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Mummie senza cuore? Indagine nell'Antico Egitto

Realizzato in faience azzurra o lapislazzuli, con ali dorate o smaltate che si aprono come quelle di un falco in volo. Il colore blu intenso richiama il cielo e l’acqua del Nilo, simboli di vita e rigenerazione.
amuleto maestoso, scolpito con precisione e ricchezza simbolica, lo scarabeo alato azzurro di Tutankhamon incarna la rinascita, la protezione divina e il viaggio dell’anima nell’aldilà.

Tra le sabbie silenziose dell'Egitto, sotto il peso di millenni, riposa un enigma avvolto in bende di lino: la scoperta di mummie reali a cui è stato strappato il cuore. Non una semplice anomalia rituale, ma un sacrilegio che urla attraverso i secoli, sfidando tutto ciò che credevamo di sapere sulla via egizia verso l'immortalità. Ogni sarcofago svelato è una finestra su un mondo di conoscenze anatomiche quasi magiche e di fede profonda, ma questi corpi violati raccontano un'altra storia. Narrano di un sabotaggio, di una condanna che va oltre la morte terrena: un'esecuzione metafisica, architettata per dannare un'anima all'oblio eterno.

L'ombra di questa pratica oscura si allunga su nomi illustri come il giovane faraone Tutankhamon e il principe traditore Pentawer. Indagare sulle loro spoglie non è più solo archeologia, ma diventa un modo per decifrare i sussurri di complotti e le brutali lotte per il potere che insanguinarono le corti dorate del Nuovo Regno.


Il Sigillo dell'Eternità: Il Cuore


Per l'antico Egizio, l'essere non moriva mai del tutto. Era una costellazione di spiriti – il Ka, la forza vitale, e il Ba, l'anima-personalità – destinata a navigare l'oltretomba. Ma questo viaggio esigeva un'ancora nel mondo dei vivi: il corpo, perfettamente conservato. E nel silenzio delle carni imbalsamate, un solo organo doveva rimanere al suo posto, come un re sul suo trono: il cuore, l'ib.

Mentre il cervello, ritenuto una massa inutile, veniva brutalmente estratto con un uncino e gettato via, il cuore... il cuore doveva restare. Non era semplice muscolo, ma lo scrigno della memoria, la sede dell'intelletto, la radice delle passioni. Era il diario di carne su cui era incisa ogni azione, ogni pensiero, ogni scelta di una vita intera. Era il testimone silenzioso che l'anima avrebbe portato con sé davanti al giudizio finale.


Il Peso di una Vita: Il Giudizio di Osiride


Immagina una sala avvolta in un silenzio divino, al cospetto di Osiride, signore dell'Aldilà. Qui, il viaggiatore defunto affrontava la sua prova più temibile: la Psicostasia. Su un piatto di una bilancia d'oro, i sacerdoti deponevano il cuore del morto; sull'altro, il fruscio quasi impercettibile di una singola piuma, simbolo di Ma'at, la verità cosmica, la giustizia inflessibile.

Il destino di un'anima pendeva da quell'equilibrio. Se il cuore, leggero e puro, non avesse fatto abbassare il piatto, l'anima sarebbe stata proclamata "giusta di voce" e accolta nei campi eterni di Aaru. Ma se il peso delle colpe, delle menzogne e della crudeltà lo avesse trascinato verso il basso, un'ombra si sarebbe mossa nell'angolo della sala. Era Ammit, la Divoratrice: un incubo vivente con fauci di coccodrillo, criniera di leone e corpo d'ippopotamo. Il suo compito era uno solo: divorare il cuore peccatore, infliggendo la "seconda morte", la più terribile delle condanne. Non la fine, ma la cancellazione. Sprofondare nel nulla eterno, come se non si fosse mai esistiti.



la mummificazione è più di un rituale: è un ponte tra il mondo dei vivi e quello degli immortali.
Nella camera fiocamente illuminata da una lampada ad olio, il tempo sembra sospeso. Le pareti in pietra, decorate da affreschi consumati, custodiscono il silenzio sacro di un’antica cerimonia.

