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Le origini pagane del culto cristiano



Nel IV secolo, durante il Concilio di Nicea del 325, indetto dall'imperatore Costantino, il culto cristiano veniva modellato come creta nella mani dei vescovi. La nuova religione non era affatto una novità assoluta in quanto intimamente connessa con diversi culti misterici orientali. Certamente si stava caratterizzando in modo da apparire diversa ma senza esagerare, per non suscitare nei fedeli (ancora pagani) quel senso di sospetto e diffidenza provocato da ciò che è sconosciuto.

Uno strumento si offriva per amalgamare le credenze e legare alla Chiesa le genti dell’Impero: le festività.

Se la Pasqua cristiana, slittata di appena una settimana da quella ebraica, poteva uniformare e raccogliere tutti i credenti nella celebrazione della rinascita del Cristo, ciò poteva essere ripetuto anche con le altre ricorrenze di matrice pagana e procedere con la costituzione di un sentiero ideale del buon credente, senza abbandonare del tutto i passi degli avi ma riproposti con nomi e finalità alterati.

Sotto i drappi cristiani, continuavano a vivere i gesti, i rituali e i ricordi di culti ancestrali, anteriori di secoli al Cristo.



I venti pagani spiravano da ogni dove e fendevano l’aria delle cripte in cui i cristiani si nascondevano per celebrare i loro riti tra fumi di candela e incensi. Per domare le intemperie degli idolatri ci volevano astuzia, caparbietà e soldi. Le prime due si compirono nella fase di instaurazione, durante la quale il cristianesimo occidentale mise a fuoco il suo obiettivo: far breccia nei cuori delle popolazioni, abituate a vivere secondo il ritmo della natura in cui riconoscevano l’epifania del divino.

Il cambio delle stagioni, i pleniluni e i noviluni, i solstizi e gli equinozi, il tempo della semina e del raccolto, l’avanzare della lunga stagione buia, la morte apparente in cui la natura e gli animali scivolavano per mesi e, infine, lo stupefacente risorgere a nuova vita rappresentavano il linguaggio arcano degli dèi e la magia del loro potere. Erano le leggi antiche, tramandate di generazione in generazione, omaggiate a sfondo propiziatorio durante le celebrazioni che accompagnavano ed esaltavano il ciclico rituale della natura divina.



Celebrazione pagana


Non si poteva facilmente cancellarle, né farle dimenticare. Con scaltrezza le vecchie usanze si fecero coincidere con le più recenti affermazioni religiose. Le feste, molto attese dal popolo, spesso erano occasione sia di riposo dal duro lavoro agreste, sia di divertimento, rappresentato dall’adozione di comportamenti considerati inappropriati in ogni altra occasione. Un esempio erano le feste orgiastiche che si compivano in coincidenza della semina e del raccolto. La Chiesa cristiana comprese che sradicare di colpo ceppi di usanze millenarie sarebbe stato insensato e controproducente. Per sedurre gli animi e raccogliere fedeli si doveva agire con pazienza e con una buona dose di saggezza. Non era pensabile abolire il culto di Zeus da un giorno all’altro, ma lo si poteva rinominare come “adorazione del Padre Celeste”, lasciando alcuni attributi inalterati (barba bianca, capo indiscusso che vive nell’alto dei cieli, ecc...), né si poteva cancellare la Dea Madre o Iside, entrambe tanto amate e connesse, ma era possibile fonderne i simboli iconografici con la nuova Madre Celeste, raffigurata nella famigliare posa con il bambino divino stretto al seno.


A sinistra Iside con in braccio Horus e a destra la Madonna con il bambino Gesù.

Si trattò comunque di un processo lento che richiese molto tempo e non sempre indolore. Le campagne di conversione degli ariani, avvenute dopo il Concilio di Nicea, e la riconversione delle festività diedero luogo a episodi violenti. Alla fine, la tenacia, i mezzi economici e lo zelo del clero diedero i frutti sperati.


La Chiesa è riuscita non solo a fagocitare e a sostituirsi ai culti antichi, ma a far perdere memoria degli stessi. Tutt’oggi i fedeli, che ogni anno si raccolgono in famiglia o in chiesa per celebrare le più importanti festività cristiane, ignorano di ripete gesti antichi di un mondo pagano. Il Natale, l’Epifania, la Pasqua, l'Ascensione, per citarne alcune, sono tutte evocazioni salienti della vita pagana dei nostri avi Romani, Greci, Egii, Persiani. Il cristianesimo si è agghindato con le loro vesti, tagliandole a sua misura, ma la seta e il lino con cui sono intessute sono sempre i medesimi.

La vita sacra della Chiesa cattolica si esprime attraverso il compimento del sentiero religioso, chiamato anno liturgico. Esso rappresenta l’ideale cammino di Gesù (Nascita, Passione, Pentecoste, Resurrezione) e il fedele è chiamato a glorificarne il compimento e a emularne i valori morali. L’anno liturgico, infatti, secondo la dottrina, riproduce sia la dimensione spirituale che quella temporale per far arrivare tutti all’unità della fede e della conoscenza del Figlio di Dio, allo stato di uomo perfetto, nella misura che conviene alla piena maturità di Cristo[1].


La memoria del Cristo e dei suoi insegnamenti/miracoli si perpetua attraverso le celebrazioni e il loro adempimento è un elemento imprescindibile del mosaico della salvezza.

