappresentare la verità ufficiale.


Questo mondo dimentica le voci che ha escluso, ma continua a proclamare Verità.

Sia qui che in una galassia molto molto lontana...




 
 
 

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