Maximilien Robespierre: l'Incorruttbile!
- Stefania Tosi
- 1 ott 2025
- Tempo di lettura: 11 min
Aggiornamento: 2 ott 2025

Io amo la Rivoluzione Francese.
Amo visceralmente quei suoi primi due anni, quando tutto sembrava possibile, quando la luce della Ragione pareva destinata a brillare per tutti, donne comprese. Amo quella volontà popolare capace di soverchiare la consuetudine, il pretesto del diritto divino e l'obsoleta visione dei tre ordini. Credo che abbia tracciato pagine fondamentali della storia europea, cullando i cuori di innumerevoli sognatori e sognatrici.
Tuttavia, come fin troppo spesso accade, il sogno si tramutò in incubo. L'uomo del destino si fece carnefice, per essere poi sostituito da fantozziane forme di governo che finirono per spalancare la strada al furente Bonaparte.
Ma c'è una lezione universale che si può cogliere. Perché il caso della Rivoluzione, di Robespierre, del Direttorio e di Napoleone, è un paradigma umano che, in nomi e forme diverse, tende a ripetersi. È l'eterno contrasto, già tracciato da Manzoni, tra i prepotenti e gli umili, dove i primi sembrano però sempre sostenuti da una qualche Provvidenza, come se alla fine Dio stesse sempre dalla parte dei più forti...
ALLORA siamo noi a dover fare la differenza.
Le cose si possono cambiare, le rotte si possono tracciare, i blocchi navali infrangere, i popoli liberare.
Eroe o mostro?
C'è un uomo nella storia della Francia che è, al tempo stesso, l'eroe e il mostro che lui stesso ha creato. L'avvocato di provincia noto per l'altruismo e l'integrità, un uomo che si guadagnò il soprannome di "l'Incorruttibile", è lo stesso che brandì la ghigliottina come strumento di purificazione, diventando il principale artefice del Regime del Terrore.
Per capire il paradosso di Maximilien Robespierre, non basta ripercorrere la sua vita, bisogna addentrarsi nella logica del suo "sogno dittatoriale", un progetto ideologico forgiato nel fuoco di un'emergenza rivoluzionaria senza precedenti. Il suo cammino politico, dalla speranza alla spietatezza, è il racconto di una ricerca ossessiva di una repubblica virtuosa, un'ossessione che, ironicamente, lo ha condotto alla sua stessa rovina.
Un mondo sull'orlo del baratro
Immaginate la Francia, nel cuore del Settecento, come un colosso fragile e spezzato. La sua società era un edificio rigido, diviso in tre ordini, o Stati, che sembravano destinati a scontrarsi. Al vertice, il Primo e il Secondo Stato: il clero e la nobiltà. Una minuscola minoranza, appena il 2% della popolazione, che possedeva quasi la metà delle terre del paese e godeva di privilegi fiscali e legali che li rendevano immuni dal peso delle tasse. La loro ricchezza, immobile e improduttiva, non contribuiva a far progredire la nazione.
Sulla base di questa piramide rovesciata c'era il Terzo Stato, un'entità vasta e disomogenea che rappresentava il restante 98% della popolazione. Dai ricchi avvocati e banchieri della borghesia fino ai contadini e ai lavoratori più poveri, tutti loro sopportavano il peso totale di imposte e tasse, schiacciati da un sistema iniquo.
Questo equilibrio precario si frantumò sotto il peso di una crisi finanziaria. Le guerre lontane, in particolare il supporto ai rivoluzionari americani, avevano prosciugato le casse dello Stato, lasciandolo con un debito insostenibile. I ministri del re proposero di tassare anche i ceti privilegiati, ma la nobiltà e il clero si opposero strenuamente, e un re debole come Luigi XVI non riuscì a imporsi. La crisi esplose, e a peggiorare le cose, l'inverno del 1788-1789 portò a pessimi raccolti, facendo raddoppiare il prezzo del pane. La fame si diffuse, esasperando milioni di persone. Un sistema in bancarotta, una società bloccata e una popolazione affamata: la rottura con l'Ancien Régime non era più una scelta, ma un destino.
La bussola ideologica: il sogno dell'Illuminismo
A fornire la fiamma intellettuale a questa polveriera sociale furono le idee dell'Illuminismo francese. Filosofi come Montesquieu e Voltaire avevano già fornito il vocabolario per criticare il dispotismo e parlare di tolleranza e separazione dei poteri.