Eppure, di fronte al terrore di quel giudizio finale, persino la fede degli Egizi contemplava una disperata forma di difesa. Contro la possibilità che il proprio cuore, questo incorruttibile diario di carne, potesse tradirli, essi ponevano un guardiano di pietra, un sigillo di silenzio: lo scarabeo del cuore. Scolpito nel diaspro verde della rinascita o nel lapislazzuli blu notte del cielo stellato, questo potente amuleto veniva adagiato sul petto del defunto, direttamente sopra l'organo che doveva sorvegliare. Su di esso, un'invocazione incisa come un sussurro eterno, una preghiera rivolta alla parte più intima di sé:


«O mio cuore... non levarti a testimoniare contro di me».

La sua funzione era quella di imbavagliare il testimone più intimo, di placare la coscienza, di impedire che il peso dei rimpianti e delle malefatte potesse far pendere la bilancia dalla parte sbagliata.

Si comprende, allora, la portata agghiacciante di un corpo profanato, privato del suo cuore. Non è una negligenza, né un errore. È la cancellazione di ogni speranza. È un omicidio rituale che strappa all'anima non solo il suo testimone, ma la possibilità stessa di affrontare il processo.

Senza un cuore da pesare, la Psicostasia non può avvenire. Senza giudizio, non c'è assoluzione. E senza assoluzione, le porte dell'eternità restano sigillate per sempre.

In questo contesto teologico, la scoperta di mummie prive del cuore assume una dimensione drammatica e inquietante. Ma ci pone di fronte a un bivio. È la scena di un crimine o il silenzioso epilogo di una tragedia?

La prima via, la più oscura, ci parla di un odio così vasto da voler inseguire un nemico oltre la morte. Ci sussurra di un sabotaggio metafisico, di un'esecuzione rituale calcolata per negare all'anima persino la possibilità di essere giudicata. In questo scenario, l'assenza del cuore è la firma di un assassino spirituale, un atto di dannazione eterna architettato da un rivale.


Ma esiste un'altra via, forse ancora più intrisa di dolore umano. Immaginiamo un cuore già profanato non da un nemico, ma dalla vita stessa: straziato da una lama in una morte violenta, o consumato da una malattia che lo ha reso un testimone illeggibile, corrotto. Di fronte a un organo così compromesso, i sacerdoti imbalsamatori qualche volta tentarono di sostiutire lrogano con il giù citatao scarabeo del cuore, un vero e proprio sostituto metafisico.


Il mistero di Tutankhamon


Quando la luce tremolante delle torce di Howard Carter illuminò per la prima volta la maschera d'oro di Tutankhamon, il mondo trattenne il fiato. Sembrava l'apice della gloria egizia, un'immagine di eternità serena e incorruttibile. Nessuno poteva immaginare il macabro segreto che si celava sotto tanto splendore. Una volta sollevato il sarcofago, la scena che si presentò agli archeologi non fu quella di un rito sacro, ma di un apparente scempio.


Ciò che restava del giovane faraone era un corpo devastato:

il torace squarciato, gli arti disconnessi, persino la testa separata dal busto. Un caos in parte attribuito alla fretta febbrile degli stessi scopritori, che dovettero disarticolare i resti per liberare la maschera e i gioielli incastonati nelle resine. Ma nessuna lama moderna poteva spiegare l'anomalia più profonda, quella che trasformava il ritrovamento in un gelido caso irrisolto.


Nel petto del re, c'era il vuoto. Mancava il cuore.

Perché profanare in questo modo il corpo di un faraone, negandogli proprio l'organo essenziale per il suo viaggio nell'aldilà? La prima ipotesi sussurra di vendetta. Un ultimo, silenzioso colpo di pugnale rituale, inferto da nemici politici o da sacerdoti rivali che vollero assicurarsi che l'ombra del faraone "eretico" non potesse mai trovare pace.


