L'uomo che "mancò" Tutankhamon per un soffio: l'errore fatale di Theodore Davis
- Stefania Tosi
- 24 nov 2025
- Tempo di lettura: 3 min
Aggiornamento: 25 nov 2025
Per lungo tempo, Tutankhamon è stato poco più di un fantasma. Un miraggio tra le sabbie.
Gli indizi erano scarsi, frammentari. Qualche iscrizione sparsa tra Tebe e Saqqara sussurrava il nome di un faraone oscuro: «Nebkheperura - Tutankhamon». Ma chi era? Quando era vissuto?
Alla fine dell'Ottocento, il mistero era fitto. Sir Flinders Petrie, durante gli scavi ad Amarna, aveva trovato reperti con i suoi cartigli, ma la sua figura restava evanescente. Nessuno immaginava che, sotto la sabbia della Valle dei Re, il destino stesse aspettando il momento giusto. O meglio, l'uomo giusto.
E quell'uomo, inizialmente, sembrava essere Theodore M. Davis.
Il milionario con il piccone
Immaginate un ricco avvocato americano, sempre ben vestito, baffi folti, cappello a falde larghe e un aplomb impeccabile anche sotto il sole cocente dell'Egitto. Questo era Theodore M. Davis.
Per rompere la monotonia delle sue vacanze invernali sul Nilo, Davis decise di non accontentarsi di fare il turista: voleva essere un esploratore. A 66 anni, con l'energia di un ragazzino e il portafogli di un magnate, ottenne dal governo egiziano l'esclusiva concessione di scavo nella Valle dei Re.
La sua filosofia era semplice: lui pagava (e molto), lui decideva. E voleva risultati.
La fortuna del principiante (o quasi)

Davis non era un archeologo, ma sapeva scegliere i suoi uomini. Assunse talenti del calibro di Howard Carter e Arthur Weigall, garantendosi scoperte che avrebbero fatto impallidire chiunque: la tomba di Thutmosis IV, quella di Hatshepsut, i genitori della regina Tiye (Yuya e Thuya) e la tomba di Horemheb.
Sembrava baciato dalla dea Bendata. Ogni volta che ordinava di scavare, la terra restituiva meraviglie. Ma Davis aveva un difetto fatale: la fretta.
Non scavava per la scienza, ma per l'adrenalina della caccia. Detestava le lungaggini della catalogazione. Voleva il tesoro, voleva essere il primo, e voleva passare subito alla scoperta successiva. Questo suo atteggiamento sbrigativo faceva impazzire i suoi collaboratori, Carter in testa.
L'errore che cambiò la storia
Fu proprio questa fretta a tradirlo. In un piccolo pozzo (catalogato come KV54), Davis rinvenne una cassa piena di materiali per l'imbalsamazione e oggetti con il nome di Tutankhamon. Un archeologo paziente avrebbe indagato oltre. Davis, invece, vide quegli oggetti e trasse la conclusione più rapida e sbagliata della storia dell'archeologia: credette di aver trovato la tomba – violata e vuota – del faraone misterioso.
Era il 1914. Convinto di aver prosciugato ogni segreto della necropoli, Davis pronunciò la famosa sentenza:
“Ho trovato l’ultima tomba. La Valle dei Re ha esaurito i suoi tesori”.
Abbandonò la concessione e tornò in America, convinto che la caccia fosse finita. Non sapeva che, letteralmente a pochi metri da dove aveva smesso di scavare, si nascondeva il più grande tesoro dell'antichità.
Il destino di un Re
Mentre Davis lasciava l'Egitto, Lord Carnarvon acquistava la concessione su consiglio di Howard Carter. I fili del destino si stavano riannodando. Forse era volontà di Maat, la dea della giustizia, che aveva deciso di sottrarre all'oblio il Faraone Domenticato solo quando i tempi – e gli uomini – fossero stati maturi.
Davis aveva avuto la chiave in mano, ma l'aveva gettata via troppo presto. Nebkheperura Tutankhamon attendeva ancora oltre la soglia della leggenda.
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