Ma fu Jean-Jacques Rousseau a esercitare un'influenza profonda su Robespierre. Il suo concetto di "volontà generale" divenne la bussola morale del rivoluzionario. Per Rousseau, una società legittima agisce per il bene comune, guidata da leggi create dal popolo stesso. Robespierre si appropriò di quest'idea, ma con un'interpretazione intransigente e fanatica. Per lui, la Rivoluzione non poteva limitarsi a un cambio di governo, ma doveva essere un progetto etico: una purificazione della società per creare una repubblica della virtù. Questa visione radicale trasformò le idee astratte in un'arma politica, giustificando la repressione di ogni dissenso come un atto necessario per il trionfo della volontà del popolo, anche se ciò significava agire come un dittatore.
L'ascesa de "L'Incorruttibile"
Il sole che illuminava i tetti di Arras era lo stesso che, un giorno, avrebbe visto sorgere la stella più controversa della Rivoluzione francese. Maximilien Robespierre non era nato per il potere, ma per gli ideali. Un giovane avvocato con un'integrità cristallina, difensore dei poveri e convinto oppositore della monarchia, tanto da guadagnarsi un soprannome destinato a farsi storia: "l'Incorruttibile". La sua ambizione non era la gloria, ma la giustizia, e la sua lotta era per i diritti di tutti, inclusi quelli di attori, ebrei e schiavi neri, in un'epoca in cui anche i più "illuminati" esitavano.
La sua ascesa iniziò in sordina, quando nel 1789 fu eletto come uno degli otto deputati del Terzo Stato. Dalle aule del parlamento di Arras, le sue idee democratiche presero il volo, atterrando nel cuore pulsante della rivoluzione parigina. Ben presto, la sua voce risuonò forte e chiara, instancabile nel difendere il suffragio universale e nel denunciare i privilegi che da secoli soffocavano la Francia.
La culla del radicalismo: Il Club dei Giacobini
Ma il vero trampolino di lancio per Robespierre fu il Club dei Giacobini. Quando ne assunse la presidenza nel 1790, lo trasformò in un'arma politica, un'incubatrice di idee radicali e di seguaci leali, noti come i "Montagnardi". La sua popolarità a Parigi crebbe a dismisura, portandolo a un traguardo che segnò il punto di non ritorno: il 5 settembre 1792, fu eletto a capo della delegazione parigina per la Convenzione Nazionale.
Il prezzo della purezza: la purga dei Girondini
Con la Rivoluzione che si faceva sempre più sanguinosa, Robespierre non esitò a spingersi oltre ogni limite. La condanna a morte di Luigi XVI fu un atto di forza che fece da spartiacque tra i Montagnardi, che invocavano misure estreme per salvare la Repubblica, e i Girondini, che rappresentavano la borghesia moderata e cercavano di frenare il caos. Per Robespierre, la questione non era una semplice differenza di opinioni, ma una corruzione morale, un tradimento della "volontà generale" che andava estirpato.
Così, nel giugno 1793, si consumò la tragica purga dei Girondini, un'azione che eliminò l'opposizione e spianò la strada al dominio dei Montagnardi. Ma con quell'atto, Robespierre creò un precedente pericoloso: il potere non era più solo un mezzo per governare, ma uno strumento per purificare, per eliminare ogni dissenso. Fu una spirale discendente, un'azione che, in una beffa del destino, si sarebbe ritorta contro di lui.
Robespierre, l'uomo che aveva fatto dell'integrità la sua bandiera, si ritrovò a fare i conti con la cruda realtà di un paese dilaniato dalla guerra e dal tradimento. Come giustificare il sangue che scorreva nelle strade di Parigi? La risposta venne da una filosofia che intrecciava il più nobile degli ideali con la più brutale delle necessità.
La Virtù e il Terrore: due facce della stessa moneta
Nel suo celebre discorso del 5 febbraio 1794, Robespierre svelò il cuore della sua dottrina: "la virtù e il terrore" non erano opposti, ma complementari. La virtù, da sola, era inerme contro il caos e le cospirazioni che minacciavano la Rivoluzione; il terrore, senza virtù, sarebbe stato solo tirannia. Per Robespierre, il terrore era "null'altro che la giustizia pronta, severa, inflessibile", uno strumento essenziale per difendere la Repubblica dai suoi nemici e instaurare il regno della giustizia. In questa visione, la violenza si trasfigurava in un atto di giustizia politica, un "dispotismo della libertà contro la tirannia". Il suo sogno era la "Repubblica della Virtù", un'utopia di purezza morale da costruire a qualsiasi costo, dove la brutalità dei metodi era legittimata dalla nobiltà dell'ideale.
