Alessandro Magno, il figlio prediletto degli dèi
- Stefania Tosi
- 11 gen
- Tempo di lettura: 8 min
Gaugamela, 1 ottobre 331 a.C. La polvere si alza soffocante dalla piana arida, impastandosi con il sudore e l'odore ferroso del sangue. Il fragore è assordante: il cozzare delle sarisse, le urla di migliaia di uomini, il tuono dei carri falcati persiani che cercano di spezzare le linee macedoni. Ma al centro del caos, c’è un punto di lucidità assoluta. Alessandro è lì, in sella a Bucefalo. Il suo sguardo non è sulla mischia confusa, ma fisso su un unico obiettivo: il Grande Re, Dario III. Vede l’apertura nelle linee nemiche, quel varco impercettibile creato dallo spostamento della cavalleria persiana. È l'attimo. Alessandro ordina la carica a cuneo. È un movimento perfetto, violento, chirurgico. Mentre si lancia al galoppo verso il carro reale, il mondo sembra fermarsi. Non è più solo un generale, è una forza della natura, un dio della guerra incarnato che sta per riscrivere la mappa del mondo conosciuto. Dario fugge. L'impero persiano sta crollando. La leggenda è appena iniziata.

Ma chi era davvero quell'uomo che cavalcava verso la gloria eterna? Alessandro Magno (356 a.C. – 323 a.C.), figlio di Filippo II di Macedonia, divenne in meno di dieci anni molto più di un semplice sovrano. Fu Hegémon dei Greci, Grande Re degli Achemenidi, faraone prescelto per governare l’Egitto (grazie a quel misterioso oracolo nell’oasi di Siwa) e, infine, figlio di Zeus.
Scrivere la storia di Alessandro non è solo un esercizio letterario, è un’esperienza totalizzante. Alessandro l’invincibile, il filosofo, il conquistatore del mondo. Tuttavia, sorge un dubbio legittimo: siamo sicuri che sia tutta storia?
Nel racconto di questa vita straordinaria, quanto spazio occupa la leggenda?
L'anima secondo Plutarco
Paradossalmente, molto di ciò che sappiamo di lui ci arriva dall'opera di Plutarco (46 d.C. – 120 d.C.), vissuto secoli dopo. Plutarco, nella sua introduzione alle Vite Parallele, ammette subito l'impresa "improba": non si può raccontare tutta la vita del Macedone. Perché Alessandro meritava di più di una semplice cronaca.
Plutarco sceglie un punto di vista ambizioso: quello dell’anima. Come un pittore che nei volti cerca i tratti del carattere, il biografo chiede al lettore di intraprendere un viaggio introspettivo, lontano dalla nuda cronaca delle battaglie. Per capire una personalità così complessa, Plutarco ricorre agli aneddoti, cercando la "parte più segreta" di Alessandro. Dobbiamo però ricordare sempre che quest'opera fu redatta quando Alessandro era già mito, un resoconto magnifico ma posteriore di oltre due secoli.
Tra archeologia e leggenda medievale
Se la storiografia moderna fatica ancora a chiudere il cerchio, l'archeologia ci viene in aiuto. Numerose mostre hanno raccontato il condottiero attraverso reperti che mostrano la sua incredibile "fortuna" iconografica.
Le immagini di Alessandro hanno fecondato culture lontanissime. Pensiamo alla fusione tra ellenismo e tradizioni orientali:
Dalla Casa della Statuetta Indiana a Pompei proviene una statuetta in avorio di una danzatrice indiana (dea Lakshmi), testimonianza di commerci e scambi culturali inimmaginabili senza l'apertura delle vie verso Oriente voluta da Alessandro.
Al MANN e persino nella Basilica di San Marco a Venezia, troviamo un'iconografia insolita: Alessandro che ascende al cielo stringendo due grifoni. Non è storia, è il Romanzo di Alessandro (attribuito allo Pseudo-Callistene), un best-seller medievale dove il re esplora gli abissi e i cieli alla ricerca dell'immortalità.
La formazione di un re-dio: Da Omero ad Aristotele
Tornando alla storia reale, la grandezza di Alessandro ha radici nella sua educazione a Pella. Cresciuto dalla madre Olimpiade e da tutori come Leonida e il pedagogo Lisimaco, Alessandro fu nutrito con i poemi omerici. Si narra che non si separasse mai dall'Iliade, custodendola gelosamente anche durante le spedizioni in Asia, fiero di considerarsi discendente di Achille. Pella, capitale macedone, non era una periferia barbara, ma un centro splendente, come testimoniano i mosaici di caccia reale.