Ma è un'altra teoria, avanzata dall'egittologa Salima Ikram, a far gelare il sangue, perché ci trascina in un abisso di simbologia crudele. L'indizio chiave è un dettaglio quasi da scena del crimine: il taglio usato per rimuovere gli organi interni era insolitamente grande, "brutale". Non la mano precisa di un imbalsamatore, ma quasi la furia di un assalitore.

Questo atto, secondo Ikram, non sarebbe casuale, ma una sinistra drammaturgia rituale. Potrebbe essere un'agghiacciante allusione al mito fondante dell'Egitto: l'assassinio di Osiride per mano di suo fratello Seth, che ne smembrò il corpo.

L'intenzione sarebbe stata diabolica: costringere Tutankhamon a diventare Osiride, il dio dei morti, ma un Osiride per sempre spezzato. Allineandolo al dio smembrato ma privandolo del cuore, i suoi carnefici gli avrebbero negato il passo finale del mito: la rinascita.

Sarebbe stata la condanna più sofisticata e terribile: non solo negargli l'eternità, ma intrappolarlo per sempre nell'istante della sua stessa distruzione.

Sotto lo sguardo impassibile della maschera d'oro, il più grande tesoro d'Egitto custodisce ancora il segreto di un'anima a cui, forse, fu deliberatamente sbarrata la via per l'immortalità?

Frose la ripsosta è nell'eredità del suo sangue. Non dimentichiamoci che Tutankhamon era figlio di Akehanton, il faraone che spodetà il dio Amon e il suo clero, per porre la vertice del mondo divino Aton, il disco solare (di cui diremo in prossimo articolo).


La vendetta di Amon contro Tutankhamon?

Una volta che la tomba di Tutankhamon fu sigillata, la vendetta del vecchio ordine, a lungo repressa, esplose con una furia implacabile.

Guidati dal generale Horemheb, che alla fine si impadronì del trono, i sacerdoti di Amon scatenarono una purga destinata a cancellare l'eresia dalla storia. Fu una damnatio memoriae, la dannazione della memoria, eseguita con la precisione del fanatismo. Gli scalpelli raschiarono via dalla Storia tutti i sovrani di Amarna.


Ed è in questo clima di odio teologico, tra il rumore degli scalpelli e la polvere dei templi distrutti, che il silenzio nel petto di Tutankhamon trova la sua spiegazione più agghiacciante.

Lui che aveva restaurato l'ordine, perché fu profanato?

Agli occhi dei puristi di Amon, la risposta era scritta nel suo stesso sangue. Tutankhamon non era un salvatore; era l'ultima eco di Amarna. La sua restaurazione forse non era vista come un atto di fede, ma come una fragile e sospetta tregua politica.


La rimozione del suo cuore, quindi, non fu un crimine passionale, ma l'ultimo, freddo atto di una guerra santa. Fu il sigillo della vittoria definitiva del clero di Amon, la mossa finale per assicurarsi che l'intera dinastia di Amarna fosse spiritualmente decapitata.


Quel "taglio brutale" sulla sua mummia diventa così un'ultima, crudele metafora. Un'eco dello smembramento del dio Osiride, ma con una differenza diabolica: a questo re fu deliberatamente negato lo strumento stesso della rinascita, il suo cuore. Fu la garanzia che, sebbene il suo corpo fosse sepolto con tutti gli onori regali,

la sua anima non avrebbe mai potuto risorgere, condannata a vagare per sempre nel buio.

Pentawer: il principe maledetto della congiura dell'harem


C'è un volto, tra le migliaia di volti mummificati d'Egitto, che non si può dimenticare. È un volto contratto in un urlo silenzioso, con la bocca spalancata in un'agonia che ha attraversato i millenni. Per secoli è stato un enigma terrificante, conosciuto solo come la "mummia urlante". Chi era? E quale indicibile orrore lo aveva condannato a gridare per sempre nel buio della sua tomba? Oggi, quell'urlo ha un nome: Pentawer. E la sua storia è la prova più schiacciante di come il rito dell'immortalità potesse essere trasformato in un'arma di dannazione eterna.

