Artemisia Gentileschi - l'artista che sfidò il pergiudizio
- Stefania Tosi
- 4 gen
- Tempo di lettura: 4 min
Aggiornamento: 5 gen

Roma, inizio del XVII secolo. Immaginate una città che è un cantiere a cielo aperto, un palcoscenico barocco dove la polvere del marmo dei nuovi palazzi si mischia al fango delle strade medievali. Siamo nel pieno della Controriforma: la Chiesa reagisce alla crisi non solo con i dogmi, ma con la bellezza prepotente dell'arte.
È in questo formicaio di talenti, ambizioni e brutalità che si muove Orazio Gentileschi, pittore pisano seguace di Caravaggio. Ed è qui, nel 1593, che nasce la sua primogenita: Artemisia.
Il destino di Artemisia sembra segnato dall'odore della trementina e dell'olio di lino. Orfana di madre a 12 anni, cresce nella bottega paterna. Orazio, sfidando le convenzioni che volevano le donne lontane dai mestieri "intellettuali", ne intuisce il talento precoce. Artemisia non si limita a macinare i colori; lei guarda, assorbe la lezione caravaggesca della luce che fende il buio e della verità della carne.
A soli 17 anni, nel 1610, firma la sua prima opera clamorosa: "Susanna e i vecchioni". È un quadro profetico. Lì dove i maestri uomini avevano dipinto scene vagamente erotiche, Artemisia dipinge la paura pura. La sua Susanna non è compiacente, è rannicchiata, disgustata, oppressa dalla mole fisica di due uomini che la sovrastano. È un documento straziante sulla condizione femminile dell'epoca, un presagio di ciò che sta per accadere.
La Tortura della Verità
Per completare la formazione della figlia, in particolare nello studio della prospettiva, Orazio si rivolge a un suo collaboratore: Agostino Tassi. Pittore virtuoso, ma uomo dal curriculum criminale, definito dagli storici "uno smargiasso, un avventuriero, un soggetto da galera".
Eppure, il "lupo" viene fatto entrare in casa. Nel maggio del 1611, approfittando della colpevole negligenza della governante Tuzia, Tassi violenta Artemisia. La testimonianza della ragazza, conservata negli archivi, è una cronaca cruda di una lotta impari, una ferita che sanguina ancora sulla carta. Dopo la violenza, Tassi la tiene in pugno per mesi con la falsa promessa di un matrimonio riparatore.
Quando l'inganno viene svelato (Tassi era già sposato), nel 1612 inizia il processo. Artemisia deve affrontare un calvario. Per dimostrare che non sta mentendo per calunniare l'uomo, viene sottoposta al Supplizio della Sibilla: le sue dita, le stesse che creano capolavori, vengono avvolte da cordicelle tirate fino a stritolare le falangi. Mentre le ossa scricchiolano, lei fissa Tassi e grida la sua verità: «Questo è l’anello che mi dai, e queste sono le promesse!».
Tassi verrà condannato a un esilio che non sconterà mai davvero. Artemisia, la vittima, ne uscirà con la reputazione distrutta. Roma mormora, ride, giudica.
La Rinascita Fiorentina: L'Alchimista del Colore
Se la storia di Artemisia fosse finita con la sentenza del 1612, avremmo solo il racconto di una violenza. Ma la grandezza di questa donna sta in ciò che accade dopo. Artemisia non accetta di essere definita dal suo trauma.
Lasciata Roma dopo un matrimonio di facciata, Artemisia arriva a Firenze. È una fuga che si trasforma in rinascita. Alla corte di Cosimo II de' Medici, la "ragazza dello scandalo" diventa una maestra. Impara a leggere e scrivere, frequenta Galileo Galilei (la cui influenza scientifica si vede nelle traiettorie perfette degli schizzi di sangue nelle sue opere) e trova protettori d'eccezione come Michelangelo Buonarroti il Giovane.
Grazie ai fondi dei Medici, la sua tavolozza si arricchisce. Diventa un'alchimista del colore: usa il costoso blu lapislazzuli per cieli profondi come abissi, le lacche fiorentine per rossi smaltati e il suo celebre "Giallo Artemisia", capace di rendere la lucentezza metallica della seta.
È a Firenze che la "Giuditta che decapita Oloferne" (oggi agli Uffizi) diventa la sua firma. Non è solo un soggetto biblico, è una trasfigurazione psicologica. La violenza subita non è nascosta, ma esibita e ribaltata: la donna non è più preda, ma carnefice potente. Artemisia rivoluziona la resa del corpo femminile: non dipinge dee eteree, ma donne vere, "pesanti", dotate di muscoli, colte nello sforzo fisico reale.
Un'Icona internazionale
Il successo fiorentino le permette di tornare a Roma non più come vittima, ma come maestra affermata. Artemisia diventa un'imprenditrice di se stessa, viaggia tra Roma, Venezia e infine Londra, alla corte di Carlo I Stuart, dove assisterà l'anziano padre Orazio nei suoi ultimi lavori.
L'ultimo atto della sua vita si svolge a Napoli, città viscerale e violenta che si adatta perfettamente alla sua pittura tarda, sempre più scura e drammatica. Morirà lì, intorno al 1656, una donna che sulla tomba volle solo due parole: «HEIC ARTEMISIA» (Qui giace Artemisia).
Donna artista, non vittima
Per secoli, la polvere dell'oblio ha coperto il suo nome. È servito il Novecento, e l'occhio critico di Roberto Longhi, per riscoprirla, definendola «l'unica donna in Italia che abbia mai saputo che cosa sia la pittura».
Oggi guardiamo Artemisia come un'icona di resilienza e lotta femminile, ed è giusto così. Ma c'è il rischio di appiattirla solo sul ruolo di "vittima vendicatrice". Artemisia non dipingeva bene "perché era arrabbiata". Dipingeva bene perché era una grandissima tecnica, una studiosa della luce e dell'anatomia.
La prossima volta che vi troverete davanti a una sua tela, provate a dimenticare per un attimo il processo e le torture. Guardate solo la pittura. Guardate come la luce colpisce la seta gialla della veste di Giuditta. Lì non c'è la vittima. Lì c'è solo una grandissima maestra del Barocco europeo che ha vinto la sua battaglia contro il tempo.

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