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Nut, la Dea del Cielo che partorì gli Dei

L’immagine raffigura una scena cosmica ispirata alla mitologia egizia: la dea Nut, personificazione del cielo, appare con il corpo slanciato e color blu notte, ricoperto di stelle dorate. È arcuata in una posizione maestosa, come a formare la volta celeste sopra il dio Geb, che giace disteso sotto di lei, incarnazione della terra. Il suo corpo, bruno e cosparso di tracce verdi, evoca la fertilità del suolo. Intorno a loro si estende il cosmo: un cielo profondo, punteggiato di stelle e vortici di luce, con un grande sole dorato che irradia calore al centro della scena. L’insieme richiama l’antico mito della separazione del cielo dalla terra, mediata da Shu, e simboleggia l’armonia primordiale tra gli elementi che reggono l’universo.
Nut si inarca come un firmamento blu trapunto di stelle, abbracciando con grazia il cosmo e vegliando su Geb, la terra distesa sotto di lei. In questo eterno equilibrio tra cielo e terra, nasce il mondo egizio.

Nel cuore più antico dell'antico Egitto, quando le parole sacre venivano scolpite nelle pareti delle piramidi per guidare i faraoni nell’aldilà, una dea si stagliava su tutte le altre: Nut. Dominava i Testi delle Piramidi, i testi funerari più arcaici dell’Antico Regno, eppure il suo potere non si limitava al regno dei morti. Nut era molto di più. Era il cielo stesso. Più precisamente: il cielo notturno.

Nei templi del Nuovo Regno e oltre, Nut veniva rappresentata in una forma sublime e misteriosa: nuda, il corpo cosparso di stelle, arcuata sopra la terra come una volta celeste vivente. Sotto di lei giaceva il dio Geb, che incarnava la terra e ne costituiva il fondamento. Tra loro si svolgeva un dramma cosmico di creazione e separazione.

Secondo la mitologia, Nut e Geb erano amanti cosmici ma anche fratelli, figli di Shu, il dio dell’aria e della luce, e della sua compagna Tefnut, simbolo dell’umidità primordiale. Shu e Tefnut stessi erano stati generati da Atum, il dio primigenio, nato dal nulla, che diede origine ai suoi figli con un gesto solitario e divino: sputando o masturbando, a seconda della versione del mito.

Dall’unione tra Nut e Geb nacquero quattro delle divinità più importanti del pantheon egizio: Osiride, Iside, Seth e Nefti. In alcune tradizioni, anche Horus fu generato da loro. Queste divinità completano l’Enneade di Eliopoli — il grande gruppo dei nove dei venerati nella città sacra del Basso Egitto, chiamata Iunu dagli Egizi, e On nella Bibbia.

Nut, con il suo corpo celeste e la sua capacità di generare la vita divina, non è solo un ponte tra cielo e terra: è l’archetipo della madre cosmica. Avvolge il mondo con le sue membra eterne e, ogni sera, inghiotte il sole per partorirlo nuovamente all’alba. È la notte stellata che abbraccia la creazione e, insieme a Geb, plasma la genealogia divina che regge l’universo.


Nel cuore più remoto della spiritualità egizia, tra le formule scolpite all’interno delle piramidi dei faraoni dell’Antico Regno, si cela un racconto sacro: la creazione dell’universo. È un mito essenziale, potente, che si apre con il gesto originario del dio Atum, colui che esisteva da solo nel principio assoluto.

Nel Testo delle Piramidi 600, Atum appare in forma di scarabeo — Khepri, simbolo della rinascita solare — e dà inizio alla creazione con due atti primordiali:

“Hai starnutito Shu e hai sputato Tefnut…”

Dall’aria e dall’umidità così generate, nacquero poi Geb, la terra, e Nut, il cielo. Insieme, essi procreeranno Osiride, Iside, Seth e Nefti, completando la grande Enneade di Eliopoli: Atum, Shu, Tefnut, Geb, Nut, Osiride, Iside, Seth e Nefti — la genealogia divina che sorreggeva l’intera cosmologia egizia.

