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Prima di Cristo, Osiride - il dio di tutti



Osiride raffigurato nella tomba di Nefertari

Intorno al 2200 a.C. in Egitto alcuni drammatici eventi economici e politici portarono alla fine di quello che per convenzione è detto Antico Regno; a esso seguì un periodo buio e incerto noto come Primo Periodo Intermedio che coprì approssimativamente gli anni dal 2200 al 2033 a.C.

Tra gli eventi caratterizzanti tale lasso di tempo è da porre, oltre all’ascesa del dio Amon, la rivoluzione culturale che portò alla ribalta la figura del dio Osiride. La vicenda mitologica che lo vede tradito e ucciso dal fratello Seth e resuscitato dalla moglie/sorella Iside è piuttosto nota. Insieme a Ra è forse oggi una delle divinità più conosciute. Osiride, antica divinità del Delta, aveva sin dall’antico regno santuari presso Busiri e Abido, e faceva parte dell’Enneade di Eliopoli.


L’iconografia lo presenta sempre con la pelle color verde, con indosso bende di lino e reggente nelle mani scettro e flagello. Sulla testa la corona bianca atef adornata con piume di struzzo.

La prima attestazione certa del suo nome è annoverata nei Testi delle Piramidi della V dinastia. Egli faceva parte dell'Enneade di Eliopoli ed era figlio di Geb, dio della Terra, e di Nut, dea del Cielo, fratello di Seth, Iside e Nefti. Sin dagli inizi associato al culto funerario - alla morte e all’immortalità- e per questo lo si ritrova raffigurato come una mummia antropomorfa con la corona dell’Alto Egitto e in mano il pastorale e il flagello, simboli di regalità.

Non solo. Osiride, Signore di Abydos, rappresentava una divinità civilizzatrice, connessa alla vegetazione che, in un modo simile al dio, nasceva, cresceva, si riproduceva, moriva e rinasceva eternamente.

Alcuni aspetti ricordano una divinità più antica e ctonia, a quello di Ningizzida, dio dell’oltretomba, signore delle coltivazioni, dell’abbondanza e della prosperità. Così recita un inno in suo onore:


«Ningizzida, nobile serpente, drago…, […] Re magnanimo, fin dalla nascita (sempre) è rivolta a te la parola di saluto; generare la vita è dato in tuo potere, principe ricco di fascino, Ningizzida! […] Il re, signore di cuore grande, sul tuo nobile trono ti ha decretato un buon destino. […] Re, che governi la «terra grande», le procuri stabilità di direzione»[2].

Tuttavia è solo con il Medio Regno che Osiride acquisterà grande fama nazionale divenendo il dio del popolo, il dio di tutti. Ciò dipese dagli eventi oscuri del Primo Periodo Intermedio.

Prima di questa fase, lo rammentiamo, il destino ultraterreno era un beneficio spettante esclusivamente al faraone, ai suoi familiari e a qualche fortunato da esso ritenuto degno. Per il popolo egizio, invece, non esistevano stelle da raggiungere e pace eterna in cui vivere. Nonostante ciò la sorte trascendente incolore pare sia stata accettata pacificamente, complici probabilmente una relativa stabilità interna e produzioni agricole regolari che dimostravano il realizzarsi della missione del faraone: essere garante dell’ordine cosmico sulla terra mediante il suo buon governo. Egli era la personificazione della Maat e modello esemplare per i sudditi[3], e aveva la sacra missione di portare il regno di Maat in Egitto[4]. Ciò perché era considerato un dio incarnato[5] che aveva ereditato tale funzione dal Creatore, primo re d’Egitto. Quando moriva il faraone diventava un Osiride e come tale aveva inizio il suo viaggio nell’oltretomba, accompagnato dalle formule magiche scritte sulle pareti del sepolcro.

Ma nel caos politico ed economico del Primo Periodo Intermedio, in cui dilagavano orrore, sfiducia e pessimismo, le ansie escatologiche scossero i cuori del popolo egizio. L’esistenza terrena s’era trasformata in un ciclico dramma di insicurezza e morte, e il dubbio che ciò potesse perdurare anche nell’oltretomba riusciva ora intollerabile. La sentita caducità e il controverso aldilà traspaiono da versi come questi datati 2100 a.C. circa:

«Nessuno ritorna di là per raccontare come stanno, per raccontare ciò di cui hanno bisogno, per calmare il nostro cuore. […] I lamenti non salvano alcuno dagli inferi. […]. Vedi, nessuno che sia andato torna indietro»[6].