Ma la vera chiave di volta fu l'arrivo di Aristotele, chiamato da Filippo II. L'incontro tra il giovane principe e il filosofo segnò la coscienza di Alessandro. Aristotele spalancò le porte della sua mente, spaziando dalla medicina alla botanica, placando (o forse alimentando) la sua insaziabile curiosità. Alessandro era avido di conoscenza e geloso degli insegnamenti ricevuti.
Un aneddoto riportato da Plutarco è illuminante: quando Aristotele decise di pubblicare i suoi scritti "acroamatici" (riservati agli iniziati) reagì con rabbia furiosa. A suo dire, quei virtuosi insegnamenti non potevano essere "appannaggio di tutti".
Al di là della veridicità di questi episodi, è innegabile che gli anni vissuti a stretto contatto con il filosofo di Stagira forgiarono in Alessandro l'ideale di un modello politico "perfetto". Un modello che sembrava uscire direttamente dalle pagine della Politica di Aristotele e che il condottiero cercò di replicare in ogni nuova città fondata: centri ellenici focalizzati su attività politiche e militari, sostenuti da un'economia basata sul lavoro delle popolazioni locali.
Era la visione di un Re-Filosofo che sognava una politéia universale, dove tutti gli uomini fossero raccolti in un unico grande démos. Tuttavia, non dobbiamo farci ingannare: dietro questo universalismo si celava la radicata convinzione che l'ellenismo fosse l'unica vera forma di civiltà. Una "civilizzazione" da esportare, se necessario, con la forza.

Un Maestro Speciale Aristotele (384-322 a.C.) non fu solo un tutore, ma l'architetto della mente di Alessandro. Allievo di Platone e fondatore del Peripato, spaziò dalla metafisica alle scienze naturali, ponendo le basi del metodo scientifico e dell'etica incentrata sulla virtù. La sua influenza plasmò il pensiero occidentale per secoli, ma fu nel giovane principe macedone che le sue teorie trovarono il più potente (e talvolta controverso) esecutore pratico.
Sulle Orme di Dioniso: la guerra come atto culturale
Questa missione "civilizzatrice" assumeva spesso contorni mitologici. Alessandro amava sovrapporre la sua figura a quella di Eracle o Dioniso. Il parallelismo diventa lampante nella spedizione del 327 a.C. verso Taxila, oltre l'Indo. Un viaggio irto di pericoli e guerriglie che ricorda la mitica spedizione di Dioniso contro gli Indiani per volere di Zeus. Quando Alessandro, stremato, giunse al cospetto di re Omfi pronto all'attacco finale, trovò invece una resa incondizionata. Il re indiano gli offrì le chiavi del regno, che il Macedone, con grande diplomazia, rifiutò. Per i contemporanei, queste non erano solo conquiste territoriali, ma atti "cultuali": come il dio Dioniso cercava la gloria per ascendere all'Olimpo, così Alessandro compiva la sua opera di ellenizzazione del mondo.
Chi è il Vero Alessandro? Tra Storia e Resilienza

Se vogliamo tentare di scorgere l'uomo dietro il mito, dobbiamo tornare a Plutarco e alla sua Vita. Qui emerge un Alessandro caratterizzato da una tenacia sovrumana e da una volontà ferrea di ignorare i limiti fisici. Ricordiamo l'episodio del fiume Cidno: ignorando gli avvertimenti di Parmenione, il principe bevve una pozione sconosciuta per curare un malanno causato dalle acque gelide, dimostrando una fiducia totale nel proprio destino. O ancora, quando una ferita terribile gli spezzò la tibia facendola fuoriuscire dalla carne: nemmeno quello arrestò la sua marcia verso l'Ossarte.
Ma la forza bruta era accompagnata da un'intelligenza politica raffinata. Alessandro comprese presto che la spada non bastava per governare l'immenso impero persiano. Serviva l'assimilazione. Iniziò ad adottare usi e costumi locali (scatenando non pochi malumori tra i suoi veterani) e ordinò che 30.000 giovani persiani apprendessero la lingua greca e l'uso delle armi macedoni. Voleva essere percepito non come un invasore, ma come un sovrano legittimo e benevolente, l'antitesi dell'astioso Dario.
La magnanimità e la speranza
La padronanza di sé (sophrosyne) è un filo rosso nella narrazione plutarchea. L'esempio supremo è il trattamento riservato alla famiglia di Dario dopo la disfatta.