Ma tra queste divinità cosmiche, Nut occupa un posto speciale. Non solo perché incarna il cielo che sovrasta e protegge, ma perché abbraccia tutta la creazione e accoglie al suo interno il re defunto, guidandolo verso l’eternità. Il Testo delle Piramidi 432 le rende omaggio con parole di straordinaria bellezza:

“O Grande (Nut), che sei venuta all’esistenza nel cielo,hai conquistato il potere,hai conquistato la forza,e hai riempito ogni luogo con la tua bellezza;tutta la terra è tua.Prendine possesso, poiché hai avvolto la terra e ogni cosa nel tuo abbraccio,e hai posto questo Re come una Stella Imperitura dentro di te.”

Nut non è solo il firmamento: è colei che abbraccia la vita e la morte, la madre cosmica che ogni sera inghiotte il sole per poi partorirlo all’alba, e che accoglie nel suo grembo il faraone, elevandolo tra le stelle eterne. Con la sua grazia che illumina l’intero creato, Nut è la matrice del cielo, il corpo delle costellazioni, la via regale verso l'immortalità.


L'intuizione del cielo prima ancora delle parole

Anche se la prima menzione certa della dea Nut compare nei Testi delle Piramidi — alla fine della V dinastia — la sua presenza aleggiava certamente già da tempo nella coscienza religiosa degli antichi Egizi. Prima ancora che il suo nome venisse scolpito sulla pietra, Nut viveva negli occhi di coloro che scrutavano il cielo notturno con meraviglia e rispetto.

La sua figura si intuisce tra i rilievi e gli affreschi delle tombe più antiche dell’Antico Regno, dove il cielo e i suoi cicli venivano osservati con scrupolosa attenzione. I sacerdoti e gli scribi, profondi conoscitori del cosmo e dei ritmi naturali, percepivano nel cielo non solo un ordine, ma una divinità vivente: un corpo celeste che conteneva il mistero della rinascita e dell’eternità.

Nut prende forma nel cuore di questa osservazione silenziosa e continua, ma anche nel bisogno profondamente umano di accompagnare i defunti oltre la soglia della morte. Già molto prima che la mummificazione raggiungesse la sua piena perfezione tecnica, il popolo egizio dedicava straordinaria cura alla preparazione della sepoltura. Oggetti rituali, gesti codificati, pitture murali che raffigurano il viaggio dell’anima e il passaggio nell’Aldilà: tutto parlava di una fede profonda in un mondo oltre, e in una potenza materna e celeste capace di accoglierlo.

Nut era lì. Invisibile ma percepita. Arcaica e silenziosa come la volta stellata, già presente nell’immaginario sacro, come un’arca eterna che avrebbe accolto re e regine tra le sue stelle imperiture.



la Madre Celeste che Partorisce l’Anima

Il ruolo di Nut, la grande dea del cielo, si svela soprattutto attraverso gli oggetti funerari, i testi sacri e le pratiche legate alla morte. Non tanto nei rituali concreti della sepoltura, quanto nell’immaginario spirituale che accompagna il defunto nel suo viaggio verso l’eternità. Dai Testi delle Piramidi fino alle ultime versioni del Libro dei Morti (che gli Egizi chiamavano “Libro dell’Uscita al Giorno”), Nut mantiene un’identità ben definita: quella di madre cosmica.

Non è una madre generica: è la madre del defunto. Ed è proprio in relazione a lui — al re, all’anima che abbandona la terra — che agisce. Tutti i suoi gesti, tutte le sue azioni sono profondamente materne. Nut non è soltanto la volta celeste stellata, ma è anche grembo, nutrice, custode e guida. Il suo compito supremo è quello di aiutare il defunto a trasformarsi in akh (ḫ), lo spirito glorificato capace di vivere nel mondo ultraterreno.