Perfetta assonanza con il «Paese del non ritorno» dei miti assiro-babilonesi, luogo dal quale una volta entrati non è possibile tornare indietro e che riguardava essenzialmente il futuro della creatura umana[7].

Si può immaginare il subbuglio emotivo del popolo innanzi a un vissuto quotidiano in palese disarmonia con la Maat predicata a cui faceva eco un quesito ancora irrisolto: perché il mondo, opera divina, è così contaminato dal male?[8]

Lo stesso domandava Sant’Agostino[9]: «Mi chiedevo donde il male, e non sapevo darmi risposta»[10].

In Dialogo di un disperato con la propria anima, testo anonimo del 2150 a.C. circa, traspare una disincantata consapevolezza di viver in un mondo ostile in cui «il bene è ovunque negletto»[11] e di sentire la morte come un distacco insanabile dai propri affetti poiché «il peccato che affligge la terra non ha fine»[12].

Quasi quattromila anni dopo, un giovane Leopardi dirà osservando la Natura: «sei carnefice della tua propria famiglia, de’ tuoi figliuoli»[13].

Che ne era della Regola, della Giustizia, dell’Età dell’oro manifestata dal faraone? La guerra politica tra le casate dinastiche di Eraclopoli e di Tebe infrangeva la norma celeste dell’Unità e il bell’Egitto cadeva in ginocchio. A questo punto, la prolungata sofferenza terrena rendeva inaccettabile e insopportabile per il contadino, l’operaio, il soldato, lo scriba, il pescatore un opaco esito oltremondano. L’aldilà poteva e doveva essere la forma di riscatto per una vita misera e insicura.

Ra, Amon, Atum, Ptah erano dèi aristocratici, destinati ai nobili e al re, ma uno, all’improvviso, divenne il Dio che poteva salvare tutti e che poteva essere amato da tutti: Osiride.


All’inizio del Medio Regno, con il ritorno all’ordine politico-amministrativo, l’Egitto rinacque a seconda vita: nuova dinastia, nuovo Dio guerriero (Amon) e nuovo Dio Salvatore (Osiride). Le antiche formule che avevano adornato i sepolcri reali ora venivano redatte sui sarcofagi e potenzialmente tutti potevano godere dei loro poteri. La discriminante si fece più economica che di nascita, essendo opere molto esose. Tuttavia si può affermare che avvenne una democratizzazione dell’aldilà e del suo Signore, Osiride. Tutti i Ba dei defunti potevano essere equiparati a Osiride, in quanto principio cosmico del potere del rinnovamento. Pensiamo al forte impatto che suscitava la parabola del dio di Abido che aveva sconfitto la morte.




Osiride, giudice del tribunale dell'aldilà, assiste alla pesatura del cuore del defunto. Meriterà la vita eterna?

L’egittologo britannico E.A. Wallis Budge sintetizzò così nel suo libro, Osiris and the Egyptian Resurrection, Vol.I il ruolo di Osiride:


«la figura centrale della religione egizia era Osiride, e i fondamenti principali del suo culto erano la fede nella sua divinità, nella morte, risurrezione, e nel controllo assoluto dei destini dei corpi e delle anime degli uomini. Il punto centrale di ogni religione osiridiana fu la speranza nella resurrezione in un corpo trasformato e nell’immortalità, che poteva realizzare solo attraverso la morte e la resurrezione di Osiride».

Ciò rammenta il meccanismo escatologico cristiano. Innanzi alla morte, oppresso da un’esistenza insoddisfacente, schiacciato dalla domanda “perché di tutto ciò?” il cristiano immagina la risposta salvifica nel Cristo, a cui sono state attribuite una serie di rassicuranti qualità. Cristo, infatti, secondo la dottrina fu inviato da Dio Padre (di cui era emanazione, “generato e non creato della stessa sostanza del Padre” come espresso dal Credo ed espresso nel dogma trinitario) per espiare i peccati degli uomini per mezzo del suo sangue[14] e morì sulla croce in segno del suo infinito amore per noi[15]; soprattutto era indicato come Redentore e Salvatore universale, per tutti coloro che credevano in lui.