Una nuova religione per una nuova Francia: Il Culto dell'Essere Supremo
La visione di Robespierre non si limitava alla politica, ma abbracciava anche la spiritualità. Opponendosi con forza all'ateismo degli Hébertisti, che considerava un'ideologia aristocratica e corrosiva, promosse un nuovo credo per la nazione: il Culto dell'Essere Supremo. Questa nuova "religione" non era spirituale, ma eminentemente politica, un mezzo per combattere l'ateismo, sostituire il cattolicesimo e, soprattutto, unificare la Rivoluzione su basi morali condivise. La Festa dell'Essere Supremo, da lui presieduta, fu un tentativo grandioso di consolidare il suo potere e di fare di sé stesso una sorta di sommo sacerdote della nuova Repubblica. Ma questa mossa, invece di unire, alimentò i sospetti e l'opposizione, spianando la strada alla sua caduta. Robespierre aveva cercato di imporre la sua filosofia sulla realtà, ma alla fine, fu la realtà a travolgere il suo sogno.
Dopo aver teorizzato l'unione di virtù e terrore, Robespierre mise in pratica il suo spietato credo. La sua filosofia divenne il motore di una dittatura che avrebbe inghiottito la Francia, e con essa, molti dei suoi stessi artefici.
Il motore della dittatura: Il Comitato di Salute Pubblica
La macchina del terrore prese forma nel Comitato di Salute Pubblica, un organo istituito per salvare la Repubblica, ma che ben presto divenne il suo unico padrone. Robespierre ne divenne la figura dominante, acquisendo poteri quasi illimitati. La "Legge dei Sospetti", promulgata nel settembre 1793, fu la sua arma più potente: una definizione così vaga di "nemico della libertà" da permettere arresti e condanne di massa, trasformando il dissenso in tradimento. Era il trionfo della paranoia di stato.
Amici e nemici: la spirale della violenza

La fame di purezza di Robespierre non risparmiava nessuno, nemmeno i suoi ex alleati. I primi a cadere furono i radicali Hébertisti, ma il colpo più duro e significativo fu l'esecuzione del suo ex amico, Georges Danton. Nell'aprile del 1794, l'uomo che aveva galvanizzato la Rivoluzione con la sua oratoria fu ghigliottinato, dimostrando che il terrore aveva ormai una logica propria, una fame insaziabile che finiva per divorare i suoi stessi figli. La ricerca della virtù aveva generato una spirale di violenza e paura, una paranoia che presto si sarebbe rivolta contro il suo stesso creatore.
Il Grande Terrore: la vittoria che precede la caduta
Dopo aver eliminato Danton, Robespierre intensificò la violenza in quello che è passato alla storia come il "Grande Terrore". La "Legge del 22 Pratile" eliminò il diritto alla difesa, rendendo la ghigliottina l'unica soluzione possibile per ogni accusa. È qui che si manifesta la grande e tragica ironia della storia: questa accelerazione della violenza si verificò proprio quando le minacce esterne che l'avevano giustificata erano state sconfitte. La vittoria di Fleurus aveva reso il terrore non più necessario, ma Robespierre, accecato dalla sua utopia, non si fermò. Il suo insaziabile desiderio di purificazione divenne la sua condanna, spingendo i suoi stessi alleati a vederlo non più come un salvatore, ma come una minaccia. La sua dittatura non crollò perché il terrore aveva fallito, ma perché aveva avuto "troppo successo", diventando insostenibile. Robespierre aveva costruito la sua fine con le stesse mani con cui aveva cercato di purificare la Francia.
Legge | Data | Scopo e Effetti |
Legge dei Sospetti | Settembre 1793 | Consentiva l'arresto di chiunque fosse ritenuto un "nemico della libertà", compresi nobili, funzionari destituiti, militari e preti refrattari. |
Legge del 22 Pratile | 10 giugno 1794 | Privava gli accusati del diritto di difesa e appello. Le sentenze potevano essere solo di assoluzione o di condanna a morte, inaugurando il "Grande Terrore". |
Dopo aver seminato paura e terrore, Robespierre non poté sfuggire al destino che aveva imposto a tanti altri. La sua fine fu tanto rapida e brutale quanto le esecuzioni che aveva orchestrato.
La caduta: Il 9 Termidoro
L'opposizione a Robespierre non nacque da un'unica fazione, ma da una coalizione di persone che vivevano nel terrore. La sua politica estremista aveva alienato la borghesia, mentre i suoi attacchi contro presunti nemici nella Convenzione avevano seminato il panico tra i suoi stessi colleghi, che temevano di essere le prossime vittime.
l punto di non ritorno fu il suo discorso del 27 luglio 1794, noto come 9 Termidoro.