Le sue “attività” si raggruppano in cinque grandi gesti archetipici:

  1. Generare il defunto – partorirlo nuovamente nel regno dell’aldilà;

  2. Allattarlo e nutrirlo – come una madre con un bambino appena nato;

  3. Proteggerlo – avvolgerlo nel suo corpo, nasconderlo, difenderlo;

  4. Ricomporlo – ricostruirlo, sanarlo, fargli riacquistare forma;

  5. Guidarlo verso il cielo – portarlo tra le stelle come essere luminoso.

È in questo contesto che Nut viene spesso rappresentata non solo come la madre dell’universo, ma come colei che, nel momento della morte, rinasce come madre di ogni anima.

I Testi delle Piramidi sono pieni di immagini straordinarie in cui il defunto viene accolto nel suo grembo e partorito di nuovo nel cielo. In un passaggio suggestivo, il re stesso narra il proprio momento di rinascita:

“Nut si è rallegrata nell’incontrarmi, e le frange del suo abito che sta sotto il vestito mi hanno accolto,e si sono sgravate di me alla nascita.E ciò che era male mi ha lasciato andare…È la mia rinascita, oggi, o dei!Io non conosco più la mia madre terrena, ora è Nut che mi ha partorito con Osiride.”(Testo delle Piramidi 565)

E ancora, un altro testo invoca Osiride affinché si rialzi:

“O Osiride NN, sorgi, sollevati!Tua madre Nut ti ha partorito, e Geb ti ha pulito la bocca.”(Testo delle Piramidi 366)

In questi versi, la morte non è una fine, ma una nuova gestazione. Nut, la madre celeste, riceve il defunto tra le sue stelle, lo nutre, lo protegge e infine lo partorisce ancora, come akh, spirito imperituro nel firmamento eterno.


la Dea-Sarcofago: colei che protegge, nutre, ricompone

Nell'antico Egitto, la morte non era un silenzio eterno, ma un passaggio complesso, fragile e sacro. In quel delicato momento, Nut — la grande madre celeste — si faceva presenza viva, concreta, avvolgente. Il re defunto, ormai divenuto figlio suo, veniva accolto nelle sue braccia stellate con gesti di infinita tenerezza e potere.

Nei Testi delle Piramidi, Nut assume funzioni che echeggiano quelle di ogni madre: protegge, allatta, deterge, consola. Ma i suoi atti materni, nell’universo mitico, diventano anche atti cosmici: lei non solo cura, ma resuscita. Riporta in vita, prepara l’ascesa, fa rinascere come akh, spirito glorificato.

In uno dei testi più commoventi, la dea viene invocata così:

“O Nut, distenditi sopra tuo figlio Osiride affinché tu possa nasconderlo da Seth. Proteggilo, o Nut.Sei forse venuta per celare tuo figlio? Sì, sono venuta per proteggere questo grande.”(PT 427)

Nut si stende sul corpo del defunto per celarlo dal male, come una coperta sacra contro le tenebre. Lo copre per proteggerlo, per custodirlo nel suo ventre notturno. E, come ogni madre, si prende cura di lui: lo pulisce, lo allatta, lo nutre, lo mantiene al riparo da ogni mancanza.

“Tua madre viene a te, Nut viene a te, la Grande Protrettrice viene a te per detergerti, o Re; per proteggerti, o Re; e per impedirti di mancare.”(PT 451)
“Nut la Grande mi offre le sue braccia. Lei, dalle lunghe corna e dalle mammelle pendenti, mi allatta e non mi svezza.”(PT 548)

In altri testi, il gesto materno si fa ancora più concreto: Nut raccoglie le ossa del re, ricompone il suo corpo spezzato, gli ridona unità e forma. È un atto d’amore e resurrezione. Lo rimette insieme, parte dopo parte, riportando il cuore nel petto, la testa sulle spalle, le membra al loro posto.

“Nut è caduta sul figlio che è in te, per difenderti, unirti, ricomporti e rialzarti. Tu sei il primogenito tra i suoi figli.”(PT 593)

E infine, Nut non è più solo madre: diventa sacra dimora funeraria. Nei testi più tardi, viene chiamata “Sarcofago”, “Cofanetto”, “Tomba”. Ella è la casa sacra che accoglie il defunto, lo custodisce, lo prepara all’eternità.