Un sacrifico estremo, compiuto dal Padre Celeste che «tanto ama il mondo che ha dato il suo unigenito Figlio, affinché chiunque crede in lui non perisca, ma abbia vita eterna»[16].


Tuttavia ci sono due considerazioni da fare:

Lo slancio universalistico di Cristo è negato dai vangeli, poiché il messaggio della sua predicazione non era diretto a tutti i popoli ma a un solo soltanto: «non andate tra i pagani, né tra i Samaritani, ma piuttosto alle pecore perdute della casa di Israele»[17]. La predicazione di Yeoshua Ben Yosef, come presentato nel saggio “Il Falso Dio”, aveva finalità insurrezionaliste incentrate sull’indipendenza del Regno di Giuda, sottomesso dall’occupazione romana.

«Il sangue di Gesù Cristo […] purifica da ogni peccato»[18] ma non spalanca le porte del paradiso che, rammenta la dottrina, va comunque guadagnato. Inoltre il supremo atto salvifico voluto da Dio Padre, onnipotente e infinitamente buono[19], per il quale nulla è impossibile[20], non nega l’esperienza dell’afflizione, a cui nessuno sfugge[21]. Anzi nella predicazione cattolica la sofferenza è divenuta uno strumento fondamentale di salvezza per l’uomo e la sua anima; egli infatti, nonostante il sacrificio di Cristo e il sacramento del battesimo, è ancora un peccatore e deve «sopportare di buon animo ogni sofferenza»[22]. Così viene accesa nell’animo umano una speranza (a mio avviso di rivalsa e del tutto infondata) in una vita eterna e santa[23].

Come si fa ad aver certezza del riscatto celeste se “nessuno ritorna di là per raccontare come stanno?”

Il mistero può esser accettato solo tramite la fede, la quale Dio Padre può mettere alla prova con il male e il dolore[24]. E come insegna la dottrina cristiana, la vittoria sulle sofferenze temporali avverrà dopo il compimento della vita stessa. Ma poiché “nessuno che sia andato torna indietro” non vi è modo di dar prova al senso ultimo dei patimenti temporali e ciò pare giovare soprattutto chi quei patimenti li provoca o su cui specula. Facendo un esempio pratico: è come se la religione garantisse un prestito di cui necessitiamo in vita ma che verrà elargito solo dopo esser deceduti e di cui nel frattempo si devono anticipare le rate.

Data la condizione di amarezza permanente dell’uomo si potrebbe parlare di “homo sufferens” che, sempre secondo l’insegnamento di Santa Romana Chiesa, ha beneficiato di due fondamentali momenti di purificazione, la morte di Cristo in croce (valore universale) e il battesimo (valore personale).

Eppure, come detto, non bastano a evitare le tribolazioni terrene e il pericolo di quelle eterne…

Verrebbe da domandare: “Come mai il sacrificio dell’Unigenito di Dio non è stato sufficiente a mondare il dolore da questo mondo?”

La risposta della dottrina potrebbe essere così: Mistero della Fede e «beati quelli che credono pur senza avere visto»[25].

L’indimostrabilità del peccato originale e della conseguente dannazione resta un’evidenza che nessun dogma può modificare.



Durante il Periodo Intermedio, tra il 2200 e il 2033 a.C., ha inizio la democratizzazione dell’Aldilà, attestata dai testi dell’epoca. I sacerdoti seppero intuire gli umori popolari e integrarli nella complessa cosmogonia egizia. Osiride, il dio assassinato, a furor di popolo fu innalzato a dio di tutti, dei ricchi e dei poveri, e occupò il ruolo di protagonista dei Testi dei Sarcofagi, copiati da fonti diverse dei Testi delle Piramidi, e rimaneggiati anche in modo goffo[26]. Presiedeva al tribunale della psicostasia essendo il giudice delle anime e il defunto, faraone o uomo comune, sperava di divenire un Osiride così da ascendere al Cielo[27].

Il paradiso in cui gli Egizi credevano


«era un luogo dai campi fertili, ben fornito di bestiame, e dove carne e bevande erano abbondanti; le dimore dei defunti beati erano analoghe alle comode case egiziane in cui avevano vissuto durante la vita. L’egiziano sperava ivi di vivere insieme ai suoi cari»[28].

