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Il dramma del Bene e del Male

22 giu 2023
Tempo di lettura: 9 min

Aggiornamento: 26 ago





Un lampo.

La coscienza si lacera.


C'è un'ora, poco prima che il sole superi l'orizzonte, in cui il cielo non è più notte ma non è ancora giorno. In quel momento sospeso, gli antichi vedevano brillare un punto di luce più fermo delle stelle e più fioco del sole, il pianeta Venere, ultimo astro a resistere all'aurora. Lo chiamavano Lucifero — dal latino lux ferre, "portare la luce".

Un nome che oggi porta con sé tutt'altro peso, tutt'altre ombre. Ma nel mondo greco-romano, prima ancora di diventare il nome dell'angelo caduto, Lucifero era semplicemente questo: la stella del mattino, e la divinità che la personificava.


Non era però l'unica a meritarsi quel titolo. "Lucifero" — o, in greco, Phosphoros — era un attributo, una qualifica che l'antichità classica assegnava a più di una divinità legata alla luce dell'aurora, alla bellezza, alla conoscenza, alla fertilità. Essere "portatrice di luce" significava appartenere a quella soglia tra buio e chiarore in cui il mondo antico collocava alcune delle sue figure più potenti.


La prima, la più diretta, è Eos — Aurora per i Romani. Ogni mattina si levava dal suo letto e spargeva la luce sul mondo trainando il proprio carro dorato attraverso il cielo. Era lei la madre di Eosforo (Lucifero, per l'appunto), il dio della stella del mattino, e di Espero, il dio della stella della sera — due nomi, due momenti del giorno, per un solo astro: Venere sorge e tramonta, e i Greci ne fecero due divinità gemelle di uno stesso corpo celeste. Eos era anche madre delle Ore, custodi delle stagioni, e dei Venti: una genealogia che fa di lei, più che una semplice dea dell'alba, un principio cosmico di rinnovamento. Fu inoltre famosa per i suoi amori mortali — Titone, Cefalo, Orione — storie che il mito raccontò spesso come una condanna più che come una grazia: la luce dell'aurora, capace di illuminare, ma anche di consumare chi sfiora.


Poi c'è Afrodite, Venere per Roma: nata, secondo Esiodo, dalla schiuma del mare generata dal seme di Urano evirato da Crono — un'origine violenta per la dea più associata alla bellezza e al desiderio. Sposa di Efesto, il fabbro zoppo degli dèi, lo tradì ripetutamente: con Ares, dio della guerra; con Adone, il mortale di bellezza leggendaria; con il pastore troiano Anchise. Da queste unioni nacque, tra gli altri, Eros — il Cupido latino, dio del desiderio che trafigge senza chiedere permesso. Ma è soprattutto un dettaglio astronomico a farne una "lucifera" a pieno titolo: Afrodite fu identificata proprio con il pianeta Venere, tanto all'alba quanto al tramonto — la stessa ambiguità luminosa di Eosforo ed Espero condensata in un'unica dea.


Infine Artemide, Diana per i Romani: figlia di Zeus e Latona, sorella gemella di Apollo, dea della caccia e della natura selvaggia, ma anche — questo è il punto meno noto — legata alla luce lunare e alla stella del mattino. Vergine e casta per scelta, protettrice delle giovani donne e delle partorienti, armata di arco e frecce d'argento, guidava un carro trainato da cervi attraverso boschi e sorgenti sacre. Se Eos porta la luce dell'aurora e Afrodite quella del desiderio, Artemide porta quella più fredda e distante della luna e delle stelle — un altro modo di "portare luce", meno caldo ma non meno potente.

Tre dee, tre modi diversi di essere lucifere: l'aurora che rinnova il mondo, l'amore che lo muove, la luna che lo veglia. Prima che un solo nome — Lucifero — venisse dirottato dalla tradizione cristiana verso il racconto della caduta e della ribellione, apparteneva a loro: alla luce femminile che precede il sole, non a quella che gli si oppone.


Nella Bibbia, il nome Lucifero compare una sola volta nel libro di Isaia (Is. 14,12), dove il profeta si rivolge al re di Babilonia con queste parole:


«Come sei caduto dal cielo,

o Lucifero, figlio dell'aurora!

Come sei stato atterrato a terra,

tu che sconvolgevi le nazioni!

Tu dicevi in cuor tuo:

"Salirò in cielo, innalzerò il mio trono al di sopra delle stelle di Dio;

siederò sul monte dell'assemblea, nell'estremità settentrionale";

salirò sulle alture delle nubi, mi renderò simile all'Altissimo.

Invece sei stato precipitato negli inferi,

nel più profondo della fossa.»


Questo passo è una satira contro l'orgoglio e la caduta del sovrano babilonese, che si credeva invincibile e che voleva eguagliare Dio.