Quando si rifiutò di nominare i presunti traditori, i suoi colleghi, temendo di essere sulla lista, si ribellarono. Robespierre fu zittito e arrestato insieme ai suoi fedeli Saint-Just e Couthon. I tentativi di organizzare un'insurrezione a suo favore fallirono miseramente.
La fine del terrore
Il giorno dopo, il 28 luglio 1794 (10 Termidoro), Robespierre fu ghigliottinato senza processo, insieme a 21 dei suoi sostenitori.
La sua morte segnò la fine definitiva del Grande Terrore e della dittatura giacobina, aprendo la strada a una nuova fase della Rivoluzione. Il suo tragico epilogo, che vide un tentativo di suicidio andato male, fu la chiusura di un'epoca di violenza che lui stesso aveva contribuito a creare.
Un'eredità controversa
Ancora oggi, Robespierre rimane una figura enigmatica e dibattuta. La sua vita e la sua eredità sono oggetto di due scuole di pensiero principali che offrono interpretazioni contrastanti:
Interpretazione Marxista: Storici come Mathiez e Soboul vedono il Terrore come una fase necessaria della rivoluzione borghese. Per loro, Robespierre fu uno strumento storico, brutale ma essenziale, per schiacciare il feudalesimo e permettere l'ascesa di uno stato moderno e capitalista. In questa visione, il suo governo garantì la vittoria finale della Rivoluzione.
Interpretazione Revisionista: Storici come Cobban e Furet contestano la visione marxista. Essi sostengono che il Terrore non fu una conseguenza inevitabile di una lotta di classe, ma il risultato di un'ideologia che si era distaccata dalla realtà. Furet, in particolare, definì il Terrore come un'"ideocrazia" che spinse la Rivoluzione a un estremo, portando Robespierre alla sua rovina e rendendolo un profeta isolato in una terra di nessuno.
Quale che sia la verità, la sua figura ci ricorda come gli ideali più nobili possano corrompersi e diventare il pretesto per la più grande brutalità.
Storici | Scuola di pensiero | Argomentazione Principale |
Albert Soboul, Georges Lefebvre | Marxista | Il Terrore fu una fase necessaria per salvare la Rivoluzione dall'aggressione reazionaria interna ed esterna e per consentire l'affermazione della borghesia sul feudalesimo. |
François Furet, Alfred Cobban | Revisionista | La Rivoluzione non fu un necessario conflitto di classe; il Terrore fu il prodotto di un'ideologia rivoluzionaria che, staccandosi dalla realtà, spinse il processo a un estremo irrazionale. |
Maximilien Robespierre emerge dalla storia non come un semplice carnefice o un eroe senza macchia, ma come l'incarnazione di una delle più grandi tragedie politiche: l'idealismo che si corrompe e si trasforma in tirannia. La sua visione, inizialmente animata dalla nobile aspirazione di creare una "Repubblica della Virtù" libera da ingiustizia e corruzione, divenne il pretesto per un terrore spietato che non risparmiò amici né oppositori.
La sua traiettoria, da avvocato difensore dei poveri a dittatore del Comitato di Salute Pubblica, dimostra quanto sottile sia il confine tra la lotta per la giustizia e l'uso del potere per fini personali o ideologici. Robespierre, nel suo intimo, non cercava probabilmente il potere per l'avidità o la ricchezza, ma per imporre una verità assoluta in cui credeva ciecamente. La sua "ideocrazia", come la definì lo storico François Furet, lo portò a considerare ogni dissenso non come un'opinione diversa, ma come un tradimento morale che doveva essere estirpato per il bene comune.
La scelta di eliminare i Girondini, e poi persino il suo vecchio amico Danton, rimane un punto di dibattito cruciale, che ci interroga su quanto la ricerca della purezza possa diventare un'ossessione distruttiva. La sua convinzione che il "terrore" fosse semplicemente "la giustizia pronta, severa, inflessibile", lo portò a un'escalation di violenza che alla fine travolse lui stesso. La sua caduta, in un'ironia storica, non avvenne perché aveva fallito, ma perché aveva avuto "troppo successo" nel creare un meccanismo di repressione che non poteva più essere controllato.
In definitiva, la figura di Robespierre ci pone domande fondamentali che ancora oggi risuonano: fino a che punto un fine nobile può giustificare mezzi brutali? Può un'ideologia essere applicata con tale intransigenza senza sacrificare l'umanità e la libertà che pretende di difendere? Robespierre fu allo stesso tempo martire e carnefice, un sognatore utopico che, nel tentativo di imporre la sua visione del paradiso, finì per creare un inferno in terra, dimostrando che l'eredità più duratura di una rivoluzione non risiede solo nei suoi ideali, ma anche nelle ombre che essa lascia dietro di sé.




Commenti