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Francia, 14 luglio 1789- L'incendio di sogni e incubi

Aggiornamento: 14 set 2025




Gli ideali di ugluanza e fraternità incendiarono gli aniami, Si credeva davvero di poter cambiare la società.
Il principio di uguaglianza animava la Rivoluzione, almeno ai suoi inizi...

Parigi, primavera 1789. Il sole sorge sulla Rue Saint-Antoine, ma non riscalda i cuori. Davanti alla panetteria, la coda si allunga già prima dell'alba. Marie, la fornaia, ha il viso stanco. Ha solo poche pagnotte da offrire, e il loro prezzo, fissato dai mercanti di grano, è due volte più alto rispetto all'anno scorso.

"È paglia, è paglia!", mormora un uomo. Ha visto chicchi di grano marci nella farina che gli hanno venduto. Ma che fare? La fame è più forte della dignità.


Nello stesso momento, a poche centinaia di metri da lì, nei giardini del Palais-Royal, il marchese di Fontenoy sorseggia il suo caffè. Ha trascorso la notte alla Comédie-Française e si sta preparando per recarsi a Versailles per una battuta di caccia. Il suo cappotto di seta è ricamato d'oro, i suoi stivali sono lucidati e lui è esente da tasse. La fame del popolo? Ne sente parlare solo dai suoi servitori. Per lui, la vita è una sontuosa mascherata, dove i ruoli sono immutati da secoli.

Quella mattina, la tensione è palpabile. Nelle taverne, non si cantano più canzoni da osteria, si leggono opuscoli sulla nobiltà e sul clero che si ingozzano mentre il popolo urla per la fame. Le parole circolano più velocemente del pane. Non è più un mormorio, è un ruggito. Il marchese ignora che il terreno su cui sta camminando è fragile e che la massa silenziosa della nazione, a lungo ignorata, sta per risvegliarsi. È il momento di capire come questi due mondi, quello del marchese e quello della fornaia, abbiano potuto coesistere così a lungo prima di entrare in collisione.


Il malcontento era una brace sotto la cenere, un sussurro di stomaci vuoti che si faceva sempre più forte nei vicoli di Parigi, un'ingiustizia che pesava come una macina sul cuore del popolo. Ma quella rabbia, da sola, non era che una fiammella destinata a spegnersi.

Ci volle una scintilla, e quella scintilla non fu di fuoco, ma di parole. Furono le idee degli illuministi, i concetti di libertà, uguaglianza e diritti inalienabili, a dare a quel fuoco un nome, una direzione, un'anima. I libri e i pamphlet clandestini si diffusero come un vento, trasformando la rabbia cieca in una visione luminosa, in un progetto di futuro.

E in quel momento, la fortezza del potere, un tempo imponente, si rivelò fatta di carta.

Il Re e la sua corte, imprigionati in un mondo di sfarzo e convenzioni, non videro il pericolo che cresceva fuori dai loro cancelli. Le loro indecisioni, la loro incapacità di agire e la loro distanza dal popolo furono la paglia secca che permise alla scintilla di trasformare il malcontento in un incendio inarrestabile. Senza la loro debolezza, senza la forza di quelle idee, il sussurro non sarebbe mai diventato un urlo.

Dalla Ragione al disordine rivoluzionario

Le idee dell'Illuminismo si diffusero in tutta la Francia nel XVIII secolo, minando le fondamenta intellettuali della monarchia assoluta e della Chiesa. I filosofi chiave articolavano concetti che divennero principi rivoluzionari:

  • Montesquieu minò l'idea del potere assoluto con la sua teoria della separazione dei poteri (legislativo, esecutivo, giudiziario), che divenne una pietra miliare delle successive costituzioni democratiche.

  • Rousseau introdusse i concetti di sovranità popolare e di "volontà generale", fornendo il quadro filosofico per la democrazia diretta e la critica dell'ineguaglianza sociale.

  • Voltaire contribuì, con la sua critica aspra delle istituzioni dell'Ancien Régime e le sue perorazioni a favore della tolleranza, a delegittimare l'ordine esistente, anche se preferiva un "dispotismo illuminato".


Queste idee non rimasero confinate ai salotti intellettuali. Grazie alla diffusione di opere come l'Encyclopédie e all'emergere di una "coscienza pubblica", si propagarono tra i ranghi della borghesia e del popolo, diventando una forza mobilitante.