Il nome Lucifero è una traduzione del termine ebraico heylel, che significa "splendente" o "luminoso", e che deriva dalla radice halal, che significa "brillare" o "lodare". Questo termine era usato anche per indicare il pianeta Venere, considerato la stella mattutina più brillante.


Alcuni padri della Chiesa, come Origene e Girolamo, interpretarono questo passo come una rappresentazione allegorica di Lucifero, l'angelo caduto che si ribellò a Dio e che fu scacciato dal cielo insieme ai suoi seguaci. Questa interpretazione si basava su un parallelo con altri passi biblici, come Ezechiele 28:12-19 e Luca 10:18, dove si parla della caduta di Satana. Così, il nome Lucifero divenne sinonimo di Satana o del diavolo nella tradizione cristiana.


Tuttavia, questa interpretazione non è unanimemente accettata dagli studiosi moderni, che ritengono che il contesto storico e letterario del brano di Isaia non giustifichi una lettura così allegorica e che il nome Lucifero sia riferito esclusivamente al re di Babilonia.



Il re in questione sarebbe Nabucodonosor II era noto per la sua grandezza e la sua ambizione, ma alla fine fu rovesciato e ridotto a uno stato umiliante. Ciò accadde nel 539 BCE, quando l'esercito combinato dei Medi e dei Persiani assediò Babilonia e riuscì a conquistarla, ponendo così fine al dominio babilonese che, anni prima aveva distrutto Gerusalemme e il Tempio, deportando l'élite israelita a Babilonia.


Questo spiega la soddisfazione provata dai deportati israeliti nel ammirare la caduta di Babilonia e del suo re.


Inoltre, nella versione greca della Bibbia (la Septuaginta), il termine heylel è tradotto con phosphoros, che significa "portatore di luce", e non con diabolos, che significa "calunniatore" o "avversario", come invece è tradotto il termine ebraico satan.


Quindi, possiamo concludere che il nome Lucifero non si riferisce al diavolo ma a un re babilonese, secondo il senso letterale del testo biblico.


Tuttavia, la tradizione cristiana ha dato a questo nome un significato diverso e simbolico, legandolo alla figura dell'angelo ribelle e nemico di Dio.

Come sappiamo, la Chiesa ha interpretato il nome Lucifero come un sinonimo di "Satana", il capo degli angeli caduti che si ribellarono a Dio e che furono scacciati dal cielo. Questa interpretazione si basa su alcuni passi biblici che sembrano descrivere la caduta di un angelo superbo e splendente, che voleva eguagliare o superare Dio.

Tra questi passi ci sono:


  • Ezechiele 28:12-19, dove il profeta si rivolge al re di Tiro con queste parole: "Tu eri un modello di perfezione, pieno di sapienza, perfetto in bellezza. Eri come un cherubino ad ali spiegate a difesa; io ti posi sul monte santo di Dio. Tu camminavi in mezzo alle pietre infuocate. Erasenza difetto nelle tue vie dal giorno che fosti creato finché fu trovata in te l'iniquità. Per la grandezza del tuo commercio il tuo cuore si riempì di violenza e tu hai peccato. Io ti ho precipitato dal monte di Dio e ti ho fatto perire, o cherubino protettore, in mezzo alle pietre infuocate. Il tuo cuore si inorgoglì per la tua bellezza; tu hai corrotto la tua sapienza per la tua splendidezza. Io ti ho gettato a terra, ti ho esposto davanti ai re perché vedessero le tue opere. Per la moltitudine delle tue iniquità, per l'ingiustizia del tuo commercio hai profanato i tuoi santuari; io ho fatto uscire da te un fuoco che ti ha divorato; io ti ho ridotto in cenere sulla terra agli occhi di tutti quelli che ti guardavano. Tutti quelli che ti conoscevano fra i popoli sono rimasti sbigottiti per te; sei diventato un oggetto di spavento e non ci sarai più in eterno".

  • Luca 10:18, dove Gesù dice ai suoi discepoli: "Io vedevo Satana cadere dal cielo come una folgore".

  • Apocalisse 12:7-9, dove si narra di una guerra celeste tra Michele e i suoi angeli da una parte e il dragone e i suoi angeli dall'altra: "Ci fu una battaglia nel cielo: Michele e i suoi angeli combattevano contro il dragone. Il dragone e i suoi angeli combatterono, ma non prevalsero e non ci fu più posto per loro in cielo. E il grande dragone, il serpente antico, colui che chiamiamo il diavolo e Satana e che seduce tutta la terra abitata, fu precipitato sulla terra e con lui furono precipitati anche i suoi angeli".


Secondo alcuni padri della Chiesa, come Origene e Girolamo, questi passi si riferiscono alla storia di Lucifero, l'angelo più bello e potente creato da Dio, che però si lasciò sedurre dall'orgoglio e dalla superbia e volle usurpare il posto di Dio. Per questo motivo, fu condannato da Dio e precipitò negli inferi insieme agli altri angeli ribelli che lo seguirono nella sua rivolta. Lucifero divenne così il principe delle tenebre, il nemico di Dio e degli uomini, colui che tenta di allontanare le creature dal loro Creatore.