L’anima del defunto, se attraversava indenne la Duat e se superava la pesa del cuore, mutava e grazie a Osiride diventava un akh, uno spirito luminoso. L’akh rinato si installava tra le stelle, trasmutato allo stato di Osiride. In questo modo veniva scongiurata la temuta “seconda morte”[29], quella spirituale, che portava l’anima (Ba) ad annullarsi nell’oblio. Il dio di Abido vinceva la morte e per mezzo di lui si entrava nella comunità celeste. Ciò vale anche per il cristiano, «che unisce la propria morte a quella di Gesù, ed essa, la morte, è come un andare verso di lui ed entrare nella vita eterna»[30].

L’attaccamento popolare vestì Osiride di bontà, essendo simbolo di compassione, speranza e conforto. Sentito vicino agli uomini e alle loro sofferenze, in lui si compiva il Bene. Versi, come questi che seguono, hanno tramandato il sincero affetto di cui il dio di Abido era oggetto:

«Quanto dolce è il suo amore in noi, le sue grazie circondano i cuori, le sue grazie circondano i cuori»[31].

Un vento di uguaglianza soffia su tutto Kemet come riportato da sei sarcofagi del Medio Regno[32]:

«Ho fatto (parla il dio creatore, nda) ogni uomo simile al suo compagno; mai ho ordinato loro di fare del male».

Osiride era il dio della Resurrezione che aveva donato all’Egitto l’agricoltura; egli era morto e risorto per amore. E per amore ogni anno la natura replicava quel sacrificio divino, poiché Osiride animava lo spirito della forza generatrice, «al suo comando il Nilo si alza, nutre le piante, rinverdisce ciò che era secco, fa nascere nuove messi»[33]. Tutto cingeva con le sue amorevoli braccia[34] e la devozione del popolo trovava manifestazione in occasione della grande celebrazione che aveva luogotra novembre e dicembre, quando il Nilo abbassava le sue acque. Per otto giorni si festeggiava, poi seguivano tre giorni e tre notti di lamentazioni in memoria della morte, della sofferenza patita dal Dio e infine si esultava per la sua resurrezione[35]. Questo momento coincideva con l’elevazione del pilastro djed, simbolo di non chiara interpretazione. Per alcuni studiosi evocherebbe la spina dorsale del dio. Ma potrebbe anche essere connesso all’idea di “albero celeste”. Quasi sicuramente è un archetipo di stabilità e, in un certo senso, in questi termini si legherebbe all’essenza del Dio garantendo la stabilità dell’eterna rinascita. Può evocare per funzione i pilastri di Eliopoli poiché, come questi, unisce la Terra al Cielo in un vincolo eterno e cosmico. Si tratta comunque di supposizioni poiché a oggi non vi è un’interpretazione certa del suo significato. La frequenza della presenza del djed nell’iconografia evidenzia la centralità funzionale e simbolica a esso attribuita; non a caso veniva spesso associato a un altro simbolo fondamentale, l’ankh egizia, emblema di vita eterna.

Osiride era figlio dell’Uno che aveva dato vita all’Universo e, utilizzando una dicitura prettamente cattolica, potremmo dire che egli era la “buona novella” poiché in lui il caos trovava ordine e la vita trionfava sulla morte. La tristezza della sua vicenda muoveva a compassione i cuori che vi leggevano l’estremo sacrificio del dio che donava se stesso per affermare la vita di tutti. Agli occhi di coloro che vivevano dei prodotti della terra e dei pesci del Nilo, Osiride era forse anche più meraviglioso di Ra, così alto e lontano dai sudori umani. Non era un guerriero, non era un re, ma era l’anima del mondo.

Nella quotidianità era facile percepirsi vicini a Osiride e il pensiero che, varcata la soglia del sepolcro, egli sarebbe stato lì ad attendere le anime, colmava i cuori di speranza. Tale empatia affettiva ha garantito al dio una devozione costante.




Gli epiteti di Osiride sono innumerevoli, per questo ne citeremo solo alcuni.

Egli era:

Signore dell’Oltretomba[36], dell’Eternità[37], dell’Occidente[38], Principio Creatore per il quale la vegetazione cresce e perdura[39], il Vivente[40], il Perfetto[41], Re degli dèi[42].