Il rapporto tra queste idee e la rivoluzione fu complesso. Alcuni nobili adottarono un "liberalismo selettivo" ispirato da Montesquieu, cercando di limitare il potere del re pur mantenendo i propri privilegi. La borghesia "professionale", al contrario, abbracciò queste idee come un progetto di riforma radicale. Questa frattura ideologica all'interno dell'élite contribuì al processo di radicalizzazione e al fallimento di una soluzione negoziata.


Il re tentenna...

Luigi XVI, salito al trono nel 1774, ereditò un regno nel caos più totale. La sua principale debolezza era la mancanza di volontà e l'incapacità di imporsi sulle classi privilegiate per far avanzare le riforme finanziarie necessarie. La crescente impopolarità della coppia reale, alimentata dallo stile di vita sfarzoso della corte e dal disprezzo del pubblico per "l'Austriaca" Maria Antonietta, indebolì ulteriormente l'autorità della monarchia.

L'incapacità di Luigi XVI di agire in modo decisivo non era solo un tratto personale, ma un sintomo di un'istituzione obsoleta. L'assolutismo aveva perso la sua legittimità "divina" ed era diventato un sistema scollegato dal "bene comune". Il re, che avrebbe dovuto essere il padrone di tutti, era diventato un ostaggio degli interessi aristocratici. La sua indecisione lasciò un vuoto politico che il Terzo Stato, incoraggiato dagli ideali di libertà e rappresentanza, si affrettò a colmare.

Il processo rivoluzionario dal 1789 al 1793 vide le cause latenti trasformarsi in eventi concreti, con ogni evento che alimentava la radicalizzazione del successivo.



il popolo cercava polvere da sparo e proiettili per i fucili che aveva già requisito all’Hôtel des Invalides poche ore prima. Però più che un deposito militare, la Bastiglia era il simbolo del potere assoluto e dell’arbitrio monarchico, usata come prigione di Stato per pochi detenuti (il 14 luglio erano solo 7).
La conquista della Bastiglia, atto simbolico e politico

La fiamma del Grande Incendio

La convocazione degli Stati Generali nel maggio 1789 degenerò rapidamente in un conflitto sul sistema di voto. Il Terzo Stato, forte del suo peso demografico, chiese il voto "per testa" piuttosto che "per ordine" e alla fine si autoproclamò Assemblea Nazionale. Il 20 giugno, i suoi membri prestarono il famoso Giuramento della Pallacorda, giurando di non separarsi prima di aver dato una costituzione al regno.

Il 14 luglio 1789, l'esasperazione del popolo di Parigi, alimentata dalla carestia e dalle voci di un colpo di Stato reale, culminò con la presa della Bastiglia. Questa antica fortezza, pur ospitando pochi prigionieri, era un potente simbolo della tirannia monarchica. La sua caduta segnò una svolta, unendo la "rivolta popolare" alla nascente "rivoluzione parlamentare". La rivolta si propagò rapidamente nelle campagne in un movimento di panico noto come la "Grande Paura". I contadini assalirono i castelli dei nobili, attaccando fisicamente i simboli delle loro catene feudali.


Le Riforme e la frattura irreversibile

La Grande Paura spinse l'Assemblea a un gesto audace, quasi un atto di follia collettiva. Nella notte frenetica del 4 agosto 1789, in un'atmosfera di fervore e urgenza, i deputati si alzarono, uno dopo l'altro, per rinunciare ai propri privilegi. Fu una notte di abdicazione volontaria e di rovesciamento simbolico, in cui i secolari diritti feudali furono spazzati via in un colpo solo.

Poche settimane dopo, il 26 agosto, la Rivoluzione trovò la sua voce. La Dichiarazione dei Diritti dell'Uomo e del Cittadino fu proclamata, un faro di ideali che illuminava un'epoca.

Non era solo un documento, ma un manifesto che sanciva i diritti "naturali e inalienabili" di tutti gli uomini: libertà, uguaglianza, proprietà e il diritto di resistere all'oppressione. Per la prima volta, la sovranità non risiedeva più in un re, ma nel popolo.

Per affrontare la crisi finanziaria, l'Assemblea nazionalizzò i beni del clero nel novembre 1789. Questa misura, seguita dalla Costituzione Civile del Clero, trasformò i membri del clero in "dipendenti dello Stato". Ciò provocò una divisione profonda all'interno della popolazione e spinse il re, in quanto sovrano "cristianissimo", dalla parte della controrivoluzione.