Questa interpretazione è diventata dominante nella tradizione cristiana ed è stata ripresa da molti autori letterari e artistici, come Dante Alighieri nella Divina Commedia o John Milton nel Paradiso perduto.


Tuttavia, essa non è unanimemente accettata dagli studiosi moderni, che ritengono che i passi biblici citati non parlino di Lucifero, ma di figure storiche o simboliche, come il re di Babilonia, il re di Tiro, il dragone apocalittico o lo stesso Satana.


Inoltre, essi sostengono che il nome Lucifero sia riferito solo al re di Babilonia nel libro di Isaia e che non sia mai usato nella Bibbia per indicare il diavolo.

La figura di Lucifero ha affascinato e spaventato l’immaginazione umana per secoli, dando origine a miti, leggende, opere d’arte e dottrine religiose.



Tuttavia, come abbiamo visto, il nome Lucifero non si riferisce al diavolo ma a un re babilonese che si inorgoglì della sua potenza e che fu umiliato da Dio.

Il diavolo, invece, è chiamato nella Bibbia con altri nomi, come Satana, il serpente, il dragone o il maligno.

Ma chi è veramente il diavolo? È un essere reale o una metafora del male?

La risposta a questa domanda dipende dalla fede e dalla visione del mondo di ciascuno. Alcuni credono che il diavolo sia un angelo caduto che si oppone a Dio e che cerca di sedurre e rovinare gli uomini. Altri pensano che il diavolo sia una proiezione psicologica dell’ombra, cioè della parte oscura e negata di noi stessi.

Altri ancora ritengono che il diavolo sia solo un simbolo del male, inteso come l’assenza di bene, di amore e di verità.

Personalmente, io credo che il male non sia un’entità soprannaturale ma il risultato delle azioni umane.

La figura di Lucifero ha affascinato e spaventato l’immaginazione umana per secoli, dando origine a miti, leggende, opere d’arte e dottrine religiose. Tuttavia, come abbiamo visto, il nome Lucifero non si riferisce al diavolo ma a un re babilonese.


Ma chi è veramente il diavolo? È un essere reale o una metafora del male?

La risposta a questa domanda dipende dalla cultura e dalla visione del mondo di ciascuno. Alcuni credono che il diavolo sia un angelo caduto che si oppone al bene e che cerca di sedurre e rovinare gli uomini. Altri pensano che il diavolo sia una proiezione psicologica dell’ombra, cioè della parte oscura e negata di noi stessi. Altri ancora ritengono che il diavolo sia solo un simbolo del male, inteso come l’assenza di valore, di amore e di verità.


Il male si manifesta quando gli uomini violano la dignità e i diritti degli altri esseri viventi, quando distruggono la natura e la bellezza del mondo, quando ignorano la giustizia e la pace. Il male si diffonde quando gli uomini si chiudono nel loro orgoglio e nella loro paura, quando rifiutano il dialogo e la collaborazione.


Il male, quindi, non è qualcosa di esterno a noi, non è qualcosa che ci viene imposto da una forza maligna, ma qualcosa che scegliamo liberamente con le nostre decisioni. Non è qualcosa che ci rende vittime impotenti, ma qualcosa che ci rende responsabili delle nostre azioni.


Il male non è una fatalità inevitabile

In conclusione, considerare Lucifero o il male come il risultato delle azioni umane ci spinge a riflettere sul potere e sulle conseguenze delle nostre scelte. Mentre la figura di Lucifero è spesso associata al male in molte tradizioni, un'interpretazione che mette l'accento sulle azioni umane ci ricorda che il male non è qualcosa di separato da noi, ma piuttosto un risultato diretto delle nostre decisioni e comportamenti.

Le azioni umane possono avere un impatto significativo sulla società e sul mondo che ci circonda. Le scelte che facciamo, come individui e come collettività, possono influenzare la vita degli altri e determinare principi e valori.


Questa consapevolezza ci invita a riflettere sulle nostre scelte quotidiane e sul modo in cui interagiamo con gli altri. Ci ricorda che siamo responsabili del nostro impatto sul mondo e che possiamo fare la differenza attraverso azioni positive. Siamo in grado di modellare il nostro mondo attraverso azioni positive e comportamenti etici. Promuovere l'empatia e la giustizia è un modo per costruire una società etica, civile e rispettosa dei diritti di ciascuno.


Quindi possiamo scegliere di agire la MAAT.

Anziché cercare una spiegazione nel soprannaturale o nell'esterno, concentriamoci sul riconoscimento del potenziale che abbiamo per trasformare il mondo in un luogo migliore attraverso le nostre azioni.


LA SOCIETA' E' CUSTODE DELLA PROPRIA ETICA




































 
 
 

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