La sua è una cronaca di ambizione e tradimento, consumata nei corridoi dorati del potere. Figlio del grande Faraone Ramses III, il principe Pentawer fu il fulcro di un complotto spietato, ordito nell'ombra per assassinare suo padre e usurparne il trono: la famigerata "Congiura dell'Harem".


Ma il complotto fallì, e la vendetta del potere faraonico fu tanto meticolosa quanto crudele. A Pentawer non fu concessa una morte rapida.

Gli fu riservata una punizione esemplare, una damnatio memoriae che lo avrebbe perseguitato oltre la tomba. La sua non fu una mummificazione, ma la sua esatta, terribile inversione.

Ogni passo che avrebbe dovuto garantirgli la vita eterna, fu compiuto al contrario per assicurargli l'oblio:

  • Nessuna incisione purificatrice fu praticata sul suo corpo.

  • Nessun organo interno fu rimosso e conservato; fu lasciato a decomporsi dall'interno, una corruzione lenta e inesorabile.

  • Nessun lino candido lo avvolse, ma il sudario "ritualmente impuro" di una pelle di capra, un simbolo di contaminazione che avrebbe sigillato la sua anima lontano dagli dèi.

  • Nessun nome inciso per l'eternità, ma l'oblio di uno pseudonimo, condannandolo a essere un "senza nome" per l'eternità.


L'urlo impresso sul suo volto è il sigillo di questa duplice morte: quella fisica, violenta, quasi certamente per impiccagione o strangolamento, e quella spirituale, la più terribile di tutte.

Pentawer non è un'anomalia. È la prova schiacciante, l'esempio agghiacciante che il sabotaggio del rito non era solo una teoria. Il suo grido silenzioso è la testimonianza eterna di come, nell'antico Egitto, si potesse uccidere un uomo due volte.


Chi è la mummia della "Donna urlante"?


Accanto all'urlo di dannazione di Pentawer, l'Egitto ci ha restituito un altro grido, forse ancora più struggente perché avvolto da un mistero diverso. È quello della "Donna Urlante", una mummia femminile ritrovata a Deir el-Bahari, con il volto contratto in un'espressione di sofferenza così autentica da sembrare l'eco di una tragedia improvvisa.


Il suo caso capovolge le nostre certezze. A un primo sguardo, il suo corpo racconta una storia di nobiltà: gli imbalsamatori usarono resine preziose, incenso e ginepro, materiali destinati solo all'élite, segno inequivocabile del suo elevato rango sociale.

Eppure, un'ispezione più approfondita ha rivelato un'anomalia sconcertante, l'esatto opposto di quella di Tutankhamon:

nel suo corpo tutti gli organi interni erano ancora al loro posto, compreso il cuore.

Cosa significa? Perché questo trattamento a metà, che unisce la cura dei materiali all'apparente negligenza del rito fondamentale?


Gli studiosi ritengono che la risposta non sia da cercare in un atto di punizione, ma in una corsa disperata contro il tempo. L'espressione della donna e la sua postura suggeriscono una morte improvvisa, forse un infarto o un altro evento violento che non ha lasciato scampo.

Di fronte a un decesso così inaspettato, i sacerdoti potrebbero non aver avuto i settanta giorni richiesti dal complesso rituale di mummificazione?

Forse, nel tentativo di preservare il corpo al meglio prima che la decomposizione prendesse il sopravvento, scelsero di accelerare il processo, omettendo la cruciale fase dell'eviscerazione.


Il suo non sarebbe quindi l'urlo di un'anima condannata, ma l'istantanea di un dolore terreno, un grido di sorpresa e sofferenza che la morte ha congelato per l'eternità.


Il suo ultimo spasimo, il suo ultimo grido, è rimasto impresso per sempre nei suoi muscoli, un'istantanea dell'ultimo, terribile momento della sua vita.

Le analisi ci hanno restituito anche un ritratto intimo: era una donna di circa un metro e cinquantaquattro, non più giovane, con la schiena segnata dall'artrosi e la bocca curata da abili dentisti del tempo.

Una vita di privilegi, terminata in un modo che possiamo solo immaginare come atroce.