“Ti ha abbracciato nel suo nome di ‘Cofanetto’,e sei stato portato a lei nel suo nome di ‘Tomba’.Ti è stata data nel suo nome di ‘Sarcofago’.”(PT 364)

Attraverso tutti questi nomi, Nut rivela la sua essenza più profonda: un grembo che accoglie anche nella morte, che protegge mentre tutto sembra disgregarsi, e che ricompone la forma dell’essere per renderla eterna. Il defunto non è mai solo. È nel corpo della Madre del Cielo, tra le sue stelle, nell’abbraccio di chi, da sempre, genera e rigenera il mondo.


Nut e Geb: fratelli, genitori, opposti cosmici

Nel cuore della cosmologia eliopolitana, Nut e Geb occupano una posizione singolare: sono gli unici due membri dell'Enneade appartenenti alla stessa generazione, entrambi figli della coppia primordiale Shu (l'aria e la luce) e Tefnut (l'umidità). Eppure, nonostante la loro centralità nella mitologia egizia, i Testi delle Piramidi ci presentano questa coppia con una certa discrezione narrativa.

In molti passaggi, Nut e Geb non sono descritti esplicitamente come fratello e sorella, né come amanti. La loro relazione è lasciata a tratti indefinita, suggerita piuttosto che dichiarata. È solo in alcuni testi successivi, e nella tradizione iconografica, che li vediamo divisi da Shu, in quella scena potentemente evocativa in cui Shu solleva Nut dal corpo di Geb, separando il cielo dalla terra e creando lo spazio abitabile in cui l'uomo può vivere.

Ciononostante, i Testi delle Piramidi mostrano che Nut e Geb collaborano come genitori nella cura del re defunto. Lei lo partorisce, lui gli pulisce la bocca; lei lo prende per mano, lui ne riceve il braccio; entrambi, insieme, lo riconoscono come figlio e lo accompagnano nel cammino verso la rinascita.

“Nut ha partorito il re, mentre Geb gli ha pulito la bocca.”(TP 366)
“Nut lo ha preso per mano, mentre Geb ha ricevuto il suo braccio.”(TP 537)

Anche nei passaggi più gioiosi, i due agiscono insieme:

“Geb ride, Nut grida di gioia mentre il re ascende.”(TP 511)

In una delle formule di identificazione, le natiche del re sono addirittura attribuite contemporaneamente a Geb e Nut, quasi a sottolineare che il corpo del faraone è un punto d'incontro tra cielo e terra:

“Le tue natiche appartengono a Geb e a Nut.”(TP 580)

Quando il re muore e la terra trema, i due agiscono in modo speculare: Geb lo lascia andare, Nut lo accoglie. È un passaggio, un passaggio cosmico, che si compie attraverso il distacco:

“Il cielo ha tuonato, la terra ha tremato…O Pepi, Geb ti ha lasciato, Nut ti ha accolto.Sali al cielo, poiché le porte del cielo sono aperte per te.”(TP 716)

Non mancano però accenni a una possibile unione feconda tra i due. In alcuni testi, Geb rende Nut "feconda" o viene definito "il Toro di Nut", evocando la figura del Kamutef, il toro che feconda sua madre, immagine mitica carica di ambiguità e potenza. Ma altrove si legge anche che Nut non è in grado di copulare, mettendo in discussione l’elemento sessuale nella loro relazione.

“Nut è diventata feconda da Geb.”(TP 433)
“Geb è il Toro di Nut.”(TP 260)
“Nut non può copulare.”(TP 539)

Questa apparente contraddizione non va vista come incoerenza, ma come espressione della complessità mitica egizia, in cui l’equilibrio tra cielo e terra non è solo narrativo ma cosmologico. Nut e Geb sono complementari, necessari, eternamente separati ma interconnessi. Sono la madre e il padre del re, di Osiride, e — simbolicamente — dell’intera creazione. Nut domina l’alto, Geb l’inferiore. E fra loro, sospeso nell’aria di Shu, vive l’universo degli uomini.


Il mito di Nut non finisce qui...

 
 
 

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