La liturgia ricopre una grande importanza nell’amministrazione del culto, poiché è il corpus ritualistico tramite cui la Chiesa attua l’opera della salvezza e di diffusione dei principi evangelici. Partecipare attivamente agli eventi sacri è il dovere cui ogni buon cristiano non può sottrarsi; tra questi vi sono i giorni di precetto in cui, come recita il Codice di Diritto Canonico:

i fedeli sono tenuti all’obbligo di partecipare alla Messa

Così, nel giorno di messa ci si veste in modo adeguato perché si entra nella casa del Signore, si tiene un comportamento ossequioso e timoroso, ci si inginocchia e, a prescindere, si afferma di essere: colpevole, colpevole, colpevole. Solo la professione di fede e la comunione possono mondare la nostra anima peccatrice e salvarci dal supplizio eterno. Se si salta la celebrazione la polizia vaticana non verrà a casa, tuttavia sarà trasgredito il terzo comandamento, “ricordati di santificare le feste”. E ciò potrebbe macchiare in modo indelebile l’anima del fedele.


La messa è un rituale antico che rappresenta il memoriale del sacrificio della croce con il rinnovarsi dell’avvenimento fondante la Chiesa: la morte e la risurrezione del Figlio di Dio. Il termine messa è entrato in vigore nel IV secolo, derivato dalla formula di congedo dei fedeli: “Ite, missa est”[3] e le prime forme di messa sono di origine mitraica; in esse ritroviamo il banchetto comunitario e rituale in cui si consumavano il pane e il vino, i quali venivano assimilati al midollo e al sangue del toro celeste, che transustanziavano durante il rito.

"Questo è il corpo, questo è il mio sangue prendete e mangiatene tutti" sono frasi rituali che fanno riferimento a culti di matrice orientale-misterica in cui la fusione con il dio avveniva grazie alla realizzazione del rito. I preti di Mitra, detti anche Pater o Magi, vegliavano sul fuoco perpetuo, simbolo di conoscenza e potere, compivano le cerimonie e durante la messa mitraica scoprivano la statua del taurobolio[4] raccontando gli episodi eccezionali della vita del dio. I mitrei erano luoghi isolati, come grotte o piccole cripte attigue alle catacombe, avevano forma allungata con un altare nell’abside, una sala con lunghe panche per i partecipanti e una sacrestia. Il soffitto era decorato a modello della volta celeste con anche riproduzioni dello zodiaco. Scene analoghe si trovano in alcuni templi egizi, come quello di Dendera, dedicato alla dea Hathor. Mitrei sono stati ritrovati in ogni angolo dell’Impero e si stima che a Roma ce ne fossero tra i mille e i duemila.


Come per la messa, anche le diverse feste dell’anno liturgico hanno origini antiche e, sebbene venga trascurato, cattolico è colui che ha edificato la cattedrale della sua anima su cripte pagane[5]. A prescindere da quale angolo del mondo hanno avuto origine o a quale tempo appartengano, il credente deve vivere con tensione e passione il percorso che, lungo l’arco dell’anno, manifesta il ricordo degli straordinari eventi accaduti nel I secolo d.C. (e di cui non disponiamo di fonti né univoche né certe).

Detto ciò, non può esserci scissione tra liturgia festiva e vita feriale, esse si intrecciano e si ripetono ogni anno in un ciclo infinito. Una circonferenza perfetta.

La parola annus deriva dal latino e significa appunto quel moto circolare del tempo e degli eventi che intende glorificare la Chiesa apostolica di Roma, il suo pontefice e il suo nerbo, il Cristo.

La liturgia è la risposta di Dio sulla Sua esistenza. Questo è il motivo per cui vivere le celebrazioni è strettamente necessario e vincolante. Le celebrazioni cristiane sono i passi che contribuiscono alla salvezza e sono epifanie del Creatore e del Figlio.


Le ierofanie di tali grandi eredità sono state consapevolmente assorbite e riadattate dai concili ecumenici cristiani a partire dal IV secolo per adattare il culto nascente in base a quelli preesistenti. Uno strappo netto con le credenze degli avi sarebbe stato controproducente e non avrebbe permesso al nuovo impianto religioso di affermarsi come voleva. Meglio sfumare i toni politeistici, inserendo una selva di santi, apporre sul capo della dea Iside un velo virginale, riconoscere al Cristo gli appellativi già noti di Mitra, di Horus e altri.


La via crucis che va da gennaio a dicembre è un pellegrinaggio tra solstizi, equinozi, divinità matriarcali e ritualità stagionali camuffata dalla dottrina cattolica. È un intreccio celeste di feste in puro senso agreste ed astronomico.

L’anima pagana della religione cristiana si manifesta nelle sue festività. Ma la Chiesa ne ha stravolto il significato, spogliandole del nesso stagionale e legandole agli eventi biblici. Il cristianesimo, che non era una vera alternativa ai culti pagani, riuscì a incorporare gli elementi del paganesimo, sfruttando per i propri fini miti ancestrali e le genuine devozioni popolari.



Per approfondire:



























[1] Efesini 4, 13. [2] Efesini 5, 1. [3] “Potete andare, [l’assemblea] è congedata”. [4]È il sacrificio di un toro, effettuato a scopo rituale. [5] N. G. Dávila, In margine a un testo implicito, Adelphi, 1977 Milano, p. 97.

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