Il punto di non ritorno per la monarchia arrivò in una notte di giugno del 1791. Luigi XVI, vestito da borghese, tentò una fuga disperata, sperando di unirsi alle forze controrivoluzionarie. Ma la sua fuga fu maldestra, quasi un triste scherzo del destino, e fu fermato a Varennes. La sua cattura e il suo ritorno a Parigi in un silenzio tombale segnarono la fine della fiducia. Il re era stato smascherato; non era il padre benevolo della nazione, ma un nemico del processo rivoluzionario. La via per una monarchia costituzionale era ormai sbarrata, e i cuori dei parigini si aprirono alla spinta repubblicana.


La spirale della radicalizzazione: guerra, repubblica e Terrore

La guerra, una minaccia che si stagliava all'orizzonte, divenne il catalizzatore finale. Preoccupate che le idee rivoluzionarie potessero contagiare anche i loro regni, le monarchie europee si coalizzarono contro la Francia. L'Assemblea, sentendosi accerchiata, non esitò. Dichiarò guerra all'Austria nel 1792. Fu una mossa rischiosa, che gettò la Rivoluzione in una spirale di radicalizzazione. Le prime sconfitte, unite alla crescente paranoia di un complotto reale con il nemico, fecero crollare l'ultimo baluardo della monarchia.

Il 21 settembre 1792, la Prima Repubblica fu proclamata, e il re non era più Luigi XVI, ma un semplice cittadino, Capeto.


Il dispositivo fu ideato dal medico Joseph-Ignace Guillotin, che non ne fu il costruttore, ma colui che ne sostenne l’adozione come mezzo rapido, sicuro e indolore. Realizzata con una pesante lama obliqua che cadeva dall’alto, la ghigliottina entrò in funzione nel 1792, divenendo presto protagonista delle piazze rivoluzionarie.
La ghigliottina - nata come strumento “umano” e “egualitario”, doveva sostituire le esecuzioni crudeli e diseguali dell’Ancien Régime: il boia non avrebbe più infierito con scuri e lame incerte, e nobili e popolani sarebbero morti nello stesso modo, senza distinzione di classe.

Il processo e l'esecuzione di Luigi XVI il 21 gennaio 1793 furono un atto di rottura irrevocabile. Con un'audacia impensabile solo pochi anni prima, la Rivoluzione osò sfidare il potere divino dei re, ponendo la testa del sovrano sotto la ghigliottina.


Il suo destino fu presto condiviso dalla regina Maria Antonietta, Vedova Capeto, che salì al patibolo pochi mesi dopo, il 16 ottobre 1793, cementando la rottura definitiva con il passato monarchico.


Di fronte a minacce interne ed esterne, la Repubblica si chiuse a riccio.

Le misure di emergenza si susseguirono fino all'adozione della "legge dei sospetti" nel settembre 1793, segnando l'inizio del Regime del Terrore.

La Rivoluzione, nata dalla crisi di un regime ormai decrepito, era diventata un turbine di passione, sospetto e violenza, disposta a tutto per difendersi. Le cause della Rivoluzione continuano a essere oggetto di vivaci dibattiti all'interno della comunità storica.






La Rivoluzione francese nacque come un sogno ardente: libertà, uguaglianza, fraternità.Ma insieme ai sogni si accesero anche gli incubi. La sete di libertà si trasformò in sospetto, la voce del popolo in grido di sangue. La stessa ghigliottina che doveva rendere tutti uguali nella morte divenne il simbolo di un terrore senza volto.
Sogni e incubi della Rivoluzione

Il cielo di Parigi era un drappo di velluto nero, ma non era la notte a renderlo così scuro. Era il fumo. Il fumo denso e acre che si alzava dai tetti delle case e dai pavimenti di pietra delle strade, portando con sé l'odore della cenere e della distruzione. Non era un fuoco accidentale, non era un incendio scaturito da una candela dimenticata. Questo era il Grande Incendio della Rivoluzione, un incendio che non bruciava case, ma un'epoca intera.

Le fiamme, che si alzavano in lingue fameliche verso il cielo, non erano color arancio, ma un rosso cupo, il colore del sangue versato. Erano un coro di voci, un grido di rabbia e vendetta che si alzava dalle strade e si spandeva per tutta la città. Non erano le case dei poveri ad ardere, ma i palazzi dei nobili, le biblioteche dei sapienti, le chiese dei preti. Ogni fiamma era una vendetta, un'accusa, una pretesa di giustizia.