Oltre alle forme devozionali pubbliche, al dio vennero dedicati Misteri a cui il popolo non aveva accesso ma che durarono sino alla fine dell’era faraonica. I Misteri di Osiride come quelli di Iside non morirono mai ma solcarono il Mediterraneo e si diffusero tra Greci e Romani. La complessità della figura del dio di Abido continuarono a meravigliare e a incuriosire. Egli fu divinità cosmica e Universale, la cui origine antichissima non ostacolò il rinnovamento che i sacerdoti operarono per esaudire i bisogni espressi dal popolo fortemente demoralizzato e annichilito dagli eventi della fine dell’Antico Regno. La grandiosità del mito osiridiano è custodita nella spontanea associazione che il popolo minuto compì tra se stesso e il dio, per essere “un Osiride giustificato”, secondo la dicitura canonica delle formule dei Testi dei Sarcofagi e del Libro dei Morti.


Il mito osiridiano, vecchio di più di 4000 anni, sembra trovare un’eco nel cristianesimo che rievocò la funzione rassicurante e salvifica di Osiride nel Cristo. Il supplizio vissuto dal dio


«con la mutilazione nella bara, il denudamento del suo cadavere e Seth che lo fa a pezzi disperdendone i frammenti, trova il suo equivalente nella spoliazione del corpo morto di Cristo mentre è ancora sulla croce, e la divisione dei suoi abiti tra gli aguzzini»[43].


Pertanto, prima di Cristo, vi era Osiride, il dio di tutti.



Per approfondire















































[1] E. Bresciani., op. cit., p.24 [2] AA.VV., Testi sumerici e accadici, posizioni nel Kindle (1471-1472). UTET. Edizione del Kindle. [3] M. Eliade, op. cit.,, p.106. [4] N. Grimal, op. cit.,, p.47. [5] M. Eliade op. cit., p.100. [6] M. Kluge, La saggezza dell’antico Egitto, cit., p.40. [7]aa.vv., Mitologia assiro-babilonese (posizioni nel Kindle 1449-1451). UTET. Edizione del Kindle. [8] S. Donadoni, op. cit.,, p. 106. [9] Filosofo e teologo cristiano vissuto tra il IV e il V secolo. [10] Sant`Agostino, Confessiones, 7, 7, 11 in http://www.vatican.va/archive/ccc_it/documents/2663cat017-308.PDF p. 103. [11] M. Kluge, op. cit., p. 41. [12]Ibidem, p. 42. [13] G. Leopardi, Dialogo della Natura e di un islandese. [14] Efesini 1,7. [15] http://www.vatican.va/archive/ccc_it/documents/2663cat017-308.PDF [16] Gv 3,16. [17] Mt 10,5. [18] 1 Gv 1,7. [19] http://www.vatican.va/archive/ccc_it/documents/2663cat017-308.PDF, p103. [20] Lc 1,37. [21] http://www.vatican.va/archive/ccc_it/documents/2663cat017-308.PDF p.103. [22] http://www.vatican.va/archive/catechism_it/p2s2c2a4_it.htm VII, 1450. [23] http://www.vatican.va/roman_curia/pontifical_councils/hlthwork/documents/hf_jp-ii_apl_11021984_salvifici-doloris_it.html [24] http://www.vatican.va/archive/ccc_it/documents/2663cat017-308.PDF [25] Gv 20, 24. [26] R.T. Rundle Clark, op. cit.,, p.124. [27] Nella concezione egizia la porzione del cielo analoga al Paradiso cristiano era detta anche Stelle Imperiture o Campo delle Offerte. [28] E.A. Wallis Budge, The Gods of the Egyptians, Volume 1, Dover Pubbications, Mineola, (NY)1969, edizioni Kindle, p.16. [29] Libro dei Morti, capp. 44, 130, 135-136, 175-176. [30] http://www.vatican.va/archive/catechism_it/p123a12_it.htm [31] C. Jacq, op cit., p.111 [32] E. Bresciani, op. cit., p. 60. [33] R.T Rundle Clark, op. cit., p. 96. [34] Ibidem, p. 111. [35] Ibidem, p.127. [36] E. Bresciani, op. cit., p. 251. [37] C. Jacq op. cit., p.113. [38] M. Tosi, op. cit., p. 108 [39] C. Jacq, op. cit., p.117.. [40] B. de Rachewiltz, op.cit., p. 142. [41] Ibidem. [42] Ibidem. [43] T.C. Leedom, M. Murdy, Il libro che la tua chiesa non ti farebbe mai leggere, Newton Compton Editori, Roma 2014, p.24.

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