La madre, la moglie e le figlie del Gran Re, divenute per legge di guerra proprietà del vincitore, si aspettavano il peggio. Alessandro, invece, le trattò con un rispetto regale che divenne leggenda, rifiutandosi di vederle come "prede". Certo, sposò poi Statira, figlia di Dario, ma fu una mossa puramente politica per fondere le dinastie. Ancora più toccante fu la restituzione del corpo di Dario alla madre, affinché fosse pianto e sepolto con tutti gli onori reali.
Questa generosità alimentava il mito. Ci chiediamo spesso cosa vedessero i suoi occhi, sempre puntati verso nuovi orizzonti. Forse la risposta sta in quel celebre scambio con Perdicca. Quando il generale gli chiese cosa volesse tenere per sé dopo aver distribuito ricchezze ai suoi uomini, Alessandro rispose semplicemente: «La speranza».
Il Lato Oscuro del Sole
Eppure... siamo sicuri che non ci fossero ombre? La narrazione di Plutarco, pur ammirata, non nasconde le crepe. Accanto al sovrano illuminato, emerge un secondo filone aneddotico, ben più inquietante: un Alessandro amante dell'alcol, a tratti violento, vendicativo, superstizioso.
Un episodio, in particolare, segna l'inizio della fine e si svolge a Ecbatana. Qui si trovava con Efestione, il suo amico più caro, l'altra metà della sua anima. Efestione si ammalò. Il medico di corte, Glauco, prescrisse riposo assoluto e una dieta ferrea. Ma Efestione, sentendosi giovane e forte, approfittò dell'assenza del medico...
La furia del lutto
...per consumare una lauta cena, innaffiandola con un grosso boccale di vino freddo. Il corpo cedette. Non è chiaro cosa lo uccise veramente – una ricaduta, un avvelenamento, o la semplice fatalità – ma la morte fu quasi immediata. Per Alessandro fu la fine del mondo. Il dolore per la scomparsa di Efestione, l'amico, l'amante, l'alter ego ("Patroclo" per il suo "Achille"), fu tremendo, assoluto.
Disperato e con il cuore in frantumi, il Re ordinò un lutto che doveva riflettersi sulla natura stessa: fece tosare la criniera di cavalli e muli, fece abbattere le mura delle città vicine e vietò qualsiasi musica. Il silenzio doveva coprire l'impero. Ma il dolore cercava un colpevole. La sorte peggiore toccò al povero medico Glauco, che venne crocifisso per non aver saputo – o potuto – salvare la vita del favorito.
La disperazione, però, non si placò con la vendetta su un singolo uomo. Giunto l'oracolo di Ammone, che suggeriva di onorare Efestione come un eroe divino, Alessandro decise che serviva un sacrificio adeguato alla grandezza della sua perdita. Un sacrificio di sangue. Scatenò una furia indomabile contro la tribù dei Cossei. Non fu una guerra, fu un massacro rituale: fece uccidere tutti i giovani in età da combattimento. Era un sacrificio funebre, "dolore per dolore": togliere la vita a migliaia per cercare di riempire il vuoto lasciato da uno solo. Ecco fin dove si spinse, divorato da un'angoscia che non trovava pace.
L'eroe delle contraddizioni
Arrivati alla fine di questo viaggio, la domanda sorge spontanea: com’è possibile conciliare la narrazione del Re Filosofo, allievo di Aristotele e sognatore della politéia, con quella del crudele assassino dei Cossei?
La risposta forse risiede nella natura stessa dei giganti della storia. Alessandro visse molte vite in una sola, schiacciato e al tempo stesso esaltato dalla voracità con cui compì le sue imprese titaniche. Era sostenuto da una forza fisica eroica, capace di sopportare climi avversi e marce di migliaia di chilometri, ma la sua anima era un campo di battaglia. Nell’immaginario collettivo, Alessandro rimane un eroe trasversale proprio per queste contraddizioni. Il suo coraggio lo spronò ad abbattere limiti geografici e mentali, spingendosi dove nessuno aveva mai osato.
Era un uomo solo, al comando di migliaia di soldati che lo adoravano e lo seguivano in capo al mondo, ipnotizzati dalla sua luce.
Le sue imprese sono rimaste incise a fuoco nella coscienza dei contemporanei per poi diventare, nei secoli, leggenda imperitura. La storia di Alessandro Magno affascina ancora oggi perché non è solo cronaca di conquista, ma il racconto dell'ambizione umana nella sua forma più pura e terribile.
Una storia che coinvolge profondamente anche noi, che pur vivendo in un'epoca in cui il mondo è "a portata di mano", restiamo stregati da colui che quel mondo provò a stringerlo tutto nel pugno di una mano.
E in eterno richeggiano le parole di Alessandro: Οὐ κλέπτω τὴν νίκην - io non rubo la vittoria.

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