Il vento, che un tempo portava il profumo dei giardini e il mormorio della Senna, ora portava solo il crepitio delle fiamme e il gemito dei caduti. Le strade, un tempo piene di carrozze e di vita, erano ora invase da una folla inferocita, un fiume in piena di uomini e donne armati di forconi e di speranza, pronti a tutto pur di vedere la loro oppressione ardere.


Questo incendio non era la fine, ma l'inizio. Non la distruzione, ma la rinascita. Da quelle ceneri, da quella distruzione, sarebbe nata una nuova Francia, un nuovo mondo. Un mondo in cui non ci sarebbe stato più spazio per i re e per i nobili, un mondo in cui il potere sarebbe appartenuto al popolo. Un mondo in cui l'incendio, pur così distruttivo, avrebbe lasciato dietro di sé il seme della libertà e dell'uguaglianza.

Ma fu davvero così? La rabbia, il sogno della libertà e dell'uguaglianza si scontrarono presto contro la cruda realtà. Le fiamme della rivoluzione, che avevano bruciato l'ingiustizia, finirono per divorare anche i suoi stessi figli. Il terrore, la ghigliottina, le guerre: la nascita di una nuova era fu segnata non solo dalla speranza, ma anche da un fiume di sangue. La libertà promessa si trasformò in un'altra forma di tirannia, dimostrando che l'incendio della rabbia, se non controllato, può ardere tutto ciò che incontra sul suo cammino, anche i sogni più puri.

L'interpretazione Marxista: una Rivoluzione Borghese

Questa scuola di pensiero, influente nel XX secolo, ha visto la Rivoluzione come un conflitto di classe. La borghesia nascente, in possesso di un'economia "redditiera" e capitalista, si sollevò per spezzare le "catene dell'Ancien Régime" e conquistare il potere politico corrispondente al suo peso economico. Il suo successo fu possibile grazie a un'alleanza con i contadini, che cercavano di liberarsi dai diritti feudali e dalla miseria.

In questa prospettiva, la dittatura giacobina e il Terrore, sebbene drammatici, furono un passaggio "necessario" per salvare e consolidare le conquiste della rivoluzione borghese di fronte alle minacce esterne e interne.

La storiografia revisionista: una rivoluzione politica e culturale

Ma se la storia della Rivoluzione fosse stata raccontata da un'altra prospettiva? A partire dalla seconda metà del Novecento, un'altra voce si è levata, quella della storiografia revisionista.

Storici come Alfred Cobban e François Furet hanno guardato oltre la lotta di classe per vedere un quadro più sfumato. Per loro, non furono i capitalisti a brandire la torcia della rivolta, perché in realtà erano ancora pochi e deboli in Francia. Furono invece un'élite variegata, un 'club' di aristocratici illuminati e borghesi ambiziosi, a mettere in moto il cambiamento. Il loro sogno non era un'utopia borghese, ma una semplice e pragmatica monarchia costituzionale.

La Rivoluzione, in quest'ottica, non fu una questione economica, ma

un terremoto politico e culturale, un gioco di potere sfuggito di mano ai suoi stessi creatori, un incendio alimentato da crisi a catena e idee sempre più estreme.

Conclusione: l'eredità di un evento incompiuto

In fin dei conti, la Rivoluzione francese non fu un singolo evento, ma la perfetta convergenza di un temporale.

La crisi finanziaria non avrebbe mai potuto esplodere senza la caparbia resistenza dei privilegiati, e questa resistenza non avrebbe avuto lo stesso impatto senza la tragica indecisione del re. E il ruggito del popolo, il malcontento del Terzo Stato, sarebbe rimasto un'eco senza le idee esplosive dell'Illuminismo e la nascente coscienza politica di una borghesia che voleva, finalmente, contare.

La Rivoluzione ci insegna una lezione cruciale: le cause non sono mai statiche. Si alimentano a vicenda in una spirale inarrestabile.

Ogni atto, ogni riforma, ogni resistenza ha innescato una reazione a catena che, in soli quattro anni, ha sradicato una monarchia millenaria e dato vita a una Repubblica. La Rivoluzione non fu una fine, ma un inizio. L'inizio di un'era nuova, i cui ideali e le cui ombre continuano a definire il dibattito politico del nostro tempo.

 
 
 

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