La sua storia si intreccia con i grandi nomi della XVIII dinastia. Fu scoperta nel sito di Deir el-Bahari, vicino a Luxor, in una camera funeraria legata alla famiglia di Senmut, il potente architetto e presunto amante della regina Hatshepsut. Era una principessa? Una cortigiana legata a quella potente cerchia? Il suo nome rimane un mistero.


Oggi, il suo corpo riposa nel Museo Egizio del Cairo, mentre il suo sarcofago e i suoi monili sono esposti a migliaia di chilometri di distanza, al Metropolitan Museum di New York.

Una separazione che rende la sua figura ancora più malinconica.

Abbiamo risolto l'enigma del suo urlo, ma forse non sapremo mai il perché. Non conosciamo il suo nome, né la causa del dolore che ha impresso sul suo volto per l'eternità. Il suo grido silenzioso continua a raccontare la storia di una tragedia, un dramma personale che nemmeno i più sontuosi riti funebri sono riusciti a placare.

Ma senza nome potrà compiere il suo viaggio verso l'eternità?


Il campo di battaglia per l'anima

Il viaggio tra le mummie ci ha insegnato una lezione fondamentale: l'arte della mummificazione non era un manuale di istruzioni immutabile, ma un campo di battaglia per l'anima, dove si combattevano le guerre silenziose per il potere e la memoria.

Ogni anomalia, ogni rito deviato, non è un errore, ma un capitolo di una storia scritta sulla pelle dei defunti.

Abbiamo visto la punizione incarnata nell'urlo eterno di Pentawer, il principe traditore a cui fu negato ogni rito per cancellarlo non solo dalla storia, ma dall'esistenza stessa.

Abbiamo percepito la tragedia nel volto della "Donna Urlante", la cui imbalsamazione imperfetta, con tutti gli organi al loro posto, non racconta una condanna, ma forse il dramma di una morte improvvisa che sfidò persino la perizia dei sacerdoti.

Infine, abbiamo scrutato l'enigma politico nel petto vuoto di Tutankhamon, la cui profanazione è forse l'ultima, spietata eco della guerra ideologica tra la sua dinastia, quella di Amarna, e l'onnipotente clero di Amon.


Certo, la tecnologia moderna ci ha donato strumenti quasi magici. La TAC e il DNA ci hanno restituito nomi e svelato segreti nascosti sotto le bende per tremila anni. Eppure, il nostro sguardo è ancora offuscato dal tempo e dalle azioni degli uomini, come i danni inflitti alla mummia di Tutankhamon dallo stesso team di Carter, che rendono difficile distinguere le ferite antiche da quelle moderne.

Ma queste incertezze non ne diminuiscono il valore; al contrario, lo esaltano. Le mummie anomale non rappresentano un fallimento del rituale, ma la sua espressione più estrema e potente. Ci dimostrano che l'eternità, per gli Egizi, non era un diritto garantito, ma un traguardo che poteva essere negato.


I corpi silenziosi sono la prova tangibile che le lotte per il potere sulla terra del Nilo erano così feroci da proiettare la loro ombra fin nell'Aldilà, lasciandoci un monito che risuona ancora oggi.


Tabella riassuntiva

Mummia

Epoca

Stato del Cuore

Caratteristiche Notabili

Contesto Storico

Ipotesi Principali

Tutankhamon

Nuovo Regno

Assente

Corpo gravemente danneggiato, taglio d'imbalsamazione "brutale"

Periodo di transizione post-Amarna

Sabotaggio politico o vendetta rituale; simbolismo con il mito di Osiride

Principe Pentawer

Nuovo Regno

Intatto

Organi intatti; avvolto in pelle di capra impura; espressione di agonia

Congiura dell'Harem contro Ramses III

Mummificazione punitiva, esecuzione rituale per negare l'aldilà

"Donna Urlante"

Nuovo Regno

Intatto

Organi interni intatti, senza incisioni; uso di materiali preziosi; espressione di agonia

Sconosciuto, ma probabilmente di alto status

Morte violenta e improvvisa che ha impedito un rituale completo


Scorpi l'antico Egitto! Clicca sulla copertina.
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